La doppia morale della sinistra sta divorando sé stessa

marzo 26, 2012
 
di Francesco Pugliarello 
(da:  Magna Carta Toscana-Circolo dei Liberi) 

Sappiamo chi è Feltri: è uno che quando c’è da rovistare nei meandri del potere non si tira indietro, è uno dei pochi giornalisti di inchiesta ancora presenti in Italia, insieme a D’Avanzo. La critica sferrata alla Bocassini è un’azione senza precedenti. Essa investe gli equilibri dei più alti livelli istituzionali con risvolti futuri ancora da vedersi. Se è vero che Berlusconi ha il “difetto” di essere un brianzolo arricchito, anziché un salottiero romano, e che da sempre gode di poche simpatie in certi ambienti dell’alta finanza e dei giornali da essa sostenuti, è anche vero che di cosucce da rivedere ce n’è tante. Infilarle nel tritacarne alla fine è rischioso per tutti, gli schizzi volano ovunque.

L’errore del giornalismo di sinistra e di repubblica in primis, non è tanto quello di pubblicare le notizie di escort e veline berlusconiane, ma quello di insistervi, a volte non avendo in realtà nulla di serio da dire. Veramente pensavano di far cadere Berlusconi? …O vogliono fare concorrenza a Eva 2000? Era proprio urgente, per la propria bella faccia, tentare di sfregiare l’immagine dell’Italia all’estero? Ad alcuni come Francia, o Gran Bretagna non par vero indebolire un concorrente!

Anche se noi italiani siamo grandi consumatori di giornaletti scandalistici, ci sono pure quelli che se ne fregano degli scandali sessuali: questi ultimi sono molto più interessati alle notizie che possono migliorare il loro tenore di vita, e sono la stragrande maggioranza. Quando si comincerà a parlare di temi concreti? Perché continuiamo a farci coinvolgere nelle guerre tra potenti e farci distrarre da cose più importanti? Stiamo davvero perdendo le coordinate del vivere civile, e ha ragione Veltroni quando afferma che “non è tutta colpa di Berlusconi”.

Giustamente Stefano Zecchi tempo fa si domandava: “Perché, nessuno inibisce questi eroi della rivoluzione [parolaia] di sguazzare nei salotti borghesi servendosi di ciò che affiora da quella che loro definiscono “iniquità” capitalista”? E’ la doppia morale che consente, oggi come allora, di predicare in un modo e razzolare in un altro. Essi son furbi, si servono del paravento del momento per coprire i loro scheletri. Iri Prodi, oggi Fini. Ma oggi è più difficile praticare questa doppia morale, essa viene immediatamente smascherata. I “vizi” di De Benedetti, degli Agnelli li hanno già pubblicati, ma le anime belle hanno la memoria corta: c’è la condanna dell’UE a Prodi, pronta nel cassetto se il prof dovesse rialzare la testa; i rimborsi truccati di Ignazio Marino; le coop rosse (Unipol-BNL) pronte per il duo D’Alema-Bersani; il vecchio scandalo di Affittopoli, la Campania, la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo. Su Franceschini si potrebbe andare a scavare in quel fantastico mondo di scambio di voti che era la margherita al sud….; Di Pietro, “Bè su Di Pietro ci si potrebbe scrivere un libro”, dice Adinolfi leader della ex margherita.

Arriva Berlusconi, e cosa ti combina? Ha la spudoratezza di dire che la storia del comunismo internazionale è una crudele avventura di distruzione della libertà e di annientamento della persona; che i nostri vecchi comunisti continuano a imbrogliare le carte per rendersi presentabili in un mondo che ha seppellito il comunismo. Quel comunismo che sul “Libro nero” illustra, come nessun altro, le nefandezze di un capitalismo di Stato che tanti lutti ha provocato nelle famiglie dei loro compagni. “Come si permette quel maniaco di Berlusconi di criticare?” Si chiede il vecchio pensionato della casa del popolo di Firenze che ha abbandonato la lotta di classe per diventare portavoce del conformismo moralizzatore! E allora, preso atto che il mondo non si può cambiare, lui e i suoi compagni decidono di censurarlo: “moralisti di tutto il mondo unitevi”, è la nuova parola d’ordine. Incalza la Rossanda, che però spera nell’ex aennino Fini: “Berlusconi è un gaffeur, un bauscia, lui e i suoi alleati con quel Bossi in canottiera sono l’unica vera tendenza di fascismo localista in abiti nuovi”.

E’ la disperazione di un manipolo di cittadini frastornati dai suoi ex sessantottini al potere che non sa più a che santo votarsi. A questo si sono ridotti certi politici e intellettuali della sinistra nostrana, orfani della doppia morale? Guardano la pagliuzza nell’occhio del nemico, incapaci di guardare la trave nel proprio, presumono di dare un giudizio morale sul premier prima ancora che politico e su chi lo sostiene. Ma ecco che appena questi ‘benpensanti’ vengono pizzicati nelle loro manie piccolo borghesi, urlano, gridano all’aggressiore, alla democrazia in pericolo, alla libertà di parola minacciata, addirittura al fascismo che ritorna, e si accingono a raccogliere dieci milioni di firme contro il satrapo-pedofilo. È ovvio, solo loro hanno il diritto di interdizione perché possono autoassolversi, ritenendosi moralmente e culturalmente ineccepibili. Perché se sciaguratamente vengono smascherati, non riescono più a predicare in un modo e a razzolare in un altro, restano convinti di poter giudicare dall’alto le proprie qualità estetiche e la moralità di chi non è bello come la loro ‘gay-tudine’.

Il “basso“, dove Napoli muore per il disinteresse della politica

marzo 26, 2012

 da http://lOccidentale.it 

del 12 Febbraio 2012

di Francesco Pugliariello (alias Francesco Pugliarello)

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Lo stillicidio di infezioni che si registrano periodicamente a Napoli,  non è più tollerabile. L’essere un porto di mare non assolve la città,  dal momento che i dati epidemiologici rilevati negli ultimi due secoli  ci confermano che la prima ad essere colpita con il più alto tasso di  infezioni è proprio quest’antica capitale del nostro Mezzogiorno. Da  tempo ci si sofferma sulle cause che condannano questa meravigliosa  metropoli e il suo hinterland a soccombere a causa dell’altissima  densità di abitanti nei bassi assiepati nei vicoli malfamati, e per la  loro fatiscenza, senza mai venir a capo di una soluzione.

Sui bassi di Napoli si è molto scritto, spesso facendo la fortuna di molti personaggi. Con i vicoli, gli angiporti, i fondachi, visti come simboli di un mondo fantastico e pittoresco, esso ci è stato presentato meno nella sua realtà sociale ed economia, tanto che la sua reale fisionomia resta sconosciuta ai più. Non vi si è sottratto neppure il teatro di Eduardo quando in “Napoli Milionaria” ci presentava – a mo’ di documentario – gli abitanti di quei tuguri come i classici di una cultura tutta partenopea che, nonostante “l’abbandono di dio e degli uomini”, riuscivano a sopravvivere sorretti da una filosofia del tutto originale.

Del basso cominciò a parlarne Giovanni Boccaccio nel lontano 1325 quando fu condotto dal padre in questa città all’età di dodici anni da restarne favorevolmente colpito, per poi descriverlo nel suo Decamerone: “…guardo quelle che siedono presso la porta delle loro case in via Capuana; di ciò gli occhi porgendo grazioso diletto…”. E più di recente E.A.Mario nella canzonetta “O vascio”, il quale, tessendo l’elogio di quel tipo di abitazione, declamava: “…Se ospita una bella ragazza, esso è migliore di una reggia”. Ma, poiché il basso investe una cultura secolare, la sua tragica realtà esula da un semplice problema esistenziale locale per divenire una questione di politica nazionale e di legalità connesse ai fenomeni della emarginazione e della endemica disoccupazione.

