INTERVISTA A UN RAGAZZO DOWN di Pierluigi Lenzi

giugno 9, 2013

INTERVISTA DI PIERLUIGI LENZI

  

Mio caro Fabio, leggendo la lunga testimonianza di tuo padre Francesco, emerge chiaramente la forza del vostro rapporto. C’è qualcosa che gli vorresti dire e che non gli hai mai detto?

Con mio padre fin da piccolo abbiamo un legame forte di amicizia  per che mi da sempre degli ottimi consigli di ogni genere ci vogliamo bene e ci stimiamo, ma faccio di testa mia, anzi, spesso lo contesto e poi magari col tempo ci rimugino e mi accorgo che tutto sommato non aveva torto e questo capita anche con mia mamma. Con mamma però non scherzo come con mio padre.

 Al contrario, il rapporto con tua mamma Maria non è ugualmente approfondito. Parlamene un po’ tu…

Anche con mia mamma ogni tanto ricevo dei buoni consigli anche se a volte faccio di testa mia. Anche lei è un punto di riferimento a cui posso sempre attingere. Parlare di donne non se ne parla nemmeno… perché è un argomento molto delicato… magari capita di parlare con lei di colleghe del posto di lavoro, su come comportarmi.

Molti sono gli aspetti del libro che mi hanno appassionato. Ad esempio quello riguardante il tuo incontro con Anan o quelli che hanno a che fare con le cotte per personaggi della tv. Cosa guardi per prima cosa in una ragazza?

Anan riconosco che non poteva andare come amica perché viveva in un ambiente per me troppo sofisticato, non genuino. In seguito ho capito anche che non facevano per me neanche quelle dello spettacolo. Per prima cosa in una ragazza mi piacciono gli occhi, il sorriso spontaneo e come si muove, poi le mani e principalmente la femminilità. Magari cerco qualcosa che mi ispiri e mi dia fiducia, “la scossa” come la chiama Giorgio Albertini…

 Come vivi la tua intimità? Hai una ragazza al momento?

Con il mio corpo mi trovo bene e anche con la mia sessualità personale. Ho solo amiche per il momento. Non ho una ragazza e purtroppo non l’ho trovata perché ho un blocco psicologico che non mi fa capire  come le altre mi possono vedere con la mia sindrome, e anche per colpa mia perché non vorrei una ragazza down perché è difficile dialogare con questo genere di ragazze. Forse dipenderà anche dallo scioc della prima delusione per una ragazza della chiesa che frequentavo a Firenze quando avevo 13 anni.

 Qual è il tuo cibo preferito?

Pasta in genere, carne e assai pane. Non mi piacciono i dolci, soltanto la cioccolata a dismisura ma non più di tanto perché i miei genitori non vogliono che mi ingrassi. Peso intorno ai 65 chili e mi sta bene così perché se esagero avrò grandi difficoltà a camminare in quanto ho i piedi delicati .

 Anche politicamente sei un ragazzo impegnato. Cosa ami di Silvio Berlusconi?

Amo principalmente la sua umanità gentilezza e genialità, è un uomo di un grande carisma e molto umano, sai che lui ha un nipote Down? Sai che pochi lo sanno? Ammiro Silvio da quando era un grande imprenditore e ne sono rimasto affascinato per il suo modo di parlare diretto, tanto che quando è sceso in politica ho voluto incontrarlo e siamo stati assieme più di una volta invitato a casa sua. E’ un genio molto speciale. Purtroppo si è circondato di alcuni personaggi equivoci. Vorrei imitarlo perché lui pensa e agisce in grande.

 Chiudi gli occhi e immaginati tra vent’anni. Dove ti vedi?

Mi vedo in qualunque posto del mondo, in un posto pieno di gioia, spontaneità e sincerità, a Firenze o a Caserta. Oggi, domani Dio lo sa, mi vedo con una compagna che mi vuole bene, mi stimi,  mi apprezzi e mi accetti per come sono io con tutti i limiti e le difficoltà così come voglio a lei, vorrei che questi nostri limiti e difficoltà potremo superarli assieme e anche viaggiare. Adotterò una coppia di bambini dal Brasile che saranno con noi due in una casa che ci costruiremo giorno per giorno, e questa casa sarà il nostro nido d’amore. Comunque vorrei una famiglia dove ci sarà amore rispetto e bellezza di vivere e un posto pieno di allegria, gioia e di serenità. Questa è la mia prima ambizione, il mio senso della vita.

UOMINI ILLUSTRI CHE HANNO RIPUDIATO I LORO FIGLI DISABILI

giugno 9, 2013

di Francesco Pugliarello

Non c’è da stupirsi se i cosiddetti “modernisti”, fautori dell’aborto facile, dichiarano che “si è più felici se non si hanno figli”. Forse per la crisi che angoscia, sicuramente per un malcelato edonismo dovuto a una sorta di distorsione mentale che porta a vedere solo le cose futili. Sta di fatto che faticano a riconoscere nello sguardo di un bambino una luce e una bellezza inspiegabile, cose che arrivano direttamente al cuore. Le quattro esperienze di vita che sto per delineare fanno riemergere la decadenza morale e l’amara realtà del secolo appena trascorso quando i disabili, forse per ignoranza o per vergogna, considerati come un marchio d’infamia, venivano tenuti accuratamente nascosti. In seguito le cose sono fortunatamente cambiate, grazie soprattutto a un nuovo atteggiamento delle famiglie che, affiancate da professionisti intelligenti e di grande carica umana oltre che deontologica, hanno compreso la necessità di comportarsi in maniera diversa.

Con la successiva scoperta della struttura del DNA, avvenuta a metà degli anni cinquanta, sappiamo che in alcuni settori accademici è iniziata la manipolazione del genoma umano che, pur essendo per certi versi un fatto positivo, rischia di riportarci indietro di millenni, verso una visione oscurantista della vita. La cosiddetta ‘valutazione’ degli embrioni, qualora non utilizzata sotto il vaglio dell’etica e della morale, ma solo per il gusto di sfidare l’ordine naturale dell’esistente, rischia di provocare una selezione indiscriminata dell’essere umano. Non è una novità se si pensa che in un passato non troppo lontano, presso le classi sociali colte e agiate i neonati “più bisognosi di amore”, per motivi altrettanto poco nobili, venivano occultati per essere rinchiusi in tetri Istituti. Un genitore sciagurato, il primo che mi viene in mente, è David Henry, un medico inglese vissuto negli anni sessanta, la cui storia è raccolta nel romanzo della Kim Edwards da cui è stato ricavato il famoso film “Figlia del Silenzio”. Identico misfatto l’avevano consumato nel secolo scorso (da molti definito il secolo più violento che l’umanità ricordi), il famoso drammaturgo Arthur Miller, Albert Einstein e J.F.Kennedy senior.     

Siamo a Lexington del Kentucky, nel 1964. Una notte la moglie Norah Henry avverte le prime doglie, ma la tempesta di neve che infuria sulla città rende praticamente impossibile raggiungere l’ospedale: è per questo che suo marito David decide di far nascere il bambino con l’aiuto di Caroline, la sua infermiera. Norah partorisce due gemelli: se il maschio è perfettamente sano, i tratti del viso della bambina rivelano immediatamente la Sindrome di Down. Travolto dalla disperazione, David affida la piccola a Caroline, ordinandole di rinchiuderla in un Istituto e a Norah, sedata dall’anestesia durante il parto, dice che la bambina è morta (1).

Per quanto riguarda Arthur Miller, l’uomo che per decenni si era pubblicamente scagliato contro soprusi e ingiustizie sociali, nel privato ha tradito tutti quei principi di cui si era fatto portavoce rivelandosi incoerente. Solo quando era ormai prossimo alla morte, avvenuta nel febbraio del 2005, confessò di avere abbandonato in un Istituto il figlio Daniel, anch’esso affetto da Sindrome di Down, e riconobbe che il suo gesto fu un vero e proprio crimine. Per tutto il tempo dell’internamento di Daniel, Arthur Miller aveva evitato di andarlo a trovare, e fu il figlio a voler conoscere colui che lo aveva ripudiato. L’incontro tra i due avvenne in occasione di un convegno sulla disabilità in cui Daniel, dopo trentanove anni di abbandono, fu invitato in veste di portavoce di un’Organizzazione di handicappati. “…Daniel gli corse incontro e lo abbracciò, tra l’imbarazzo del padre e l’incredulità del pubblico”: sono le parole apparse sul New York Times che descrivono l’emozionante incontro tra padre e figlio, quando il drammaturgo scoprì che, oltre ad essere indipendente e con un rispettabilissimo lavoro, Daniel godeva dell’ammirazione e della stima di tutti quelli che avevano avuto a che fare con lui (2).  Il controverso Arthur Miller (che dopo aver conosciuto Daniel lo citò nel testamento, quasi a voler tamponare i sensi di colpa derivanti dall’aver abbandonato un figlio fragile e al tempo stesso fiero), rappresenta, al meglio, l’immagine dell’uomo patetico che nell’arco della vita ha riflesso la propria immagine nei suoi numerosi drammi. Un dramma che egli stesso, in un’intervista del 1988, sorprendentemente dichiara essere stato provocato dal “malessere di un’esistenza priva degli affetti della famiglia…”, che è per eccellenza il luogo del sacrificio e del perdono. Miller si comportò secondo i pregiudizi del suo tempo, e allontanando il figlio down credette di difendere la propria famiglia dalla vergogna, agendo in base a preconcetti fortemente radicati in un periodo nel quale non esisteva ancora una ‘cultura sulla diversità’. E lo stesso fece l’inglese David Henry, che visse per sempre col senso di colpa per aver abbandonato la figlia in difficoltà.