E’ noto che “ ’o vascio” è un’abitazione unicellulare, al massimo di due stanzette a piano matto , ricavata da antichissimi locali destinati a depositi che in successione si aprono nei numerosi vicoli della Napoli del centro storico e in alcuni paesini della periferia. In poco più di una dozzina di metri quadri ci vive una famiglia di almeno 5 persone. La funzione di questo locale è praticamente quella di mero dormitorio dato che la maggiore attività, fatta di piccoli espedienti, è vissuta lungo i vicoli, sì da conferire ad essi un carattere di intimità e da suscitare nel visitatore la sensazione di trovarsi non in una strada, ma in una calda, accogliente grossa abitazione. In senso lato, il nome di basso può essere attribuito sia a quei gruppi di edifici a piano terra che si costruivano nel medioevo come magazzini per il commercio delle merci provenienti dal mare, sia riferito a un processo di differenziazione sociale e ambientale delle zone destinate al basso ceto. Vale a dire un fondaco che, a spregio della modernità, ancora sopravvive (sebbene limitatamente) in città di mare come Dublino e Anversa.

A differenza di queste ultime, però, nei bassi di Napoli è racchiusa una parte della storia di una Capitale. Terra ambita da poeti, scrittori e curiosi d’ogni sorta per la dolcezza del suo clima, la natura voluttuosa, il folclore multiforme dato dalle diversissime e antichissime origini antropologiche del suo entroterra che poco hanno a che vedere con la ‘grande’ storia, Napoli, da città impegnata qual era destinata a essere, negli ultimi decenni è divenuta un luogo irreale. In verità, questa Napoli leggendaria non è mai esistita se non nella fantasia dei suoi (ignari?) detrattori. Oggi questa facciata sta sgretolandosi sotto il peso di enormi contraddizioni e, come tutte le megalopoli mostra le sue disfunzioni più visibili dovute a un’inammissibile incuria amministrativa, al sottosviluppo, alla malavita e alla diffusa sottocultura, da cui una insanabile frattura sociale tra il popolo comune e un’èlite di grande spessore culturale ma eccessivamente dottrinale, che stoicamente, e diciamo pure, eroicamente, ancora resiste: fattori che hanno impedito il consolidarsi di una vera democrazia, come in quasi tutto il nostro mezzogiorno.

Tornando ai “ricoveri”, parte di essi sopravvive fin dal secolo XV, legati al fenomeno del primo grosso inurbamento europeo. Mentre i governi di molte città dell’epoca procedevano alla trasformazione edilizia adattandola ai mutati tempi, gli Aragonesi per evitare lo spopolamento delle campagne circostanti si limitavano a emettere una serie di ‘Prammatiche’ (Ordinanze) contro lo sviluppo edilizio. Gli immigrati, composti per lo più di contadini, piccoli artigiani e trafficanti di diversa natura non trovando alloggi, perché quelli restanti erano occupati dalle numerose famiglie dei funzionari e militari spagnoli, finirono per adattarsi in questi “tuguri” destinati inizialmente a depositi. Da allora, i cosiddetti bassi si moltiplicarono a vista d’occhio senza che nessun Governo se ne curasse, tanto che verso la metà del XVIII secolo, invece di diminuire a causa del perdurante divieto urbanistico, la popolazione superò il mezzo milione, portando Napoli al primo posto tra le città europee per densità demografica. Nonostante i Borboni ampliassero le mura, si dovette attendere il colera del 1884 per riconoscere che questi agglomerati, prossimi al porto, costituivano un terreno fertile per malattie a carattere epidemico.

In tale occasione il censimento denunciò 22.785 locali di quel tipo, occupati da 105.257 abitanti. L’intera Italia trasalì, richiamando l’attenzione dell’Europa. “Bisogna sventrare Napoli”, fu allora la frase alla moda; sembrava che il Governo centrale non desiderasse altro che far sparire da Napoli le abitazioni malsane. Difatti qualche anno dopo, sulla spinta del sindaco Nicola Amore (magistrato di spicco dell’epoca, cui oggi è intitolata una delle maggiori piazze di Napoli, che Matilde Serao definì “il miglior sindaco che mai Napoli avesse avuto”), con la sua “Legge per il risanamento della città” da cui scaturì la “Società pel Risanamento di Napoli”, si diede inizio ai lavori limitandosi a elevare una specie di paravento dinanzi alla Napoli dei vicoli. Furono abbattute anche vecchie case patrizie, ma il sudiciume dei bassi rimase. Ne “Il ventre di Napoli” la lungimirante Matilde Serao su Il Mattino lanciò una furibonda invettiva al premier di allora, Agostino De Pretis: “Sventrare Napoli? Credete che basterà? Voi vi illudete che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli”. “Voi non potete lasciare in piedi le case lesionate dall’umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all’ultimo piano si brucia nell’estate e si gela nell’inverno, dove le strade sono ricettacoli d’immondizie, nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti [...] il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione, bisogna ricostruire Napoli quasi daccapo…”.

Negli ultimi decenni i crolli dei palazzi nei vicoli dei quartieri spagnoli e una chiesa di Forcella che cade a pezzi, sono l’emblema di questo degrado. C´è un vecchietto in questo rione, che tra l’altro ha dato i natali a Nino Taranto e a Bud Spencer, che raccoglie e conserva i bulloni che cadono dalle impalcature di un’antica Chiesa: “Faccio la collezione, così quando moriremo tutti, troveranno il mio tesoro e sapranno che è stata colpa dell´indifferenza”. I bombardamenti dell’ultima guerra che distrussero oltre centomila appartamenti in tutta Napoli non evitarono che si ricostruissero nuovi bassi! Oggi questi terranei fatiscenti sono molto più puliti e meno squallidi di come apparvero a Renato Fucini nel 1877 che li descrisse in “Napoli a occhio nudo”. Anzi appaiono illeggiadriti da tendaggi e vivacizzati da televisori, poster ed elettrodomestici, magari raccattati a quattro soldi alla Duchesca.

Nati come ricoveri temporanei, questi locali sono divenuti dimore stabili per emarginati. Vero è che negli anni sessanta furono creati altri rioni popolari in alcune zone periferiche, ma è anche vero che gli appartamenti di quei rioni finiscono per essere assegnati a famiglie di nuova formazione che, abbandonando le campagne si trasferiscono in città. Ma l’appartamento per tutte non c’è, e alcune vanno a occupare i nuovi depositi e li trasformano in nuovi bassi. Talvolta qualche inquilino di questi tuguri riesce a farsi assegnare un alloggio popolare, com’è avvenuto con la legge 167 del ‘62 a Scampia, Pianura e Ponticelli. Ma essendo questi alquanto distanti dal centro, adattando a sé le leggi vigenti, danno in affitto l’alloggio buono e rimangono compiaciuti nelle loro ‘tane’: lì se non altro possono continuare i loro commerci abusivi provenienti dal porto al riparo da occhi ‘indiscreti’, semprecchè non vengono affittati a cittadini extracomunitari, spesso irregolari a prezzi “proibitivi”. Si è così ricreato l’antico circolo vizioso, difficilissimo da stroncare.

Non essendovi ancora un censimento ufficiale, a tutt’oggi ci si deve basare sulla rilevazione compiuta dalla Doxa del 1965 che contava circa 45.000 abitazioni come “bassi” con un numero di abitanti che superava le 200.000 unità, vale a dire una ogni 6-7 napoletani. All’esterno di ciascuna di queste case censite nel 1931 (con intenzioni risanatorie che la guerra vanificò), c’è una targa di marmo con una scritta significativa: “Terraneo non destinabile ad abitazione”. E’ una frase provocatoria che sta a testimoniare una volontà fatta solo di belle intenzioni.

Fra le numerose conclusioni che il lettore può trarre, a me ne viene in mente una, la più ovvia: sarà in grado il nuovo sindaco de Magistris (anch’egli proveniente dalla magistratura come Nicola Amore, il sindaco del famoso Risanamento di fine ‘800) di accogliere questo pressante invito dei suoi concittadini? Se prendo in considerazione la sua determinazione, ci potrei anche sperare. Ma, fintanto che i miei conterranei non si mettono in testa di pagare tutti i tributi, non ci credo; vale a dire che, nonostante l’impegno civile di sempre più numerosi cittadini, il basso, con la sua gente, resta il vergognoso emblema di un secolare disinteresse politico-amministrativo nei confronti di una metropoli che, ciononostante, assieme ad altre fu ed è giustamente considerata la culla di una cultura umanistica di prim’ordine.

 

 

Il jihadismo è ancora forte in Europa: l’attentato di Tolosa docet

marzo 26, 2012

                  

La guerra santa dei musulmani europei

da ” http://l’Occidentale.it

 di

Francesco Pugliariello (alias Pugliarello)

del  22 Marzo 2012

 

Il fatto di sangue di Tolosa segue di pochi giorni il fallito attentato alla Sinagoga di via Guastalla a Milano. Chi stava pianificando l’attentato in Italia era un giovane 20enne marocchino, considerato “integrato” nella società italiana nella provincia di Brescia. E il marocchino in questione aveva complici, in tutta Europa. Il primo pensiero, dunque, è andato alle cellule del terrorismo jihadista disseminate nel vecchio Continente.

Il caso di Tolosa la cui strage al momento pare debba risalire alla mente esaltata di un certo Mohammed Merah, soldato francese di ritorno dall’Afghanistan dove potrebbe essere entrato in contatto con gli attivisti di al-Qaeda. Si ha la sensazione che nella adolescenza sia stato indottrinato, come quasi tutti i suoi compagni in Francia, vediamo cosa uscirà fuori dalle indagini che la sicurezza francese sta rovistando sul suo passato. Insomma, un convertito all’islam fondamentalista, che avrebbe ritrovato le sue radici durante una missione militare.

Qualche anno addietro, precisamente ai primi di febbraio 2007, uno dei tanti monitoraggi dei Servizi di Informazione della Direzione Centrale della polizia francese (DCRG) effettuato su 1610 convertiti all’islam, riportato da Piotr Smolar su ‘Le Monde’, rivelava che dopo gli attentati dell’11 Settembre il passaggio alla nuova fede ha subìto una vertiginosa impennata grazie ad un frenetico risveglio del proselitismo. La notizia più raccapricciante è che gran parte di questi nuovi adepti sono andati ad occupare posti di lavoro in settori altamente sensibili. Così, mentre alcuni Paesi di provenienza si ‘aprono’ alla ‘democrazia’, il nostro Continente si appresta a diventare la palestra del jihad islamico. Lo stesso fenomeno trova riscontro anche in Inghilterra (quando verrà monitorato in Italia?).

E’ indubbio che la fame di religiosità, come riconosce il Papa Benedetto XVI, segna il fallimento delle politiche nazionali degli Stati. Però il fascino che l’islam esercita sui figli e sui nipoti degli immigrati musulmani, testimonia la sconfitta di un modello multiculturale alimentato da una sinistra post-comunista e progressista rea di aver forzato ideologicamente la realtà. L’islam, in un mondo globalizzato, privo di modelli culturali alternativi, tende ad appropriarsi di questa ideologia che si pensava definitivamente scomparsa con la fine della guerra fredda, ma che è riemersa prepotentemente alla fine degli anni Sessanta. L’Occidente affascina perché è qui che si può ottenere il pieno godimento dei diritti umani. Tuttavia questa attrazione, che porta allo sradicamento delle proprie origini, se non è supportata da politiche più severe nei confronti dell’integrazione «facile», spinge all’abbraccio con queste filosofie di vita nichiliste.

Modelli criticati da Hannah Arendt e da Alain Finkielkraut, sempre più contigui a certe illusioni che Karl Bracher definisce totalitarie di sinistra e di destra, ai quali fa eco il filosofo di sinistra doc, Andrè Glucksmann, il quale nella campagna presidenziale si schierò al fianco di Nicolas Sarkozy e che accusa i loro fautori di essere “narcisisti” perché “… si credono di essere moralmente infallibili e mentalmente intoccabili”.

Ma veniamo al reclutamento. Di solito il primo abboccamento e la successiva “conversione-alla-nuova-fede-ortodossa-islamica” avviene in carcere, dove questi piccoli criminali di reati comuni disoccupati o politicizzati provenienti dalle banlieue (come quelle di Toulouse) si associano ai più scaltri, magari più istruiti, per ottenere dei privilegi, come ad esempio l’allestimento di una sala di preghiera, la richiesta di pasti halal o altre facilitazioni che in Francia vengono concesse solo ai musulmani. In quell’ambito peraltro non vengono esclusi contatti strategici con il terrorismo nostrano.

Una volta in libertà, una parte di questi convertiti vengono integrati nelle strutture di sostegno logistico islamico o avviati alla vigilanza in zone aeroportuali o nei centralini telefonici, o emigrano verso i paesi “caldi” come l’Afghanistan). Altri trovano lavoro in punti vendita halal (carne permessa e macellata secondo le linee guida indicate nella Sunnah), il cui commercio “permette spesso di ripulire il denaro sporco”, come la mafia utilizza le catene di pizzerie. Altri ancora vengono assunti in una delle tante piccole editorie condotte dagli stessi musulmani.

Gran parte delle “prede” francesi che si inchinano davanti alle lusinghe di questi «benefattori», riferisce l’inchiesta, provengono dai suburbi dove il più delle volte vivono a contatto con le comunità delle ex colonie di magrebini, che, col pretesto dell’offerta di un guadagno sicuro, abboccano. Provengono cioè da quella fascia mediterranea dove è più spiccata la tecnica della dissimulazione, ossia la capacità di camuffare le proprie intenzioni presentandosi come persona onesta in grado di venirti incontro.

Questo atteggiamento è tipico del movimento “salafita” (la cui corrispondenza in occidente potrebbe rintracciarsi in un evangelismo spinto di matrice atea) che, per un emigrante di seconda o terza generazione non viene percepito come francese dai francesi, ma nemmeno come arabo dagli arabi, gli fornisce una nuova identità decontestualizzata: un’identità particolarmente adatta per chi non riesce più a riconoscersi in nessuna patria e in nessuna tradizione. Come sostiene il professor D’Atri, si ritrovano in una specie di “patria ideale senza confini e senza tempo”: sostanzialmente un’identità purificata dalle influenze provenienti dal mondo occidentale Cristiano.

Senza accorgersene questi giovani vanno a rinfoltire il movimento dell’internazionalismo integralista, quello predicato dai fratelli Musulmani. Insomma, un coacervo di devianza e di odio sociale che sfocia ineluttabilmente nel terrorismo e nell’odio verso tutto e tutti. Tuttavia la sostanza non cambia se pensiamo che quando finirà quella maledetta guerra afghana costoro torneranno tra noi in Occidente. La rappresentazione del fenomeno sociologico studiato in Francia testimonia la sconfitta morale di una certa sinistra presente negli organismi che contano, proni alle mistificazioni di questi nuovi farisei che stanno gestendo la complessa problematica dell’immigrazione europea.

La comunità internazionale, se vuole resistere a queste farneticanti ideologie, dovrebbe a mio avviso, puntare ad una strategia che coinvolga a pieno titolo i musulmani modernisti con un adeguato programma, ma che invece pare stia riuscendo ai fondamentalisti islamici. La strategia vincente, in prima battuta, poterebbe consistere in un controllo maggiore sul territorio, più che di natura miliare o di natura politica. Quella militare, chiariscono i maggiori osservatori come Magdi Cristiano Allam e Daniel Pipes, è una concezione desueta della sicurezza, perché nell’era del terrorismo islamico globalizzato la vera arma non sono le bombe ma “il lavaggio del cervello che trasforma le persone in robot della morte”.

Così, nella precarietà sociale delle immigrazioni successive, l’islam radicale attinge il suo alimento per rafforzarsi e destabilizzare le nostre istituzioni. Hanno ragione gli intellettuali d’oltralpe alla Glucksmann ad ammonirci che fin quando non saremo in grado di sradicare nel nostro Continente «il mito dell’edonismo libertario» che sfocia nell’apologia del nomadismo, “plasmando la visione della politica e della storia”, l’Occidente sarà condannato a subire la sharia (e legge islamica).

Impariamo dai Down cos’è una vita empatica

novembre 29, 2011

…La capacità di “sentire gli altri”

da “L’Occidentale.it”  del 19 Novembre 2011
 
di Francesco Pugliarello 

   

Sappiamo che le persone con sindrome di down, notoriamente definite eterni adolescenti, sono guidate più dal cuore che dalla testa. Se prendiamo a riferimento le loro prestazioni scolastiche, che sono improntate sulle capacità logico-matematiche, ci convinciamo di avere a che fare con dei mediocri; alla stessa stregua se li sottoponiamo ai test di valutazione del Q.I. li troviamo a un livello molto basso rispetto alla media. Ma i test psicologici non indagano le competenze più recondite legate all’intelligenza creativa, all’abilità di cogliere nell’intimo delle persone: in altre parole alla capacità di provare forti emozioni. Questi ragazzi, a compensazione della scarsa capacità logica, possiedono una sensibilità empatica originalissima che non è ascrivibile ad una misurazione razionale.