Come il drammaturgo Miller anche il grande Albert Einstein, uomo di salda religiosità, abbandonò in una clinica psichiatrica il figlio Eduard, affetto da una tardiva forma di schizofrenia e, a suo dire, dotato di una sensibilità troppo delicata. Per tutta la vita lo scienziato non fu in grado di reggere il rapporto col figlio e lo lasciò per decenni rinchiuso in quella clinica senza trovare il coraggio di andarlo a trovare, perché riteneva che vederlo sarebbe stato uno stress insostenibile per la sua debole psiche. “Gli fa male vedermi…”, scriveva Einstein nelle sue memorie, esplicando un pensiero con cui non sono francamente d’accordo. Personalmente penso che il dolore cui lo scienziato alludeva non riguardasse Eduard, ma lui stesso, privo della forza necessaria a reggere tutto ciò che il confronto con un figlio emotivamente distrutto gli avrebbe “mosso dentro”! (3)

Prendiamo invece il caso di Eunice Kennedy Shiver, una sorella dell’ex presidente degli Stati Uniti d’America, J.F.Kennedy: motivata dal senso di colpa derivante dal fatto che la sorella maggiore, Rosemary minorata mentale, fu internata per volere del padre perché ritenuta una minaccia alle ambizioni politiche che nutriva per i figli, decise di creare dei momenti di coinvolgimento e di inclusione istituendo nel 1968  le “Special Olympics. Quelle che oggi si chiamano “Paralimpiadi” diventeranno il più grande movimento per l’accettazione e l’inclusione di milioni di disabili in tutto il Pianeta. “Eunice, per amore della sorella maggiore, spese mezzo secolo della sua vita in difesa dei diritti dei disabili mentali”(4).

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(1). Kim Edwards, “Figlia del silenzio”, Garzanti, 2009

(2). Corriere della Sera del 31 agosto 2007 p.21, “Daniel, il figlio segreto che Arthur Miller  cancellò dalla sua vita  perché Down”, di Alessandra Farkas.

(3). Barry Parker,” Einstein: the passions of a scientist, Prometheus Books”, New York 2003, pag. 237).

(4). Corriere della Sera del 12 Agosto 2009 p.15, Addio a Eunice Kennedy, ostinato angelo dei disabili”.

 

 

P/CHè LA SESSUALITA NEI DISABILI MENTALI IMBARAZZA?

giugno 9, 2013

 

       Nel vedere una coppia di ragazzi disabili che passeggiano per strada mano nella mano, la gente rimane sconvolta senza considerare neanche per un istante la fragilità affettiva – caratteristica del ritardo mentale – che, oltre a determinare insicurezza e bisogno di protezione, in alcuni casi provoca forte dipendenza. Per quanto ritardato, il disabile mentale sa di non poter provvedere da solo alle proprie esigenze, e la necessità di affidarsi a qualcuno deriva proprio dalla consapevolezza di non avere a disposizione riferimenti concreti nei momenti di bisogno.  Ancor più desolante è il dover ammettere che siamo spesso noi genitori a porre dei limiti, e in certo senso a frustrare questi giovani, ignorando il loro desiderio di vivere una soddisfacente dimensione affettiva e sessuale per ignoranza, preconcetti e una buona dose di imbarazzo. Perché il sesso imbarazza! E quello di un disabile spiazza. Anche se nel mondo in cui oggi ci ritroviamo a vivere, la libertà si confonde spesso con il libertinaggio e non sempre ci si rende conto che nel rapporto d’amore la sessualità è solo una componente del ben più vasto progetto di vita con l’altro (in cui il conforto, l’aiuto e il mutuo scambio di affetto e di amore si intrecciano), la problematica affettivo-sessuale dei disabili resta inespressa e inibita.

       Essendo venuta alla luce molto tardi, tale argomento ci coglie tutti impreparati e se qualcosa sta iniziando a cambiare, il merito va a quei disabili che sono riusciti a esprimere le proprie esigenze nella loro globalità di persona. Fu solo agli inizi degli anni settanta, quando cioè cominciarono a essere organizzati una serie di convegni per denunciarne l’emarginazione, che si iniziò a prendere coscienza del diritto all’amore del disabile. Il primo incontro in assoluto dedicato all’handicap motorio e incentrato sul diritto all’eros per i “minorati”, fu promosso da Rosanna Benzi e dalla sua equipe di operatori (1). Perché possiamo trovare in letteratura qualcosa di specifico e avviare un discorso sul riconoscimento della sessualità nei soggetti con ritardo mentale, dobbiamo attendere la seconda metà degli anni novanta, quando cominciano a circolare nelle sale cinematografiche dei cortometraggi predisposti da alcune associazioni di volontariato, coordinate dalle famiglie. Tuttavia, sebbene nel 1999 cinque coppie down ottenessero la Palma D’oro a Venezia per la migliore interpretazione in un corto nel quale parlavano del loro amore (fatto di slanci, fisicità, desideri e speranze), la sessualità dei disabili non veniva ancora riconosciuta dal corpo sociale: la tematica restava infatti relegata nel chiuso dei gruppi di volontariato o nelle tesi di laurea di qualche volenteroso (2).

       Il motivo della scarsa informazione riguardante il tema  dell’affettività dei disabili è, come detto poc’anzi, l’imbarazzo che un argomento del genere è in grado di scatenare. Imbarazzo che non è uguale dappertutto e cambia da regione a regione, se non addirittura da provincia a provincia; imbarazzo dell’opinione pubblica, ma ancor prima dei genitori che in tal modo condannano inconsapevolmente i loro figli al ruolo grottesco di eterni bambini. E questo anche se una gran parte di loro, specialmente quelli con disabilità meno gravi, avvertono abbastanza presto l’esigenza di avere una vita affettiva autonoma rivendicando, oggi più che mai, il diritto a crescere e a scrollarsi di dosso lo stereotipo che li considera degli asessuati Peter Pan. Ciò che vogliono è raggiungere la massima autonomia possibile, diventare finalmente ‘persona’ e dimostrare di avere anche la capacità di portare avanti un rapporto amoroso con un partner.  A Firenze, che si sappia, abbiamo l’unico esempio di due giovani down che si sono sposai tre anni fa e attualmente risiedono all’estero presso il fratello del marito. “Elena e Mario – mi dice Marta la madre della ragazza – vivono una permanente luna di miele, difficilmente riscontrabile nei rapporti coniugali…”.  È vero, casi come quelli di Elena e Mario sono piuttosto rari. Ma l’importante è che ci siano. 

           Per superare le resistenze a queste unioni, il Parlamento italiano con Legge 18 del 3 marzo 2009 ha ratificato una convenzione delle Nazioni Unite che ha assunto rilievo internazionale. Essa prevede di estendere la piena attuazione della Carta costituzionale anche a chi “presenta delle disabilità”, al fine di “…eliminare le discriminazioni in tutte le questioni che riguardano il matrimonio, la famiglia, la paternità e le relazioni personali, sulla base di eguaglianza con gli altri, in modo da assicurare ogni diritto in età di matrimonio, sposarsi e fondare una famiglia sulla base del consenso libero e pieno dei contraenti”(3).

     Francesco Pugliarello

 

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1.  Rosanna Benzi, “Il vizio di vivere – Vent’anni nel polmone d’acciaio”, Rusconi, Milano 1984.

2. Documentario di Daniele Segre “A proposito di sentimenti”. Altri film in cui appaiono giovani down: “Johnny stecchino” di Roberto Benigni (1991) e  “L’ ottavo giorno” di Jaco van Dormael (1996), palma d’ oro a Cannes per Pascal Duquenne.

3.  Il 3 marzo 2009, con Legge n. 18 il Parlamento italiano ha ratificato e reso esecutiva

      la Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006.   http://www.normattiva.it/

 

La doppia morale della sinistra sta divorando sé stessa

marzo 26, 2012
 
di Francesco Pugliarello 
(da:  Magna Carta Toscana-Circolo dei Liberi) 

Sappiamo chi è Feltri: è uno che quando c’è da rovistare nei meandri del potere non si tira indietro, è uno dei pochi giornalisti di inchiesta ancora presenti in Italia, insieme a D’Avanzo. La critica sferrata alla Bocassini è un’azione senza precedenti. Essa investe gli equilibri dei più alti livelli istituzionali con risvolti futuri ancora da vedersi. Se è vero che Berlusconi ha il “difetto” di essere un brianzolo arricchito, anziché un salottiero romano, e che da sempre gode di poche simpatie in certi ambienti dell’alta finanza e dei giornali da essa sostenuti, è anche vero che di cosucce da rivedere ce n’è tante. Infilarle nel tritacarne alla fine è rischioso per tutti, gli schizzi volano ovunque.