Ossia sono portatori di una tendenza alla condivisione degli affetti, che poi è alla base delle relazioni significative degli esseri umani caratterizzate dai legami interpersonali.  In altre parole essi hanno un qualcosa di incommensurabile che noi, figli dell’“Homo Oeconomicus” stiamo smarrendo: la capacità di “sentire dentro” ciò che l’interlocutore sta provando. Forse è venuto il momento di imparare da questi ragazzi il saper vivere in armonia con gli altri e prendersi cura dei loro bisogni. Se un giorno il nostro scetticismo verrà smentito da uno strumento che sarà in grado di misurare il peso empatico dell’essere umano, allora ci accorgeremo di aver sottovalutato e qualche volta disprezzato per presunzione le qualità umane e le potenzialità delle persone con disabilità intellettiva, specialmente quelle con la sindrome di down.

Una moderna corrente di pensiero che fa capo al nobel delle neuroscienze, Eric Kandel (1), confermata dall’antropologo della mente Alessandro Bertirotti in “La mente ama”, riportando indietro l’orologio della conoscenza empirica, sostiene che molte produzioni che hanno lasciato un segno tangibile sono state concepite non tanto da logiche legate al raziocinio, quanto da meccanismi che passano dalle emozioni (2). D’altronde, a supporto della ricerca, qualunque scienziato usa formule cha a loro volta sono precedute dall’intuizione, figlia delle emozioni. Questo è evidente negli artisti in genere, nei romantici, nei pittori che, secondo gli esperti stanno a testimoniare i limiti del raziocinio, e pur tuttavia sono persone che noi apprezziamo molto. Difatti, a supporto della ricerca, qualunque scienziato usa formule che a loro volta sono precedute dall’intuito!

Questi studiosi ci dimostrano che in generale la parte emotiva del cervello è molto più raffinata e completa di quella logico-razionale perché è stata “meravigliosamente rifinita” dall’evoluzione delle ultime centinaia di migliaia di anni: è quella che Gustav Jung chiamava “intelligenza emotiva” della nostra personalità e la collocava nell’emisfero destro del cervello, complementare all’altro emisfero che presiede l’ambito dell’”intelligenza razionale”.  Tuttavia, come ogni opinione anche questa ha il suo rovescio. È, secondo Kandel il motivo per cui ci aggrappiamo all’illusione del razionale. Difatti, “quando l’istinto sbaglia, sbaglia di brutto, e questo sbaglio ci fa sentire traditi”. Solo allora invochiamo la ragione. In altre parole, se la parte emozionale è predominante, tanto da prevalere sulla parte logica che è debole, scarsamente volitiva, quest’ultima può facilmente capitolare sotto la pressione di una tempesta emotiva. Se riflettiamo, ci accorgiamo che spesso i nostri adolescenti nelle loro insicurezze, si rivolgono a noi per essere confortati nelle decisioni dettate prevalentemente dall’istinto.

Ma prendendo per buono quanto sostenuto da questo neuroscienziato, possiamo concludere che quando i nostri ragazzi si rivolgono a noi per essere confortati nelle loro azioni “istintive”, non è detto che siano in errore. Alcune volte Fabio mi pone delle richieste apparentemente assurde, ma che per lui hanno un senso che sfugge al mio raziocinio. Poiché, come ho detto, è il sentimento a guidare i nostri adolescenti piuttosto che il pensiero astratto, per evitare che istinto/ragione, nella difficoltà di gestire queste facoltà, vadano in corto circuito, è necessario ed opportuno che le loro suggestioni siano filtrate alla luce della nostra logica, senza pretendere più di quanto possano dare. Per questi motivi penso che ogni genitore che segue con amore il processo evolutivo del proprio figlio, dovrebbe sforzarsi di capire che non sempre è bene frenarlo nelle proprie suggestioni, che potrebbero avere delle motivazioni fondate, ma che a noi magari sfuggono.

Dalla frequentazione del mondo degli adolescenti come formatore, ho imparato che anche per questi ragazzi liberare l’istinto e agevolare la spontaneità sono la via migliore per seguire il proprio talento e perché no, anche la via maestra per raggiungere la felicità. Allora, perché non imitarli? Non assecondarli? Perché forzare la loro natura? Perché pretenderne l’omologazione?

          

(1).  Eric Kandel, http://it.wikipedia.org/wiki/Eric_Richard_Kandel

(2). Alessandro Bertirotti, “La mente ama – per capire ciò che siamo con gli affetti e la propria storia”,  Il Pozzo di Micene,  Firenze 2011, pp. 76-79. www.bertirotti.com/pubblicazioni/

Impulsi ed emozioni relativi alla problematica sessuale nel ragazzo down

ottobre 7, 2011

“All’inizio il mondo era il Sé sotto forma di una persona.
Si guardò intorno e non vide che se stesso. Dapprima gridò: “Io sono”,
e poi si spaventò; poiché ognuno è atterrito quando è solo”.
UPANISHAD

“La sessualità è un’occasione di crescita personale”.
“È la libertà di prendere decisioni per la propria vita”.
E ancora,
“È una grande organizzatrice della vita umana” (F. Veglia).
“È il motore di tutte le autonomie, di tutte le abilità latenti”(J. Baldaro Verde).
“Privare un essere dell’amore, vuol dire privarlo del piacere di vivere” (A. Mannucci).
“I genitori temono ogni cambiamento sia per l’autonomia sia per quella sessuale” (G. Castelli).
Non v’è dubbio che in tema di sesso e di relazione sentimentale i nostri figli vivono un dramma esistenziale. A vedere la cosa dall’esterno, la gente è scettica e incredula quando nota una coppia di ragazzi disabili passeggiare per le strade. Dall’interno, la fragilità affettiva – caratteristica del ritardo mentale – determina insicurezza e bisogno di protezione e in alcuni casi di forte dipendenza. Questo bisogno è legato alla consapevolezza di non poter provvedere da soli alle proprie esigenze, e di avere a disposizione dei riferimenti concreti nei momenti di necessità. Ancor più triste è sapere che siamo noi genitori a porre dei limiti a questi giovani che manifestano il loro amore per qualcuno; come più volte ho cercato di sottolineare, il motivo principale è in una forma di ignoranza diffusa e di ancestrali preconcetti. Nel mondo contemporaneo, in cui la libertà sta travalicando i limiti elaborati dal buon senso comune, non sempre ci si rende conto che il rapporto d’amore non è solo fare sesso, ma soprattutto un progetto di vita con l’altro, incardinato in un’intesa dove il conforto, l’aiuto e il mutuo scambio di affetto e di amore si intrecciano simbioticamente.

La problematica affettivo-sessuale nei disabili è venuta alla luce molto tardi e pertanto ci coglie tutti impreparati. Se qualcosa sta cambiando, il merito va attribuito a quei disabili che sono riusciti a esprimere le loro esigenze nella globalità di persona. Anche in questo settore, fu solo negli anni settanta che si iniziò a prendere coscienza del diritto all’amore del disabile; quando cioè cominciarono a essere organizzati una serie di convegni dove veniva denunciata la condizione di emarginazione in cui versavano queste persone. Il primo incontro storico, peraltro incentrato sul versante dell’handicap motorio, incentrato sul diritto all’eros per i “minorati”, fu promosso da Rosanna Benzi e dalla sua equipe di operatori (11).
Perché possiamo trovare in letteratura qualcosa di specifico e avviare un discorso sul riconoscimento della sessualità nei soggetti con ritardo mentale, dobbiamo però attendere la seconda metà degli anni novanta, anni in cui cominciano a circolare nelle sale cinematografiche dei cortometraggi elaborati da alcune associazioni di famiglie volontarie. Tuttavia, sebbene nel 1999 cinque coppie down ottenessero la palma d’oro a Venezia per la miglior recitazione parlando dei loro sentimenti, del loro amore fatto di slanci, fisicità, desideri, speranze, ancora non si può dire che la loro sessualità sia riconosciuta nel corpo sociale: la tematica restava relegata nel chiuso delle associazioni o nelle tesi di laurea di qualche volenteroso(12).
Da più parti si fa rilevare che la scarsa informazione in merito sia dovuta soprattutto ad un elevato pudore che coinvolge emotivamente gli stessi genitori, e di conseguenza avrebbe indotto il mondo mediatico-scientifico a disinteressarsene, condannando queste creature al ruolo grottesco di eterno bambino.
 
Ma non è così perché è stato accertato che gran parte di questi soggetti, specialmente con disabilità lievi, avvertono abbastanza presto l’esigenza di avere una vita sentimentale autonoma e oggi, più di un tempo, essi rivendicano il diritto a crescere, a scrollarsi di dosso lo stereotipo che li vuole eterni Peter Pan, per raggiungere la massima autonomia possibile e diventare finalmente ‘persona’, tanto che “…qualche volta essi hanno dimostrato anche la capacità di portare avanti un rapporto amoroso con un partner” (13). A Firenze si conosce una unione matrimoniale fra due giovani down che per seguire uno dei fratelli attualmente risiedono all’estero. “Elena e Mario – mi dice la madre della ragazza – vivono una permanente luna di miele, difficilmente riscontrabile nei rapporti coniugali…”. I casi come Elena e Mario sono molto rari. L’importante è che ci sono. Dobbiamo inoltre constatare che la reticenza con cui questo delicato problema viene affrontato, subisce un forte ‘empasse’ su vaste aree del nostro territorio, per cui troviamo delle disparità abissali da provincia a provincia. Non a tutti è noto che per superare le resistenze a queste unioni, da pochi anni è intervenuta una legge di rilievo internazionale. Essa prevede di estendere la piena attuazione della Carta costituzionale anche a chi presenta delle disabilità al fine di “eliminare le discriminazioni in tutte le questioni che riguardano il matrimonio, la famiglia, la paternità e le relazioni personali, sulla base di eguaglianza con gli altri, in modo da assicurare ogni diritto in età di matrimonio, sposarsi e fondare una famiglia sulla base del consenso libero e pieno dei contraenti”(14).
Tornando a Fabio, quanto osservato finora (sul desiderio di unione con l’altro sesso) trova conferma in un passo dei primi anni novanta rinvenuto tra le sue carte ‘segrete’ che avevo conservato con cura. Leggo tra l’altro: “…ho impazienza di crescere perché, una volta diventato maggiorenne potrei andarmene da casa, perché così mi potrei costruire una vita da solo…, una volta trovato il lavoro io mi vorrei sposare…”.  E’ chiaro che i disabili mentali hanno bisogno di chi si esprima per loro, perché la loro limitata scaltrezza ed anche il pudore non sempre consentono di manifestare apertamente e compiutamente ai propri genitori certe esigenze, costringendoli a vivere di sogni e di fantasie. Certamente questo è dovuto a problemi organizzativi, ma soprattutto al fatto che non si è mai voluto pensare che anch’essi hanno, come tutti, gli stessi bisogni e istinti.
Chi ha avuto modo di incontrare qualcuno di questi ragazzi avrà sperimentato che il loro approccio è caratterizzato da gesti dal forte significato affettivo con abbracci e baci distribuiti a piene mani, specie quando gli si mostrano delle attenzioni che, oltre ad una richiesta di protezione, principalmente sono gesti che ineriscono la sfera di cui stiamo parlando. Attrazione, innamoramento, corteggiamento, sono sensazioni che ogni essere umano sente sin da piccolo, e meritano grande attenzione. Non a caso Erich Fromm ne “L’arte di amare” dice che il bisogno di amare sorge dalla sensazione di solitudine o di separazione da qualche cosa o da qualcuno che ci attrae.
Se però queste manifestazioni le reprimiamo o le facciamo apparire disdicevoli, rischiamo di aggiungere frustrazione a frustrazione, rabbia e ostilità; la maniera di pensare si distorce, il potenziale creativo andrà perduto dando sfogo ad atteggiamenti passivi e talvolta autodistruttivi. O addirittura, come ci ricorda Primo Levi, produrremo un “individuo infelice e socialmente nocivo”(15). Giacché la gestione del piacere e del benessere psico-fisico è una conquista importante che coinvolge tutta la sfera emotiva del singolo, domandiamoci innanzitutto come possiamo promuovere, agevolare e gestire i loro slanci viscerali e come aiutarlo ad appropriarsi degli strumenti per realizzare una strada verso l’autonomia affettiva.
Poiché questi ragazzi, in genere, non sono avari nel concedere il loro affetto, di animo nobile e capaci di emozioni profonde, diventa centrale la necessità di procedere ad elidere la dipendenza psichica e fisica dalla famiglia e dal mondo degli anziani per essere inseriti a tutto tondo nel mondo dei coetanei. Ma quando?
È una domanda che ha un ruolo fondamentale sull’equilibrio finale del ragazzo e della famiglia, alla quale la letteratura in materia dà poche risposte pratiche ed esaustive. Sul versante dell’integrazione sociale, i nostri figli hanno la fortuna di vivere in un Paese tra i più avanzati al mondo – a partire dalla realtà scolastica per finire a quella del lavoro – con una legislazione che fa invidia a molti paesi occidentali, ma, ripeto, su quello affettivo-emotivo il terreno è ancora tutto da esplorare.
Fortunatamente nel modo di affrontare la sessualità specialisti ed operatori all’avanguardia, ai quali compete la diffusione del sapere, ci hanno liberato dall’ignoranza presentando l’amore, l’innamoramento, il rapporto e la funzione sessuale come qualcosa di non disdicevole od osceno. Tuttavia un “sessualismo” presentato come uno strumento di cambiamento positivo delle persone e della società, come certe ideologie oggi di moda propongono, verso una “società erotica” o verso un “sesso mercificato”, diffondono disorientamento nella vita comunitaria, nell’affettività, nell’amicizia, nell’amore e nei rapporti interpersonali, familiari, sociali e spirituali.
Ciononostante, non posso trattenermi dall’indignarmi ogni volta che rifletto a che punto la repressione arriva a sconvolgere e dissipare il gusto dell’Amore, a rendere buffi e vergognosi, immaturi brancolanti inesperti, come stranieri, ispidi esagitati impacciati, o repressi, ansiosi riguardo ad uno dei pochi impulsi innati e naturali che dovrebbe essere accontentato con naturalezza e magari esercitato come il mangiare e il camminare! Per questo, in una visione integrale dell’uomo, è auspicabile dare massima prevalenza al dialogo e magari, se il caso, affrontare l’argomento in comunità ad hoc.
Il sesso – secondo William Kroger, noto psichiatra psicosomatico – è un mezzo che ci offre la gioia in luogo della confusione, la speranza in luogo della disperazione e della solitudine, […] questo di solito avviene col giusto partner e nel momento giusto. Affermazioni chiarissime, ma che ancora non ci offrono alcun indirizzo pratico.
                                                                                            
                                                                    * * *

Perché privare ancora i nostri ragazzi di queste conoscenze?
Chiarito cosa si intende per sessualità ed i suoi effetti, cerchiamo di vedere come può essere affrontato il tema in un debole mentale. Molte, troppe sono le domande che attendono risposte di ordine neurologico e psicologico prima di poter decidere sul come e quando affrontare tale questione con i nostri ragazzi. Prima di procedere ad una rapida disamina della tematica, bisogna fare un’ulteriore distinzione tra “fare sesso” e “amare qualcuno”. Nel primo caso, per il maschio, la risposta si risolve in un semplice accoppiamento per il soddisfacimento di un bisogno meramente fisiologico. In tal caso non sorge alcun problema come per qualunque essere vivente, se non quello del rischio di una malattia con una prostituta. Si potrà ottenere un puro e semplice rilassamento fisico che durerà poco ed il più delle volte non sarà gratificante.
Comunque anche in questo caso la problematica resta ancora irrisolta. “E’ lecito favorire l’unione di due persone portatrici di handicap”? A che pro, con quali conseguenze e che cosa si può fare per sostenerla in questo loro bisogno affinché possano vivere quest’esperienza il più serenamente possibile ? si domandano molti psicologi e i pedagoghi moderni. La risposta è sempre la stessa: “Avviarli ad una vita comunitaria”(16).