L’errore del giornalismo di sinistra e di repubblica in primis, non è tanto quello di pubblicare le notizie di escort e veline berlusconiane, ma quello di insistervi, a volte non avendo in realtà nulla di serio da dire. Veramente pensavano di far cadere Berlusconi? …O vogliono fare concorrenza a Eva 2000? Era proprio urgente, per la propria bella faccia, tentare di sfregiare l’immagine dell’Italia all’estero? Ad alcuni come Francia, o Gran Bretagna non par vero indebolire un concorrente!

Anche se noi italiani siamo grandi consumatori di giornaletti scandalistici, ci sono pure quelli che se ne fregano degli scandali sessuali: questi ultimi sono molto più interessati alle notizie che possono migliorare il loro tenore di vita, e sono la stragrande maggioranza. Quando si comincerà a parlare di temi concreti? Perché continuiamo a farci coinvolgere nelle guerre tra potenti e farci distrarre da cose più importanti? Stiamo davvero perdendo le coordinate del vivere civile, e ha ragione Veltroni quando afferma che “non è tutta colpa di Berlusconi”.

Giustamente Stefano Zecchi tempo fa si domandava: “Perché, nessuno inibisce questi eroi della rivoluzione [parolaia] di sguazzare nei salotti borghesi servendosi di ciò che affiora da quella che loro definiscono “iniquità” capitalista”? E’ la doppia morale che consente, oggi come allora, di predicare in un modo e razzolare in un altro. Essi son furbi, si servono del paravento del momento per coprire i loro scheletri. Iri Prodi, oggi Fini. Ma oggi è più difficile praticare questa doppia morale, essa viene immediatamente smascherata. I “vizi” di De Benedetti, degli Agnelli li hanno già pubblicati, ma le anime belle hanno la memoria corta: c’è la condanna dell’UE a Prodi, pronta nel cassetto se il prof dovesse rialzare la testa; i rimborsi truccati di Ignazio Marino; le coop rosse (Unipol-BNL) pronte per il duo D’Alema-Bersani; il vecchio scandalo di Affittopoli, la Campania, la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo. Su Franceschini si potrebbe andare a scavare in quel fantastico mondo di scambio di voti che era la margherita al sud….; Di Pietro, “Bè su Di Pietro ci si potrebbe scrivere un libro”, dice Adinolfi leader della ex margherita.

Arriva Berlusconi, e cosa ti combina? Ha la spudoratezza di dire che la storia del comunismo internazionale è una crudele avventura di distruzione della libertà e di annientamento della persona; che i nostri vecchi comunisti continuano a imbrogliare le carte per rendersi presentabili in un mondo che ha seppellito il comunismo. Quel comunismo che sul “Libro nero” illustra, come nessun altro, le nefandezze di un capitalismo di Stato che tanti lutti ha provocato nelle famiglie dei loro compagni. “Come si permette quel maniaco di Berlusconi di criticare?” Si chiede il vecchio pensionato della casa del popolo di Firenze che ha abbandonato la lotta di classe per diventare portavoce del conformismo moralizzatore! E allora, preso atto che il mondo non si può cambiare, lui e i suoi compagni decidono di censurarlo: “moralisti di tutto il mondo unitevi”, è la nuova parola d’ordine. Incalza la Rossanda, che però spera nell’ex aennino Fini: “Berlusconi è un gaffeur, un bauscia, lui e i suoi alleati con quel Bossi in canottiera sono l’unica vera tendenza di fascismo localista in abiti nuovi”.

E’ la disperazione di un manipolo di cittadini frastornati dai suoi ex sessantottini al potere che non sa più a che santo votarsi. A questo si sono ridotti certi politici e intellettuali della sinistra nostrana, orfani della doppia morale? Guardano la pagliuzza nell’occhio del nemico, incapaci di guardare la trave nel proprio, presumono di dare un giudizio morale sul premier prima ancora che politico e su chi lo sostiene. Ma ecco che appena questi ‘benpensanti’ vengono pizzicati nelle loro manie piccolo borghesi, urlano, gridano all’aggressiore, alla democrazia in pericolo, alla libertà di parola minacciata, addirittura al fascismo che ritorna, e si accingono a raccogliere dieci milioni di firme contro il satrapo-pedofilo. È ovvio, solo loro hanno il diritto di interdizione perché possono autoassolversi, ritenendosi moralmente e culturalmente ineccepibili. Perché se sciaguratamente vengono smascherati, non riescono più a predicare in un modo e a razzolare in un altro, restano convinti di poter giudicare dall’alto le proprie qualità estetiche e la moralità di chi non è bello come la loro ‘gay-tudine’.

Il “basso“, dove Napoli muore per il disinteresse della politica

marzo 26, 2012

 da http://lOccidentale.it 

del 12 Febbraio 2012

di Francesco Pugliariello (alias Francesco Pugliarello)

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Lo stillicidio di infezioni che si registrano periodicamente a Napoli,  non è più tollerabile. L’essere un porto di mare non assolve la città,  dal momento che i dati epidemiologici rilevati negli ultimi due secoli  ci confermano che la prima ad essere colpita con il più alto tasso di  infezioni è proprio quest’antica capitale del nostro Mezzogiorno. Da  tempo ci si sofferma sulle cause che condannano questa meravigliosa  metropoli e il suo hinterland a soccombere a causa dell’altissima  densità di abitanti nei bassi assiepati nei vicoli malfamati, e per la  loro fatiscenza, senza mai venir a capo di una soluzione.

Sui bassi di Napoli si è molto scritto, spesso facendo la fortuna di molti personaggi. Con i vicoli, gli angiporti, i fondachi, visti come simboli di un mondo fantastico e pittoresco, esso ci è stato presentato meno nella sua realtà sociale ed economia, tanto che la sua reale fisionomia resta sconosciuta ai più. Non vi si è sottratto neppure il teatro di Eduardo quando in “Napoli Milionaria” ci presentava – a mo’ di documentario – gli abitanti di quei tuguri come i classici di una cultura tutta partenopea che, nonostante “l’abbandono di dio e degli uomini”, riuscivano a sopravvivere sorretti da una filosofia del tutto originale.

Del basso cominciò a parlarne Giovanni Boccaccio nel lontano 1325 quando fu condotto dal padre in questa città all’età di dodici anni da restarne favorevolmente colpito, per poi descriverlo nel suo Decamerone: “…guardo quelle che siedono presso la porta delle loro case in via Capuana; di ciò gli occhi porgendo grazioso diletto…”. E più di recente E.A.Mario nella canzonetta “O vascio”, il quale, tessendo l’elogio di quel tipo di abitazione, declamava: “…Se ospita una bella ragazza, esso è migliore di una reggia”. Ma, poiché il basso investe una cultura secolare, la sua tragica realtà esula da un semplice problema esistenziale locale per divenire una questione di politica nazionale e di legalità connesse ai fenomeni della emarginazione e della endemica disoccupazione.

E’ noto che “ ’o vascio” è un’abitazione unicellulare, al massimo di due stanzette a piano matto , ricavata da antichissimi locali destinati a depositi che in successione si aprono nei numerosi vicoli della Napoli del centro storico e in alcuni paesini della periferia. In poco più di una dozzina di metri quadri ci vive una famiglia di almeno 5 persone. La funzione di questo locale è praticamente quella di mero dormitorio dato che la maggiore attività, fatta di piccoli espedienti, è vissuta lungo i vicoli, sì da conferire ad essi un carattere di intimità e da suscitare nel visitatore la sensazione di trovarsi non in una strada, ma in una calda, accogliente grossa abitazione. In senso lato, il nome di basso può essere attribuito sia a quei gruppi di edifici a piano terra che si costruivano nel medioevo come magazzini per il commercio delle merci provenienti dal mare, sia riferito a un processo di differenziazione sociale e ambientale delle zone destinate al basso ceto. Vale a dire un fondaco che, a spregio della modernità, ancora sopravvive (sebbene limitatamente) in città di mare come Dublino e Anversa.

A differenza di queste ultime, però, nei bassi di Napoli è racchiusa una parte della storia di una Capitale. Terra ambita da poeti, scrittori e curiosi d’ogni sorta per la dolcezza del suo clima, la natura voluttuosa, il folclore multiforme dato dalle diversissime e antichissime origini antropologiche del suo entroterra che poco hanno a che vedere con la ‘grande’ storia, Napoli, da città impegnata qual era destinata a essere, negli ultimi decenni è divenuta un luogo irreale. In verità, questa Napoli leggendaria non è mai esistita se non nella fantasia dei suoi (ignari?) detrattori. Oggi questa facciata sta sgretolandosi sotto il peso di enormi contraddizioni e, come tutte le megalopoli mostra le sue disfunzioni più visibili dovute a un’inammissibile incuria amministrativa, al sottosviluppo, alla malavita e alla diffusa sottocultura, da cui una insanabile frattura sociale tra il popolo comune e un’èlite di grande spessore culturale ma eccessivamente dottrinale, che stoicamente, e diciamo pure, eroicamente, ancora resiste: fattori che hanno impedito il consolidarsi di una vera democrazia, come in quasi tutto il nostro mezzogiorno.