Nell’altro caso, trattandosi di ‘unione desiderata’ tra due che si amano realmente, le cose si complicano. Poiché l’amore verso qualcuno coinvolge due personalità, se stesso e l’altro, e comprende capacità complesse come responsabilità, dedizione, comprensione, rispetto dell’altro e, nel caso della femmina percezione della disponibilità e quant’altro possa soddisfare un bisogno di protezione, di sacrificio o capacità di coinvolgimento, la domanda da porsi è questa: è pronto, ovvero è in grado un debole mentale a saper gestire queste emozioni? In altre parole, per questo soggetto qual è la sessualità sostenibile? Saprà prospettarsi e progettare un futuro “insieme” dopo essere stato tenuto a lungo sotto tutela?
Pur volendolo (o volendola) assecondare con una convivenza protetta, non si sentirà, ancora una volta, una persona di serie B? Qualora accettasse di essere controllato/a, sarà in grado a sua volta di governare i “moti dell’anima” della persona amata? Come potrebbe reagire nel momento in cui si accorgesse di non essere riamato come egli o ella si era immaginato? Sarà sicuramente preso/a dalla disperazione più di chiunque altro, proprio per la difficoltà di ‘elaborare’ il sentimento del dolore. Circa la percezione del dolore, dai sondaggi emerge chiaramente per tutti gli adolescenti compresi i normodotati, una forte discrasia fra i sessi: per lei mentre il rapporto si traduceva nel piacere di essere al centro dei desideri e l’abbandono il precipitare in uno sconforto esistenziale, per lui l’aver perso l’oggetto dei suoi desideri e l’angoscia di essere lasciato solo.
Poiché l’amore può manifestarsi anche in una forma distorta, di mera conquista, di possesso, ciò non per il sesso in sé, quanto per un falso atteggiamento rispetto al fatto sessuale. Essendo, come accennavo, il rapporto amoroso-sessuale un rapporto emozionale e molto personale, mi domando se un soggetto psicologicamente fragile possa essere in grado di assorbire i colpi delle delusioni.
In tal caso bisognerebbe manifestargli massima solidarietà, mostrandogli di essere vicino ai suoi problemi, principalmente predisponendolo a saper affrontare il ‘dolore’ facendogli capire, tra l’altro, che l’amore è anche causa di sofferenze per chiunque, anche per i più dotati. Se poi si dovesse riscontrare che, nonostante gli sforzi, il ragazzo o la ragazza non riescono a realizzare il loro sogno è necessario prospettar loro con chiarezza che vi sono altre cose che possono dare la felicità, non necessariamente l’unione con una donna o con un uomo. Ciò potrà avvenire solo se sia prefigurato un sistema di compensazione.
E allora, se un trisomico non è realmente in grado di fare fronte all’altro da sé, pena uno sconvolgimento del suo già precario equilibrio emotivo, sarà bene augurarsi che mai provi cosa significhi fare all’amore?
In attesa di indirizzi pratici e di una forte presa di coscienza della famiglia, penso sia opportuno tenerli impegnati in qualche attività gratificante, prima che implodano ripiegando irrimediabilmente su se stessi, così come avveniva nei secoli scorsi per le vergini di famiglie nobili che, prima di essere “contaminate”, venivano spedite in conventi per… “farsi” suore. E, per quanto possibile, si accontentino di guardare con meraviglia l’altro/a, ringraziando il Padre Celeste dell’energia che ha dato loro. Così facendo conosceranno stati di coscienza, di poesia e di grande elevazione, e l’esistenza sembrerà loro più bella e più ricca…
Nel frattempo per mio figlio, confortato dal suo consenso, ho pensato di contattare un’Associazione che sta sperimentando degli incontri di ‘aggregazione amicali’: un club ad hoc denominato “Stasera esco” con lo scopo di mettere in contatto ragazzi e ragazze con disabilità di diversa natura. L’idea di creare un gruppo d’incontro mirato e far vivere momenti comunitari in diversi contesti, che di volta in volta, gli stessi protagonisti decidono, è sicuramente la via migliore, ma si è rivelato un metodo poco pratico. Nonostante fossero previsti la mediazione di un professionista del settore e incontri periodici sulle emozioni a richiesta degli interessati che di volta in volta sarebbero emerse nei briefing di gruppo, per ragioni a me oscure, dopo alcuni incontri Fabio ne è uscito fuori. La stessa sorte per una ragazza che ora lavora nel ristorante dove Fabio è inserito: segno che l’argomento sessuo-affettivo non è ancora maturo, e per i ragazzi è sentito come un fattore di cui non parlare, tanto da ritenere più gratificante un impegno concreto nel sociale.
C’è addirittura chi pensa di aprire delle “Agenzie matrimoniali per disabili mentali”(17). Tutti questi esperimenti se non sono supportati da una forte presa di coscienza della società, delle famiglie e degli operatori, saranno destinati al fallimento, o al più a sopravvivere come fiore all’occhiello per aver promosso qualcosa di originale. Dovremo concludere che, finché non riusciremo a superare i nostri timori ed essere in grado di offrire loro delle opportunità, i nostri figli lotteranno con poche speranze alla ricerca dell’affetto di un estraneo, in quanto istintivamente sentono che solo da esso dipenderà la possibilità di arrivare ad un più completo sviluppo della loro personalità, come realtà fondamentale della loro vita.

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14. Il 3 marzo 2009, con Legge n. 18 il Parlamento italiano ha ratificato e reso esecutiva
la Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006. http://www.normattiva.it/
15. “La valle del Guerrino”, Einaudi 1981, pag. 205.
16. G. Castelli e V. Mariani, “L’educazione sessuale delle persone disabili”, Ares, Milano 2005, pag 108.
17. Reuven Feuerstein, “La disabilità non è un limite”, Libri Liberi, Firenze 2005, p 229.

da: F.Pugliarello, “Fabio lo specchio nascosto”, CET Edizioni, Firenze 2009

 
 
 

C’è qualcosa di miracoloso nella “diversità” dei Down

agosto 12, 2011
di

Francesco Pugliarello

da: L’Occidentale.it

del 3.aprile.2011

Accade in molte cliniche, specialmente d’oltralpe, che se vieni diagnosticato down tu non abbia diritto a nascere. Se ti concedono di venire alla luce potrebbero impedirti di entrare nei parchi giochi, perché potrebbe farti del male salire sulla giostra: accade a Gardaland. Se frequenti la scuola, vieni affidato a un insegnate di sostegno che, per compiacere qualche collega zelante, ti isola dal resto della classe: accade in molti plessi scolastici del nostro territorio.

Tu alunno down non hai diritto di partecipare a gite di istruzione con finalità didattiche, questo succede in una scuola media di Catanzaro. Se ti fanno nascere devi vivere in un villaggio fuori dei centri abitati per non disturbare i cittadini: questo accade in Russia. Mentre in qualche ambiente musulmano il down è “venerato e rispettato come un dono di Allah”, qualche volta usato anche come shahid, in Occidente è visto come un personaggio scomodo o addirittura soppresso perché improduttivo, come accade in certe popolazioni delle Ande peruviane (1). Tutto a causa di un pregiudizio riferito ai tratti somatici che, nell’ignoranza generale, a lungo ti ha fatto considerare una sottospecie umana.

Come te -  genitore – sei una persona scomoda perché sei la pietra di paragone delle loro ‘certezze’: ti osservano e ti considerano uno da compatire, o addirittura da mettere da parte perché, “…chiusi nella sicurezza dell’essere normale, sono ciechi di fronte alla precarietà della vita, hanno paura di immergersi, la guardano in uno specchio che gli seleziona le immagini in modo da non esserne turbati”. È la denuncia che un giorno lanciò Giulia Basano nei confronti della società quando adottò un disabile (2).

E’ una situazione imbarazzante che devi affrontare creandoti un nuovo orizzonte sociale, magari più ristretto, più concreto, comunque diverso dal comune sentire. Ennio Flaiano invocava il miracolo per riuscire ad amare la sua Luisa, malata di encefalite subito dopo la nascita; Emmanuel Mounier considerava la nascita della figlia Francesca, un dono inviato dal Cielo; qualche altro si rinchiude in se stesso fino a rovinarsi l’esistenza, o addirittura scappa via, abbandona il tetto coniugale.