Tornando ai “ricoveri”, parte di essi sopravvive fin dal secolo XV, legati al fenomeno del primo grosso inurbamento europeo. Mentre i governi di molte città dell’epoca procedevano alla trasformazione edilizia adattandola ai mutati tempi, gli Aragonesi per evitare lo spopolamento delle campagne circostanti si limitavano a emettere una serie di ‘Prammatiche’ (Ordinanze) contro lo sviluppo edilizio. Gli immigrati, composti per lo più di contadini, piccoli artigiani e trafficanti di diversa natura non trovando alloggi, perché quelli restanti erano occupati dalle numerose famiglie dei funzionari e militari spagnoli, finirono per adattarsi in questi “tuguri” destinati inizialmente a depositi. Da allora, i cosiddetti bassi si moltiplicarono a vista d’occhio senza che nessun Governo se ne curasse, tanto che verso la metà del XVIII secolo, invece di diminuire a causa del perdurante divieto urbanistico, la popolazione superò il mezzo milione, portando Napoli al primo posto tra le città europee per densità demografica. Nonostante i Borboni ampliassero le mura, si dovette attendere il colera del 1884 per riconoscere che questi agglomerati, prossimi al porto, costituivano un terreno fertile per malattie a carattere epidemico.

In tale occasione il censimento denunciò 22.785 locali di quel tipo, occupati da 105.257 abitanti. L’intera Italia trasalì, richiamando l’attenzione dell’Europa. “Bisogna sventrare Napoli”, fu allora la frase alla moda; sembrava che il Governo centrale non desiderasse altro che far sparire da Napoli le abitazioni malsane. Difatti qualche anno dopo, sulla spinta del sindaco Nicola Amore (magistrato di spicco dell’epoca, cui oggi è intitolata una delle maggiori piazze di Napoli, che Matilde Serao definì “il miglior sindaco che mai Napoli avesse avuto”), con la sua “Legge per il risanamento della città” da cui scaturì la “Società pel Risanamento di Napoli”, si diede inizio ai lavori limitandosi a elevare una specie di paravento dinanzi alla Napoli dei vicoli. Furono abbattute anche vecchie case patrizie, ma il sudiciume dei bassi rimase. Ne “Il ventre di Napoli” la lungimirante Matilde Serao su Il Mattino lanciò una furibonda invettiva al premier di allora, Agostino De Pretis: “Sventrare Napoli? Credete che basterà? Voi vi illudete che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli”. “Voi non potete lasciare in piedi le case lesionate dall’umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all’ultimo piano si brucia nell’estate e si gela nell’inverno, dove le strade sono ricettacoli d’immondizie, nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti [...] il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione, bisogna ricostruire Napoli quasi daccapo…”.

Negli ultimi decenni i crolli dei palazzi nei vicoli dei quartieri spagnoli e una chiesa di Forcella che cade a pezzi, sono l’emblema di questo degrado. C´è un vecchietto in questo rione, che tra l’altro ha dato i natali a Nino Taranto e a Bud Spencer, che raccoglie e conserva i bulloni che cadono dalle impalcature di un’antica Chiesa: “Faccio la collezione, così quando moriremo tutti, troveranno il mio tesoro e sapranno che è stata colpa dell´indifferenza”. I bombardamenti dell’ultima guerra che distrussero oltre centomila appartamenti in tutta Napoli non evitarono che si ricostruissero nuovi bassi! Oggi questi terranei fatiscenti sono molto più puliti e meno squallidi di come apparvero a Renato Fucini nel 1877 che li descrisse in “Napoli a occhio nudo”. Anzi appaiono illeggiadriti da tendaggi e vivacizzati da televisori, poster ed elettrodomestici, magari raccattati a quattro soldi alla Duchesca.

Nati come ricoveri temporanei, questi locali sono divenuti dimore stabili per emarginati. Vero è che negli anni sessanta furono creati altri rioni popolari in alcune zone periferiche, ma è anche vero che gli appartamenti di quei rioni finiscono per essere assegnati a famiglie di nuova formazione che, abbandonando le campagne si trasferiscono in città. Ma l’appartamento per tutte non c’è, e alcune vanno a occupare i nuovi depositi e li trasformano in nuovi bassi. Talvolta qualche inquilino di questi tuguri riesce a farsi assegnare un alloggio popolare, com’è avvenuto con la legge 167 del ‘62 a Scampia, Pianura e Ponticelli. Ma essendo questi alquanto distanti dal centro, adattando a sé le leggi vigenti, danno in affitto l’alloggio buono e rimangono compiaciuti nelle loro ‘tane’: lì se non altro possono continuare i loro commerci abusivi provenienti dal porto al riparo da occhi ‘indiscreti’, semprecchè non vengono affittati a cittadini extracomunitari, spesso irregolari a prezzi “proibitivi”. Si è così ricreato l’antico circolo vizioso, difficilissimo da stroncare.

Non essendovi ancora un censimento ufficiale, a tutt’oggi ci si deve basare sulla rilevazione compiuta dalla Doxa del 1965 che contava circa 45.000 abitazioni come “bassi” con un numero di abitanti che superava le 200.000 unità, vale a dire una ogni 6-7 napoletani. All’esterno di ciascuna di queste case censite nel 1931 (con intenzioni risanatorie che la guerra vanificò), c’è una targa di marmo con una scritta significativa: “Terraneo non destinabile ad abitazione”. E’ una frase provocatoria che sta a testimoniare una volontà fatta solo di belle intenzioni.

Fra le numerose conclusioni che il lettore può trarre, a me ne viene in mente una, la più ovvia: sarà in grado il nuovo sindaco de Magistris (anch’egli proveniente dalla magistratura come Nicola Amore, il sindaco del famoso Risanamento di fine ‘800) di accogliere questo pressante invito dei suoi concittadini? Se prendo in considerazione la sua determinazione, ci potrei anche sperare. Ma, fintanto che i miei conterranei non si mettono in testa di pagare tutti i tributi, non ci credo; vale a dire che, nonostante l’impegno civile di sempre più numerosi cittadini, il basso, con la sua gente, resta il vergognoso emblema di un secolare disinteresse politico-amministrativo nei confronti di una metropoli che, ciononostante, assieme ad altre fu ed è giustamente considerata la culla di una cultura umanistica di prim’ordine.

 

 

Il jihadismo è ancora forte in Europa: l’attentato di Tolosa docet

marzo 26, 2012

                  

La guerra santa dei musulmani europei

da ” http://l’Occidentale.it

 di

Francesco Pugliariello (alias Pugliarello)

del  22 Marzo 2012

 

Il fatto di sangue di Tolosa segue di pochi giorni il fallito attentato alla Sinagoga di via Guastalla a Milano. Chi stava pianificando l’attentato in Italia era un giovane 20enne marocchino, considerato “integrato” nella società italiana nella provincia di Brescia. E il marocchino in questione aveva complici, in tutta Europa. Il primo pensiero, dunque, è andato alle cellule del terrorismo jihadista disseminate nel vecchio Continente.

Il caso di Tolosa la cui strage al momento pare debba risalire alla mente esaltata di un certo Mohammed Merah, soldato francese di ritorno dall’Afghanistan dove potrebbe essere entrato in contatto con gli attivisti di al-Qaeda. Si ha la sensazione che nella adolescenza sia stato indottrinato, come quasi tutti i suoi compagni in Francia, vediamo cosa uscirà fuori dalle indagini che la sicurezza francese sta rovistando sul suo passato. Insomma, un convertito all’islam fondamentalista, che avrebbe ritrovato le sue radici durante una missione militare.

Qualche anno addietro, precisamente ai primi di febbraio 2007, uno dei tanti monitoraggi dei Servizi di Informazione della Direzione Centrale della polizia francese (DCRG) effettuato su 1610 convertiti all’islam, riportato da Piotr Smolar su ‘Le Monde’, rivelava che dopo gli attentati dell’11 Settembre il passaggio alla nuova fede ha subìto una vertiginosa impennata grazie ad un frenetico risveglio del proselitismo. La notizia più raccapricciante è che gran parte di questi nuovi adepti sono andati ad occupare posti di lavoro in settori altamente sensibili. Così, mentre alcuni Paesi di provenienza si ‘aprono’ alla ‘democrazia’, il nostro Continente si appresta a diventare la palestra del jihad islamico. Lo stesso fenomeno trova riscontro anche in Inghilterra (quando verrà monitorato in Italia?).

E’ indubbio che la fame di religiosità, come riconosce il Papa Benedetto XVI, segna il fallimento delle politiche nazionali degli Stati. Però il fascino che l’islam esercita sui figli e sui nipoti degli immigrati musulmani, testimonia la sconfitta di un modello multiculturale alimentato da una sinistra post-comunista e progressista rea di aver forzato ideologicamente la realtà. L’islam, in un mondo globalizzato, privo di modelli culturali alternativi, tende ad appropriarsi di questa ideologia che si pensava definitivamente scomparsa con la fine della guerra fredda, ma che è riemersa prepotentemente alla fine degli anni Sessanta. L’Occidente affascina perché è qui che si può ottenere il pieno godimento dei diritti umani. Tuttavia questa attrazione, che porta allo sradicamento delle proprie origini, se non è supportata da politiche più severe nei confronti dell’integrazione «facile», spinge all’abbraccio con queste filosofie di vita nichiliste.