E’ evidente che ignoriamo i passi da gigante che hanno fatto questi ragazzi negli ultimi decenni. Filosofi di fama internazionale che si atteggiano a eugenisti come l’animalista Peter Singer, spacciando la mansuetudine e la tolleranza di questi ragazzi con supposte incapacità e sofferenza a vivere suggeriscono di sopprimerli prima di nascere. Ignorano che Fabio ed altri compagni come lui lavorano, sono resistenti alla fatica, praticano sport e amano realmente. Ignorano o fingono di ignorare che alcuni di essi praticano anche attività agonistiche. La 39enne Daniela di Treviso fa l’aiuto istruttore di ballo latino-americano. Il 27enne Mauro di Cagliari è campione nazionale di pattinaggio. Axel di Prato, appena diciassettenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria.

Giovanni di Chieti canta in un perfetto inglese e si cimenta in balli di gruppo riscuotendo successi nei cabaret locali. Che dire della trentacinquenne umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”. E’ il grido di maturazione di questi ragazzi cresciuti all’ombra di internet, di televisione e di genitori responsabili: essi vogliono vivere come tutti, senza subire infingimenti.

Un’indagine del Censis dell’Ottobre scorso dichiarava che nella quasi totalità degli italiani (il 94,3%) le persone disabili suscitano sentimenti positivi come la solidarietà e l’ammirazione per la loro tenacia e determinazione di rendersi utili. Mentre è legittimo che il 54,6 per cento prova paura per l’eventualità di potersi trovare un giorno a dover sperimentare la disabilità nella propria famiglia. Non trovo però plausibile che per il 23,3% del campione la disabilità intellettiva susciti “paura”, da far subire in queste persone discriminazione e solitudine. Non tutti sanno che se ben accettati, al loro fianco puoi far fronte ad ogni evenienza.

Saranno loro a darti la forza di reagire alle avversità. È comunque un evento che ti afferra per i capelli e ti proietta in un mondo nuovo. In un mondo violento, i down sono la nuova risorsa: sono le nostre cartine di tornasole con cui  poter misurare lo spessore umano di chi ti avvicina. Nella stessa indagine si sottolinea la convinzione generalizzata (il 58% degli intervistati) che il down abbia ancora un’aspettativa di vita limitata, al massimo 40 anni, mentre in realtà oggi è cresciuta superando i 60 anni.

La verità è che nella nostra cultura essere sani, belli, tonici, senza grassi né cellulite sono segni di affermazione sociale, e non ci si rende conto che tutto questo può essere utile ad uno specchio, non a una società sempre più povera di verità e di calore umano: sentimenti troppe volte confusi con il culto del forte e dell’intelligente in cui il ‘diverso’, in certi contesti è condannato all’isolamento sociale. Siamo stati abituati a considerare i down persone non normali, in quanto partiamo dal presupposto che ciò che noi intendiamo essere normalità sia il metro di valutazione universale.

Una convinzione che costringerebbe questi ragazzi a essere e rimanere come sono, percepiti nel nostro immaginario, aspettandoci che facciano cose da down. Poiché essi hanno aspetto, comportamenti e atteggiamenti diversi da chi vive un’esistenza ‘normale’, li incaselliamo e adottiamo nei loro confronti stupide convenzioni comportamentali che non li aiuta a crescere, ma soprattutto, non aiuta noi.

Se invece cominciassimo a pensare che poi non è tanto diverso dai cosiddetti normodotati, che hanno problemi esistenziali come chiunque, e il grado di ritardo mentale non sempre dipende dal tipo di trisomia quanto dall’ambiente, dal clima familiare, dalle sue attività e dunque dalla qualità della sua vita, forse impareremo a conoscere meglio noi stessi. Il down è una persona che esige rispetto perché, per natura, rispetta chiunque, specie se in difficoltà come lui e contrariamente agli stereotipi che gli abbiamo cucito addosso, è capace e cosciente. Cominciamo anche a sfatare il luogo comune secondo cui sia una persona felice perché mostra disinvoltura e allegria.

Non sempre è così. Quando diventa adulto, si pone domande come chiunque; riflette sul suo futuro ma non sa progettarlo perché è per natura tributario di chi gli sta accanto e tale potrebbe restare con le sue ansie: non riesce a decifrarle e se è in grado, per non tubarci le camuffa. Egli saprà soltanto accettare o rifiutare quanto gli si propone, sta a noi capirlo, tenendo presente che in questa figura si condensa la fragilità e la resistenza dell’essere umano. Diventa pertanto nostro dovere sentire l’obbligo morale di ricambiare l’affetto che egli ci offre senza la pretesa di un tornaconto, perché ha bisogno di noi e non riuscirà mai a serbare rancore, nemmeno se riceverà delle contrarietà. In questo, forse solo in questo, è diverso da noi.

(1)  F. Pugliarello,  “ Lo specchio nascosto”  (testimonianze di viaggi)
       CET  (Centro Editoriale Toscano),  Firenze 2009,  pp. 33-36.

(2) G. Basano, “Nicola, un’adozione coraggiosa”, Rosemberg & Sellier, Torino 1999, p. 28.

 

TMNews – Immigrati, presidente Toscana: basta dire ‘fuori dalle balle’

marzo 30, 2011

TMNews – Immigrati, presidente Toscana: basta dire ‘fuori dalle balle’.

E’ la solita presa di posizione da barzelletta. Vorrei vedere quale desiderio hanno i toscani vedersi in casa propria dei clandestini…

“Fuori dalle balle” lo dico per prima io ed ha ragione il ministro Bossi a ripeterlo. Che si facciano identificazioni rapidissime. Nell’incertezza che si sbattano fuori dai nostri confini, siano rispediti a casa loro, ovviamente concordando (come ieri ha fatto Frattini) col Governo tunisino. Ovviamente i rifugiti che vengano accolti così come prevedono i trattati di Shengen.

Prego il Presidente Rossi di collaborare col Governo, piuttosto che  aggregarsi al carrozzone dei nazionalismi dell’UE.

LIBIA/ Sarokozy & Co fanno i furbi…

marzo 29, 2011

 

…non solo, anche gli egoisti.

Se osserviamo i giornali francesi scopriremo quanto è esasperatamente sciovinista quel Paese. Intanto l’Eliseo dovrà spiegarci perché non consente ai suoi ex connazionali di rientrare in patria. La Libia, come noto, è stata per un certo tempo colonia francese. Ovviamente ha le sue buone ragioni, ma come noi potrebbe collaborare a indagare sulle motivazioni di questo desiderio di ingresso. Oggi in Francia vivono ben 600.000 libici, (gran parte con doppia nazionalità) da far essere la nazione col più altro tasso di magrebini e libici tra i Paesi dell’U.E.

In questo momento centinaia di cittadini libici (profughi o clandestini) sono respinti senza troppi complimenti dalla “gendarmerie” di frontiera di Ventimiglia desiderosi di ricongiungersi con parenti e amici nella “patria” dei loro nonni. Ci manca solo che la Francia si comporti come la Spagna a Ceuta e a Melilla (fucilarli). Sarkozy, per la sua bella faccia “elettorale” non solo se n’è fregato dell’ONU quando l’altro giorno ha attaccato precipitosamente la Libia, oggi, al carro dei lepeniani e della perfida Albione, mostra i muscoli per dimostrare ai suoi concittadini che lui l’oriundo – immigrato ungherese  -, quello dell’ex impero coloniale del nord Africa, è il vero francese… Ma gli arabi non sono stupidi, ricordano il trattamento che Sarko sta loro riservando, difatti la dichiarazione del leader del Cnt libico(Consiglio Nazionale di Transizione), Mustafà Abdel Jalil, è quanto mai eloquente:  “…rappresenterà il totale fallimento delle reali intenzioni del governo Francese”.

E noi italiani che facciamo? Mentre la Francia fa rispettare ciecamente il trattato di Shengen, noi ci trastulliamo sul come dove e quando sistemare questi disgraziati. Noi che abbiamo sofferto la migrazione ci facciamo troppi scrupoli con chi, approfittando degli egoismi nazionalistici scappa dal proprio Paese: nè in Eritrea, nè in Somalia, nè in Tunisia c’è guerra o pena di morte! E’ vero bisogna scoprire la loro provenienza, concordare il riassorbimento con lo stato di provenienza di ciascuno di essi, o accoglierli come rifugiati ecc. Ci vuole tempo, ma nel intanto nessuno dei 27 ci da una mano. Questa è la federazione Europea? Staremo a vedere cosa decideranno  i “quaranta ladroni” prima che noi ci sveglieremo esasperati e rigetteremo questa bulra che si chiama Unione Europea…!