Modelli criticati da Hannah Arendt e da Alain Finkielkraut, sempre più contigui a certe illusioni che Karl Bracher definisce totalitarie di sinistra e di destra, ai quali fa eco il filosofo di sinistra doc, Andrè Glucksmann, il quale nella campagna presidenziale si schierò al fianco di Nicolas Sarkozy e che accusa i loro fautori di essere “narcisisti” perché “… si credono di essere moralmente infallibili e mentalmente intoccabili”.

Ma veniamo al reclutamento. Di solito il primo abboccamento e la successiva “conversione-alla-nuova-fede-ortodossa-islamica” avviene in carcere, dove questi piccoli criminali di reati comuni disoccupati o politicizzati provenienti dalle banlieue (come quelle di Toulouse) si associano ai più scaltri, magari più istruiti, per ottenere dei privilegi, come ad esempio l’allestimento di una sala di preghiera, la richiesta di pasti halal o altre facilitazioni che in Francia vengono concesse solo ai musulmani. In quell’ambito peraltro non vengono esclusi contatti strategici con il terrorismo nostrano.

Una volta in libertà, una parte di questi convertiti vengono integrati nelle strutture di sostegno logistico islamico o avviati alla vigilanza in zone aeroportuali o nei centralini telefonici, o emigrano verso i paesi “caldi” come l’Afghanistan). Altri trovano lavoro in punti vendita halal (carne permessa e macellata secondo le linee guida indicate nella Sunnah), il cui commercio “permette spesso di ripulire il denaro sporco”, come la mafia utilizza le catene di pizzerie. Altri ancora vengono assunti in una delle tante piccole editorie condotte dagli stessi musulmani.

Gran parte delle “prede” francesi che si inchinano davanti alle lusinghe di questi «benefattori», riferisce l’inchiesta, provengono dai suburbi dove il più delle volte vivono a contatto con le comunità delle ex colonie di magrebini, che, col pretesto dell’offerta di un guadagno sicuro, abboccano. Provengono cioè da quella fascia mediterranea dove è più spiccata la tecnica della dissimulazione, ossia la capacità di camuffare le proprie intenzioni presentandosi come persona onesta in grado di venirti incontro.

Questo atteggiamento è tipico del movimento “salafita” (la cui corrispondenza in occidente potrebbe rintracciarsi in un evangelismo spinto di matrice atea) che, per un emigrante di seconda o terza generazione non viene percepito come francese dai francesi, ma nemmeno come arabo dagli arabi, gli fornisce una nuova identità decontestualizzata: un’identità particolarmente adatta per chi non riesce più a riconoscersi in nessuna patria e in nessuna tradizione. Come sostiene il professor D’Atri, si ritrovano in una specie di “patria ideale senza confini e senza tempo”: sostanzialmente un’identità purificata dalle influenze provenienti dal mondo occidentale Cristiano.

Senza accorgersene questi giovani vanno a rinfoltire il movimento dell’internazionalismo integralista, quello predicato dai fratelli Musulmani. Insomma, un coacervo di devianza e di odio sociale che sfocia ineluttabilmente nel terrorismo e nell’odio verso tutto e tutti. Tuttavia la sostanza non cambia se pensiamo che quando finirà quella maledetta guerra afghana costoro torneranno tra noi in Occidente. La rappresentazione del fenomeno sociologico studiato in Francia testimonia la sconfitta morale di una certa sinistra presente negli organismi che contano, proni alle mistificazioni di questi nuovi farisei che stanno gestendo la complessa problematica dell’immigrazione europea.

La comunità internazionale, se vuole resistere a queste farneticanti ideologie, dovrebbe a mio avviso, puntare ad una strategia che coinvolga a pieno titolo i musulmani modernisti con un adeguato programma, ma che invece pare stia riuscendo ai fondamentalisti islamici. La strategia vincente, in prima battuta, poterebbe consistere in un controllo maggiore sul territorio, più che di natura miliare o di natura politica. Quella militare, chiariscono i maggiori osservatori come Magdi Cristiano Allam e Daniel Pipes, è una concezione desueta della sicurezza, perché nell’era del terrorismo islamico globalizzato la vera arma non sono le bombe ma “il lavaggio del cervello che trasforma le persone in robot della morte”.

Così, nella precarietà sociale delle immigrazioni successive, l’islam radicale attinge il suo alimento per rafforzarsi e destabilizzare le nostre istituzioni. Hanno ragione gli intellettuali d’oltralpe alla Glucksmann ad ammonirci che fin quando non saremo in grado di sradicare nel nostro Continente «il mito dell’edonismo libertario» che sfocia nell’apologia del nomadismo, “plasmando la visione della politica e della storia”, l’Occidente sarà condannato a subire la sharia (e legge islamica).

Impariamo dai Down cos’è una vita empatica

novembre 29, 2011

…La capacità di “sentire gli altri”

da “L’Occidentale.it”  del 19 Novembre 2011
 
di Francesco Pugliarello 

   

Sappiamo che le persone con sindrome di down, notoriamente definite eterni adolescenti, sono guidate più dal cuore che dalla testa. Se prendiamo a riferimento le loro prestazioni scolastiche, che sono improntate sulle capacità logico-matematiche, ci convinciamo di avere a che fare con dei mediocri; alla stessa stregua se li sottoponiamo ai test di valutazione del Q.I. li troviamo a un livello molto basso rispetto alla media. Ma i test psicologici non indagano le competenze più recondite legate all’intelligenza creativa, all’abilità di cogliere nell’intimo delle persone: in altre parole alla capacità di provare forti emozioni. Questi ragazzi, a compensazione della scarsa capacità logica, possiedono una sensibilità empatica originalissima che non è ascrivibile ad una misurazione razionale.

Ossia sono portatori di una tendenza alla condivisione degli affetti, che poi è alla base delle relazioni significative degli esseri umani caratterizzate dai legami interpersonali.  In altre parole essi hanno un qualcosa di incommensurabile che noi, figli dell’“Homo Oeconomicus” stiamo smarrendo: la capacità di “sentire dentro” ciò che l’interlocutore sta provando. Forse è venuto il momento di imparare da questi ragazzi il saper vivere in armonia con gli altri e prendersi cura dei loro bisogni. Se un giorno il nostro scetticismo verrà smentito da uno strumento che sarà in grado di misurare il peso empatico dell’essere umano, allora ci accorgeremo di aver sottovalutato e qualche volta disprezzato per presunzione le qualità umane e le potenzialità delle persone con disabilità intellettiva, specialmente quelle con la sindrome di down.

Una moderna corrente di pensiero che fa capo al nobel delle neuroscienze, Eric Kandel (1), confermata dall’antropologo della mente Alessandro Bertirotti in “La mente ama”, riportando indietro l’orologio della conoscenza empirica, sostiene che molte produzioni che hanno lasciato un segno tangibile sono state concepite non tanto da logiche legate al raziocinio, quanto da meccanismi che passano dalle emozioni (2). D’altronde, a supporto della ricerca, qualunque scienziato usa formule cha a loro volta sono precedute dall’intuizione, figlia delle emozioni. Questo è evidente negli artisti in genere, nei romantici, nei pittori che, secondo gli esperti stanno a testimoniare i limiti del raziocinio, e pur tuttavia sono persone che noi apprezziamo molto. Difatti, a supporto della ricerca, qualunque scienziato usa formule che a loro volta sono precedute dall’intuito!

Questi studiosi ci dimostrano che in generale la parte emotiva del cervello è molto più raffinata e completa di quella logico-razionale perché è stata “meravigliosamente rifinita” dall’evoluzione delle ultime centinaia di migliaia di anni: è quella che Gustav Jung chiamava “intelligenza emotiva” della nostra personalità e la collocava nell’emisfero destro del cervello, complementare all’altro emisfero che presiede l’ambito dell’”intelligenza razionale”.  Tuttavia, come ogni opinione anche questa ha il suo rovescio. È, secondo Kandel il motivo per cui ci aggrappiamo all’illusione del razionale. Difatti, “quando l’istinto sbaglia, sbaglia di brutto, e questo sbaglio ci fa sentire traditi”. Solo allora invochiamo la ragione. In altre parole, se la parte emozionale è predominante, tanto da prevalere sulla parte logica che è debole, scarsamente volitiva, quest’ultima può facilmente capitolare sotto la pressione di una tempesta emotiva. Se riflettiamo, ci accorgiamo che spesso i nostri adolescenti nelle loro insicurezze, si rivolgono a noi per essere confortati nelle decisioni dettate prevalentemente dall’istinto.

Ma prendendo per buono quanto sostenuto da questo neuroscienziato, possiamo concludere che quando i nostri ragazzi si rivolgono a noi per essere confortati nelle loro azioni “istintive”, non è detto che siano in errore. Alcune volte Fabio mi pone delle richieste apparentemente assurde, ma che per lui hanno un senso che sfugge al mio raziocinio. Poiché, come ho detto, è il sentimento a guidare i nostri adolescenti piuttosto che il pensiero astratto, per evitare che istinto/ragione, nella difficoltà di gestire queste facoltà, vadano in corto circuito, è necessario ed opportuno che le loro suggestioni siano filtrate alla luce della nostra logica, senza pretendere più di quanto possano dare. Per questi motivi penso che ogni genitore che segue con amore il processo evolutivo del proprio figlio, dovrebbe sforzarsi di capire che non sempre è bene frenarlo nelle proprie suggestioni, che potrebbero avere delle motivazioni fondate, ma che a noi magari sfuggono.

Dalla frequentazione del mondo degli adolescenti come formatore, ho imparato che anche per questi ragazzi liberare l’istinto e agevolare la spontaneità sono la via migliore per seguire il proprio talento e perché no, anche la via maestra per raggiungere la felicità. Allora, perché non imitarli? Non assecondarli? Perché forzare la loro natura? Perché pretenderne l’omologazione?

          

(1).  Eric Kandel, http://it.wikipedia.org/wiki/Eric_Richard_Kandel

(2). Alessandro Bertirotti, “La mente ama – per capire ciò che siamo con gli affetti e la propria storia”,  Il Pozzo di Micene,  Firenze 2011, pp. 76-79. www.bertirotti.com/pubblicazioni/

Impulsi ed emozioni relativi alla problematica sessuale nel ragazzo down

ottobre 7, 2011

“All’inizio il mondo era il Sé sotto forma di una persona.
Si guardò intorno e non vide che se stesso. Dapprima gridò: “Io sono”,
e poi si spaventò; poiché ognuno è atterrito quando è solo”.
UPANISHAD

“La sessualità è un’occasione di crescita personale”.
“È la libertà di prendere decisioni per la propria vita”.
E ancora,
“È una grande organizzatrice della vita umana” (F. Veglia).
“È il motore di tutte le autonomie, di tutte le abilità latenti”(J. Baldaro Verde).
“Privare un essere dell’amore, vuol dire privarlo del piacere di vivere” (A. Mannucci).
“I genitori temono ogni cambiamento sia per l’autonomia sia per quella sessuale” (G. Castelli).
Non v’è dubbio che in tema di sesso e di relazione sentimentale i nostri figli vivono un dramma esistenziale. A vedere la cosa dall’esterno, la gente è scettica e incredula quando nota una coppia di ragazzi disabili passeggiare per le strade. Dall’interno, la fragilità affettiva – caratteristica del ritardo mentale – determina insicurezza e bisogno di protezione e in alcuni casi di forte dipendenza. Questo bisogno è legato alla consapevolezza di non poter provvedere da soli alle proprie esigenze, e di avere a disposizione dei riferimenti concreti nei momenti di necessità. Ancor più triste è sapere che siamo noi genitori a porre dei limiti a questi giovani che manifestano il loro amore per qualcuno; come più volte ho cercato di sottolineare, il motivo principale è in una forma di ignoranza diffusa e di ancestrali preconcetti. Nel mondo contemporaneo, in cui la libertà sta travalicando i limiti elaborati dal buon senso comune, non sempre ci si rende conto che il rapporto d’amore non è solo fare sesso, ma soprattutto un progetto di vita con l’altro, incardinato in un’intesa dove il conforto, l’aiuto e il mutuo scambio di affetto e di amore si intrecciano simbioticamente.

La problematica affettivo-sessuale nei disabili è venuta alla luce molto tardi e pertanto ci coglie tutti impreparati. Se qualcosa sta cambiando, il merito va attribuito a quei disabili che sono riusciti a esprimere le loro esigenze nella globalità di persona. Anche in questo settore, fu solo negli anni settanta che si iniziò a prendere coscienza del diritto all’amore del disabile; quando cioè cominciarono a essere organizzati una serie di convegni dove veniva denunciata la condizione di emarginazione in cui versavano queste persone. Il primo incontro storico, peraltro incentrato sul versante dell’handicap motorio, incentrato sul diritto all’eros per i “minorati”, fu promosso da Rosanna Benzi e dalla sua equipe di operatori (11).
Perché possiamo trovare in letteratura qualcosa di specifico e avviare un discorso sul riconoscimento della sessualità nei soggetti con ritardo mentale, dobbiamo però attendere la seconda metà degli anni novanta, anni in cui cominciano a circolare nelle sale cinematografiche dei cortometraggi elaborati da alcune associazioni di famiglie volontarie. Tuttavia, sebbene nel 1999 cinque coppie down ottenessero la palma d’oro a Venezia per la miglior recitazione parlando dei loro sentimenti, del loro amore fatto di slanci, fisicità, desideri, speranze, ancora non si può dire che la loro sessualità sia riconosciuta nel corpo sociale: la tematica restava relegata nel chiuso delle associazioni o nelle tesi di laurea di qualche volenteroso(12).
Da più parti si fa rilevare che la scarsa informazione in merito sia dovuta soprattutto ad un elevato pudore che coinvolge emotivamente gli stessi genitori, e di conseguenza avrebbe indotto il mondo mediatico-scientifico a disinteressarsene, condannando queste creature al ruolo grottesco di eterno bambino.
 
Ma non è così perché è stato accertato che gran parte di questi soggetti, specialmente con disabilità lievi, avvertono abbastanza presto l’esigenza di avere una vita sentimentale autonoma e oggi, più di un tempo, essi rivendicano il diritto a crescere, a scrollarsi di dosso lo stereotipo che li vuole eterni Peter Pan, per raggiungere la massima autonomia possibile e diventare finalmente ‘persona’, tanto che “…qualche volta essi hanno dimostrato anche la capacità di portare avanti un rapporto amoroso con un partner” (13). A Firenze si conosce una unione matrimoniale fra due giovani down che per seguire uno dei fratelli attualmente risiedono all’estero. “Elena e Mario – mi dice la madre della ragazza – vivono una permanente luna di miele, difficilmente riscontrabile nei rapporti coniugali…”. I casi come Elena e Mario sono molto rari. L’importante è che ci sono. Dobbiamo inoltre constatare che la reticenza con cui questo delicato problema viene affrontato, subisce un forte ‘empasse’ su vaste aree del nostro territorio, per cui troviamo delle disparità abissali da provincia a provincia. Non a tutti è noto che per superare le resistenze a queste unioni, da pochi anni è intervenuta una legge di rilievo internazionale. Essa prevede di estendere la piena attuazione della Carta costituzionale anche a chi presenta delle disabilità al fine di “eliminare le discriminazioni in tutte le questioni che riguardano il matrimonio, la famiglia, la paternità e le relazioni personali, sulla base di eguaglianza con gli altri, in modo da assicurare ogni diritto in età di matrimonio, sposarsi e fondare una famiglia sulla base del consenso libero e pieno dei contraenti”(14).
Tornando a Fabio, quanto osservato finora (sul desiderio di unione con l’altro sesso) trova conferma in un passo dei primi anni novanta rinvenuto tra le sue carte ‘segrete’ che avevo conservato con cura. Leggo tra l’altro: “…ho impazienza di crescere perché, una volta diventato maggiorenne potrei andarmene da casa, perché così mi potrei costruire una vita da solo…, una volta trovato il lavoro io mi vorrei sposare…”.  E’ chiaro che i disabili mentali hanno bisogno di chi si esprima per loro, perché la loro limitata scaltrezza ed anche il pudore non sempre consentono di manifestare apertamente e compiutamente ai propri genitori certe esigenze, costringendoli a vivere di sogni e di fantasie. Certamente questo è dovuto a problemi organizzativi, ma soprattutto al fatto che non si è mai voluto pensare che anch’essi hanno, come tutti, gli stessi bisogni e istinti.
Chi ha avuto modo di incontrare qualcuno di questi ragazzi avrà sperimentato che il loro approccio è caratterizzato da gesti dal forte significato affettivo con abbracci e baci distribuiti a piene mani, specie quando gli si mostrano delle attenzioni che, oltre ad una richiesta di protezione, principalmente sono gesti che ineriscono la sfera di cui stiamo parlando. Attrazione, innamoramento, corteggiamento, sono sensazioni che ogni essere umano sente sin da piccolo, e meritano grande attenzione. Non a caso Erich Fromm ne “L’arte di amare” dice che il bisogno di amare sorge dalla sensazione di solitudine o di separazione da qualche cosa o da qualcuno che ci attrae.
Se però queste manifestazioni le reprimiamo o le facciamo apparire disdicevoli, rischiamo di aggiungere frustrazione a frustrazione, rabbia e ostilità; la maniera di pensare si distorce, il potenziale creativo andrà perduto dando sfogo ad atteggiamenti passivi e talvolta autodistruttivi. O addirittura, come ci ricorda Primo Levi, produrremo un “individuo infelice e socialmente nocivo”(15). Giacché la gestione del piacere e del benessere psico-fisico è una conquista importante che coinvolge tutta la sfera emotiva del singolo, domandiamoci innanzitutto come possiamo promuovere, agevolare e gestire i loro slanci viscerali e come aiutarlo ad appropriarsi degli strumenti per realizzare una strada verso l’autonomia affettiva.
Poiché questi ragazzi, in genere, non sono avari nel concedere il loro affetto, di animo nobile e capaci di emozioni profonde, diventa centrale la necessità di procedere ad elidere la dipendenza psichica e fisica dalla famiglia e dal mondo degli anziani per essere inseriti a tutto tondo nel mondo dei coetanei. Ma quando?
È una domanda che ha un ruolo fondamentale sull’equilibrio finale del ragazzo e della famiglia, alla quale la letteratura in materia dà poche risposte pratiche ed esaustive. Sul versante dell’integrazione sociale, i nostri figli hanno la fortuna di vivere in un Paese tra i più avanzati al mondo – a partire dalla realtà scolastica per finire a quella del lavoro – con una legislazione che fa invidia a molti paesi occidentali, ma, ripeto, su quello affettivo-emotivo il terreno è ancora tutto da esplorare.
Fortunatamente nel modo di affrontare la sessualità specialisti ed operatori all’avanguardia, ai quali compete la diffusione del sapere, ci hanno liberato dall’ignoranza presentando l’amore, l’innamoramento, il rapporto e la funzione sessuale come qualcosa di non disdicevole od osceno. Tuttavia un “sessualismo” presentato come uno strumento di cambiamento positivo delle persone e della società, come certe ideologie oggi di moda propongono, verso una “società erotica” o verso un “sesso mercificato”, diffondono disorientamento nella vita comunitaria, nell’affettività, nell’amicizia, nell’amore e nei rapporti interpersonali, familiari, sociali e spirituali.
Ciononostante, non posso trattenermi dall’indignarmi ogni volta che rifletto a che punto la repressione arriva a sconvolgere e dissipare il gusto dell’Amore, a rendere buffi e vergognosi, immaturi brancolanti inesperti, come stranieri, ispidi esagitati impacciati, o repressi, ansiosi riguardo ad uno dei pochi impulsi innati e naturali che dovrebbe essere accontentato con naturalezza e magari esercitato come il mangiare e il camminare! Per questo, in una visione integrale dell’uomo, è auspicabile dare massima prevalenza al dialogo e magari, se il caso, affrontare l’argomento in comunità ad hoc.
Il sesso – secondo William Kroger, noto psichiatra psicosomatico – è un mezzo che ci offre la gioia in luogo della confusione, la speranza in luogo della disperazione e della solitudine, […] questo di solito avviene col giusto partner e nel momento giusto. Affermazioni chiarissime, ma che ancora non ci offrono alcun indirizzo pratico.
                                                                                            
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Perché privare ancora i nostri ragazzi di queste conoscenze?
Chiarito cosa si intende per sessualità ed i suoi effetti, cerchiamo di vedere come può essere affrontato il tema in un debole mentale. Molte, troppe sono le domande che attendono risposte di ordine neurologico e psicologico prima di poter decidere sul come e quando affrontare tale questione con i nostri ragazzi. Prima di procedere ad una rapida disamina della tematica, bisogna fare un’ulteriore distinzione tra “fare sesso” e “amare qualcuno”. Nel primo caso, per il maschio, la risposta si risolve in un semplice accoppiamento per il soddisfacimento di un bisogno meramente fisiologico. In tal caso non sorge alcun problema come per qualunque essere vivente, se non quello del rischio di una malattia con una prostituta. Si potrà ottenere un puro e semplice rilassamento fisico che durerà poco ed il più delle volte non sarà gratificante.
Comunque anche in questo caso la problematica resta ancora irrisolta. “E’ lecito favorire l’unione di due persone portatrici di handicap”? A che pro, con quali conseguenze e che cosa si può fare per sostenerla in questo loro bisogno affinché possano vivere quest’esperienza il più serenamente possibile ? si domandano molti psicologi e i pedagoghi moderni. La risposta è sempre la stessa: “Avviarli ad una vita comunitaria”(16).

Nell’altro caso, trattandosi di ‘unione desiderata’ tra due che si amano realmente, le cose si complicano. Poiché l’amore verso qualcuno coinvolge due personalità, se stesso e l’altro, e comprende capacità complesse come responsabilità, dedizione, comprensione, rispetto dell’altro e, nel caso della femmina percezione della disponibilità e quant’altro possa soddisfare un bisogno di protezione, di sacrificio o capacità di coinvolgimento, la domanda da porsi è questa: è pronto, ovvero è in grado un debole mentale a saper gestire queste emozioni? In altre parole, per questo soggetto qual è la sessualità sostenibile? Saprà prospettarsi e progettare un futuro “insieme” dopo essere stato tenuto a lungo sotto tutela?
Pur volendolo (o volendola) assecondare con una convivenza protetta, non si sentirà, ancora una volta, una persona di serie B? Qualora accettasse di essere controllato/a, sarà in grado a sua volta di governare i “moti dell’anima” della persona amata? Come potrebbe reagire nel momento in cui si accorgesse di non essere riamato come egli o ella si era immaginato? Sarà sicuramente preso/a dalla disperazione più di chiunque altro, proprio per la difficoltà di ‘elaborare’ il sentimento del dolore. Circa la percezione del dolore, dai sondaggi emerge chiaramente per tutti gli adolescenti compresi i normodotati, una forte discrasia fra i sessi: per lei mentre il rapporto si traduceva nel piacere di essere al centro dei desideri e l’abbandono il precipitare in uno sconforto esistenziale, per lui l’aver perso l’oggetto dei suoi desideri e l’angoscia di essere lasciato solo.
Poiché l’amore può manifestarsi anche in una forma distorta, di mera conquista, di possesso, ciò non per il sesso in sé, quanto per un falso atteggiamento rispetto al fatto sessuale. Essendo, come accennavo, il rapporto amoroso-sessuale un rapporto emozionale e molto personale, mi domando se un soggetto psicologicamente fragile possa essere in grado di assorbire i colpi delle delusioni.
In tal caso bisognerebbe manifestargli massima solidarietà, mostrandogli di essere vicino ai suoi problemi, principalmente predisponendolo a saper affrontare il ‘dolore’ facendogli capire, tra l’altro, che l’amore è anche causa di sofferenze per chiunque, anche per i più dotati. Se poi si dovesse riscontrare che, nonostante gli sforzi, il ragazzo o la ragazza non riescono a realizzare il loro sogno è necessario prospettar loro con chiarezza che vi sono altre cose che possono dare la felicità, non necessariamente l’unione con una donna o con un uomo. Ciò potrà avvenire solo se sia prefigurato un sistema di compensazione.
E allora, se un trisomico non è realmente in grado di fare fronte all’altro da sé, pena uno sconvolgimento del suo già precario equilibrio emotivo, sarà bene augurarsi che mai provi cosa significhi fare all’amore?
In attesa di indirizzi pratici e di una forte presa di coscienza della famiglia, penso sia opportuno tenerli impegnati in qualche attività gratificante, prima che implodano ripiegando irrimediabilmente su se stessi, così come avveniva nei secoli scorsi per le vergini di famiglie nobili che, prima di essere “contaminate”, venivano spedite in conventi per… “farsi” suore. E, per quanto possibile, si accontentino di guardare con meraviglia l’altro/a, ringraziando il Padre Celeste dell’energia che ha dato loro. Così facendo conosceranno stati di coscienza, di poesia e di grande elevazione, e l’esistenza sembrerà loro più bella e più ricca…
Nel frattempo per mio figlio, confortato dal suo consenso, ho pensato di contattare un’Associazione che sta sperimentando degli incontri di ‘aggregazione amicali’: un club ad hoc denominato “Stasera esco” con lo scopo di mettere in contatto ragazzi e ragazze con disabilità di diversa natura. L’idea di creare un gruppo d’incontro mirato e far vivere momenti comunitari in diversi contesti, che di volta in volta, gli stessi protagonisti decidono, è sicuramente la via migliore, ma si è rivelato un metodo poco pratico. Nonostante fossero previsti la mediazione di un professionista del settore e incontri periodici sulle emozioni a richiesta degli interessati che di volta in volta sarebbero emerse nei briefing di gruppo, per ragioni a me oscure, dopo alcuni incontri Fabio ne è uscito fuori. La stessa sorte per una ragazza che ora lavora nel ristorante dove Fabio è inserito: segno che l’argomento sessuo-affettivo non è ancora maturo, e per i ragazzi è sentito come un fattore di cui non parlare, tanto da ritenere più gratificante un impegno concreto nel sociale.
C’è addirittura chi pensa di aprire delle “Agenzie matrimoniali per disabili mentali”(17). Tutti questi esperimenti se non sono supportati da una forte presa di coscienza della società, delle famiglie e degli operatori, saranno destinati al fallimento, o al più a sopravvivere come fiore all’occhiello per aver promosso qualcosa di originale. Dovremo concludere che, finché non riusciremo a superare i nostri timori ed essere in grado di offrire loro delle opportunità, i nostri figli lotteranno con poche speranze alla ricerca dell’affetto di un estraneo, in quanto istintivamente sentono che solo da esso dipenderà la possibilità di arrivare ad un più completo sviluppo della loro personalità, come realtà fondamentale della loro vita.

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14. Il 3 marzo 2009, con Legge n. 18 il Parlamento italiano ha ratificato e reso esecutiva
la Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006. http://www.normattiva.it/
15. “La valle del Guerrino”, Einaudi 1981, pag. 205.
16. G. Castelli e V. Mariani, “L’educazione sessuale delle persone disabili”, Ares, Milano 2005, pag 108.
17. Reuven Feuerstein, “La disabilità non è un limite”, Libri Liberi, Firenze 2005, p 229.

da: F.Pugliarello, “Fabio lo specchio nascosto”, CET Edizioni, Firenze 2009

 
 
 

C’è qualcosa di miracoloso nella “diversità” dei Down

agosto 12, 2011
di

Francesco Pugliarello

da: L’Occidentale.it

del 3.aprile.2011

Accade in molte cliniche, specialmente d’oltralpe, che se vieni diagnosticato down tu non abbia diritto a nascere. Se ti concedono di venire alla luce potrebbero impedirti di entrare nei parchi giochi, perché potrebbe farti del male salire sulla giostra: accade a Gardaland. Se frequenti la scuola, vieni affidato a un insegnate di sostegno che, per compiacere qualche collega zelante, ti isola dal resto della classe: accade in molti plessi scolastici del nostro territorio.

Tu alunno down non hai diritto di partecipare a gite di istruzione con finalità didattiche, questo succede in una scuola media di Catanzaro. Se ti fanno nascere devi vivere in un villaggio fuori dei centri abitati per non disturbare i cittadini: questo accade in Russia. Mentre in qualche ambiente musulmano il down è “venerato e rispettato come un dono di Allah”, qualche volta usato anche come shahid, in Occidente è visto come un personaggio scomodo o addirittura soppresso perché improduttivo, come accade in certe popolazioni delle Ande peruviane (1). Tutto a causa di un pregiudizio riferito ai tratti somatici che, nell’ignoranza generale, a lungo ti ha fatto considerare una sottospecie umana.

Come te –  genitore – sei una persona scomoda perché sei la pietra di paragone delle loro ‘certezze’: ti osservano e ti considerano uno da compatire, o addirittura da mettere da parte perché, “…chiusi nella sicurezza dell’essere normale, sono ciechi di fronte alla precarietà della vita, hanno paura di immergersi, la guardano in uno specchio che gli seleziona le immagini in modo da non esserne turbati”. È la denuncia che un giorno lanciò Giulia Basano nei confronti della società quando adottò un disabile (2).

E’ una situazione imbarazzante che devi affrontare creandoti un nuovo orizzonte sociale, magari più ristretto, più concreto, comunque diverso dal comune sentire. Ennio Flaiano invocava il miracolo per riuscire ad amare la sua Luisa, malata di encefalite subito dopo la nascita; Emmanuel Mounier considerava la nascita della figlia Francesca, un dono inviato dal Cielo; qualche altro si rinchiude in se stesso fino a rovinarsi l’esistenza, o addirittura scappa via, abbandona il tetto coniugale.

E’ evidente che ignoriamo i passi da gigante che hanno fatto questi ragazzi negli ultimi decenni. Filosofi di fama internazionale che si atteggiano a eugenisti come l’animalista Peter Singer, spacciando la mansuetudine e la tolleranza di questi ragazzi con supposte incapacità e sofferenza a vivere suggeriscono di sopprimerli prima di nascere. Ignorano che Fabio ed altri compagni come lui lavorano, sono resistenti alla fatica, praticano sport e amano realmente. Ignorano o fingono di ignorare che alcuni di essi praticano anche attività agonistiche. La 39enne Daniela di Treviso fa l’aiuto istruttore di ballo latino-americano. Il 27enne Mauro di Cagliari è campione nazionale di pattinaggio. Axel di Prato, appena diciassettenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria.

Giovanni di Chieti canta in un perfetto inglese e si cimenta in balli di gruppo riscuotendo successi nei cabaret locali. Che dire della trentacinquenne umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”. E’ il grido di maturazione di questi ragazzi cresciuti all’ombra di internet, di televisione e di genitori responsabili: essi vogliono vivere come tutti, senza subire infingimenti.

Un’indagine del Censis dell’Ottobre scorso dichiarava che nella quasi totalità degli italiani (il 94,3%) le persone disabili suscitano sentimenti positivi come la solidarietà e l’ammirazione per la loro tenacia e determinazione di rendersi utili. Mentre è legittimo che il 54,6 per cento prova paura per l’eventualità di potersi trovare un giorno a dover sperimentare la disabilità nella propria famiglia. Non trovo però plausibile che per il 23,3% del campione la disabilità intellettiva susciti “paura”, da far subire in queste persone discriminazione e solitudine. Non tutti sanno che se ben accettati, al loro fianco puoi far fronte ad ogni evenienza.

Saranno loro a darti la forza di reagire alle avversità. È comunque un evento che ti afferra per i capelli e ti proietta in un mondo nuovo. In un mondo violento, i down sono la nuova risorsa: sono le nostre cartine di tornasole con cui  poter misurare lo spessore umano di chi ti avvicina. Nella stessa indagine si sottolinea la convinzione generalizzata (il 58% degli intervistati) che il down abbia ancora un’aspettativa di vita limitata, al massimo 40 anni, mentre in realtà oggi è cresciuta superando i 60 anni.

La verità è che nella nostra cultura essere sani, belli, tonici, senza grassi né cellulite sono segni di affermazione sociale, e non ci si rende conto che tutto questo può essere utile ad uno specchio, non a una società sempre più povera di verità e di calore umano: sentimenti troppe volte confusi con il culto del forte e dell’intelligente in cui il ‘diverso’, in certi contesti è condannato all’isolamento sociale. Siamo stati abituati a considerare i down persone non normali, in quanto partiamo dal presupposto che ciò che noi intendiamo essere normalità sia il metro di valutazione universale.

Una convinzione che costringerebbe questi ragazzi a essere e rimanere come sono, percepiti nel nostro immaginario, aspettandoci che facciano cose da down. Poiché essi hanno aspetto, comportamenti e atteggiamenti diversi da chi vive un’esistenza ‘normale’, li incaselliamo e adottiamo nei loro confronti stupide convenzioni comportamentali che non li aiuta a crescere, ma soprattutto, non aiuta noi.

Se invece cominciassimo a pensare che poi non è tanto diverso dai cosiddetti normodotati, che hanno problemi esistenziali come chiunque, e il grado di ritardo mentale non sempre dipende dal tipo di trisomia quanto dall’ambiente, dal clima familiare, dalle sue attività e dunque dalla qualità della sua vita, forse impareremo a conoscere meglio noi stessi. Il down è una persona che esige rispetto perché, per natura, rispetta chiunque, specie se in difficoltà come lui e contrariamente agli stereotipi che gli abbiamo cucito addosso, è capace e cosciente. Cominciamo anche a sfatare il luogo comune secondo cui sia una persona felice perché mostra disinvoltura e allegria.

Non sempre è così. Quando diventa adulto, si pone domande come chiunque; riflette sul suo futuro ma non sa progettarlo perché è per natura tributario di chi gli sta accanto e tale potrebbe restare con le sue ansie: non riesce a decifrarle e se è in grado, per non tubarci le camuffa. Egli saprà soltanto accettare o rifiutare quanto gli si propone, sta a noi capirlo, tenendo presente che in questa figura si condensa la fragilità e la resistenza dell’essere umano. Diventa pertanto nostro dovere sentire l’obbligo morale di ricambiare l’affetto che egli ci offre senza la pretesa di un tornaconto, perché ha bisogno di noi e non riuscirà mai a serbare rancore, nemmeno se riceverà delle contrarietà. In questo, forse solo in questo, è diverso da noi.

(1)  F. Pugliarello,  “ Lo specchio nascosto”  (testimonianze di viaggi)
       CET  (Centro Editoriale Toscano),  Firenze 2009,  pp. 33-36.

(2) G. Basano, “Nicola, un’adozione coraggiosa”, Rosemberg & Sellier, Torino 1999, p. 28.

 

TMNews – Immigrati, presidente Toscana: basta dire ‘fuori dalle balle’

marzo 30, 2011

TMNews – Immigrati, presidente Toscana: basta dire ‘fuori dalle balle’.

E’ la solita presa di posizione da barzelletta. Vorrei vedere quale desiderio hanno i toscani vedersi in casa propria dei clandestini…

“Fuori dalle balle” lo dico per prima io ed ha ragione il ministro Bossi a ripeterlo. Che si facciano identificazioni rapidissime. Nell’incertezza che si sbattano fuori dai nostri confini, siano rispediti a casa loro, ovviamente concordando (come ieri ha fatto Frattini) col Governo tunisino. Ovviamente i rifugiti che vengano accolti così come prevedono i trattati di Shengen.

Prego il Presidente Rossi di collaborare col Governo, piuttosto che  aggregarsi al carrozzone dei nazionalismi dell’UE.


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