Francesco Pugliarello

E’ LA FINE DI UN SOGNO ?

marzo 28, 2011
 
 
 
 L’arroganza e la presunzione non pagano. Ora al voto subito: lo chiedono a gran voce 40 milioni di italiani (l’ottanta per cento degli aventi diritto). Inseguìto da più di mezzo secolo, in questi giorni di freddo invernale un sogno è crollato. Mai s’era visto andare in diretta il disfacimento di una coalizione che pretendeva di governare un già difficile Paese come il nostro. Il re è nudo, e questo re del gioco delle tre carte ha mostrato al mondo il peggio della politica che nessun Paese dovrebbe imitare.I  più amareggiati della compagine governativa sono senza dubbio il ministro dell’Universita’ Mussi e la Rina Gagliardi. Il primo davanti a sé vede avanzare lo spettro del disfacimento di un ideale perseguito fin dalle piazze sessantottine, come quasi tutti quelli che fino a ieri hanno occupato i più alti scranni della nostra Repubblica. Lo abbiamo sentito a La Sapienza difendere con enfasi grottesca Papa Ratzinger, impedito di metter piede in quell’ateneo dai suoi stessi compagni di cordata; critico con il Partito Democratico selezionato da Veltroni, reo di  aver costituito  una forza destabilizzatrice dell’intera sinistra italiana, quando, profeticamente, ha dichiarato la morte della sinistra: “…in appena tre mesi dalle primarie il governo e’ sull’orlo di una crisi, i Ds non ci sono piu’, con l’avvento del Pd non c’e’ piu’ l’Unione, non c’e’ piu’ il centrosinistra…”. (AGI 24.1.200). La seconda invece si è lasciata coinvolgere dalla passione con un discorso alla Camera a dir poco patetico.La delusione di Mussi e di altri suoi compagni potrei farla mia, pur essendo da sempre contrario all’ideologia comunista. La stessa compassione che suscita Mastella quando lamenta di essere il capro espiatorio di faide interne alla sua stessa coalizione legata ad una ben individuata fazione della magistratura. Fanno tenerezza questi potenti, spesso patetici (per chi ha assistito in diretta la fiducia), non foss’altro per il rispetto che si deve al principio della democrazia nella quale l’opposizione è comunque la linfa della democrazia. Tuttavia se con la memoria vado a considerare quali e quanti veleni nell’arco della loro breve storia hanno disseminato, attaccandosi ad  una ideologia contraria alle coscienze delle comunità locali, anche alla luce di qualche beneficio, il bilancio politico-sociale è disastroso.Diceva bene don Lorenzo Milani, quando colloquiando con il Mazzerelli poco prima della sua scomparsa che “il comunismo dove è al potere lenisce qualche miseria, ma ne fa nascere altre riuscendo ad imporre che, di questi fallimenti, solo pochi ne parlino…” “…ma non andrà lontano” (Il riscatto Dehoniane, Na, 1980). Forse la profezia si è avverata, solo che si sta avverando mettendo in ridicolo il nostro Paese agli occhi del mondo dovuto alla testardaggine di un personaggio come Prodi che passerà alla storia per la sua pervicacia luciferina. Ma la sentenza di morte era da tempo annunciata e pochi ne avevano fatto menzione. Proviene da un laico, Pietro Calamandrei, laddove lucidamente preconizzava: “Quando i voti si danno non più per fedeltà alle proprie opinioni, ma per calcoli di corridoio in contrasto con la propria coscienza, il sistema parlamentare degenera in parlamentarismo e la democrazia è in pericolo” ( Il Ponte 1947).  L’argine a questo ”pericolo”, ironia della sorte, ora è tutto nelle mani di un capo di Stato comunista, pentito di aver approvato l’invasione di Praga da parte delle truppe sovietiche.

Qualcuno direbbe che questo è l’ultimo canto del cigno, io invece penso sia la logica conseguenza di una ideologia perversa che con la propaganda ha illuso generazioni di uomini: dovunque essa si è presentata ha provocato danni.
A vent’anni dalla dissoluzione della struttura statale dell’Unione sovietica, seguita al crollo del muro di Berlino, da noi si erano arroccati nelle leve del potere come gli ultimi mohicani a difendere un pauperismo collaterale ad un islamismo di stampo medievale, assumendo a capo dei loro desiderata un maniaco del potere, tentando pervicacemente ed ossessivamente di rifondare, con tutta la supponenza di cui sono portatori, quello che essi considerano il paradiso in terra. Più che Mastella e Dini, sui quali ora infieriscono dopo averli blanditi prima della “caduta”, è stata la vendetta della Storia che, peraltro, li aveva gia condannati alla disfatta.

Francesco Pugliarello

 

 

La “guerra” a Gheddafi è un’operazione francese

marzo 28, 2011
Pur propendendo per l’analisi di Piero La Porta: http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&acces,                               mi convince di più quella di Carlo Pelanda http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/3/21/LIBIA-1-Pelanda-ecco-il-vero-progetto-della-Francia-che-danneggia-l-Italia/160346/ 
per i seguenti motivi:

1°) Perché dietro la regìa di tutta la disinformazione sul conflitto c’è al Jazeera, interessata a creare caos per coprire la Fratellanza musulmana, guidata da al-Qaradawi (questo anziano signore una volata la settimana tiene i suoi sermoni in questo network internazionale contro l’Occidente e ugualmente contro Gheddafi, notoriamente schierato contro i Fratelli Musulmani);

2°) Perché il disegno francese ha una storia di lunga preparazione, più volte citata dalla nostra Oriana Fallaci e che si riferisce all’approvvigionamento energetico (il petrolio libico è il migliore che esiste sulla piazza). Riprendo pari pari quanto ebbi ad affermare su l’Occidentale.it in data 9 giugno 2008, dal titolo “Sull’immigrazione il Governo è sulla strada giusta” vorrei dimostrare la validità del mio assunto:

”E’ pur vero che buona parte del sovrapprezzo del greggio dipende dai Paesi energivori come la Cina e l’India ed anche dalla prospettiva dell’esaurimento dell’energia estrattiva, tuttavia ci sfugge che la radice di questo bubbone affonda nelle politiche miopi e lassiste del trentennio trascorso. …il Governo  non avrà dimenticato che siamo caduti in un tranello, studiato a tavolino dal cartello dei Paesi produttori di petrolio, che prende le mosse al tempo della costituzione dello Stato di Israele e si radica nella grande crisi energetica dell’inverno 1973. E’ come se l’Occidente, incapace di perseguire gli interessi comuni, avesse abdicato al potere del cuore e della ragione con la controversa “questione islamica”.

Il retroscena del ricatto subito da parte dei paesi produttori di petrolio, ce lo ricorda Bat Ye’or (Giselle Littman), nel suo “Eurabia” – come l’Europa è diventata anticristica, antioccidentale, antiamericana, antisemita – testo che ha ispirato la nostra Oriana Fallaci. Questa signora egiziana, di nazionalità inglese, ha utilizzato il termine Eurabia da un preciso progetto politico promosso dalla omonima rivista fondata a Parigi nel 1975 a seguito della guerra del Kippur. L’ideatore del “Piano Eurabia” è Lucien Bitterlin, noto militante “pro-arabe”, presidente dell’Associazione per la solidarietà franco-araba, esecutore e finanziatore del Comitato Europeo di Coordinamento delle Associazioni per l’amicizia con il Mondo Arabo, un’organizzazione forse ancora attiva presso l’attuale Unione Europea.


“Mentre infuriava l’aggressione araba impegnata ad estendere il nazionalsocialismo nasseriano sulla neo-democrazia israeliana, i rappresentanti dell’OPEC riuniti a Kuwait City, per punire l’Occidente per la sua politica filo-israeliana, che moralmente stava sostenendo lo Stato ebraico, decidono di utilizzare il petrolio come arma di pressione. Imposero l’embargo riducendo le forniture al lumicino quadruplicandone il prezzo fino a provocare una crisi energetica senza precedenti. In tal modo accelerarono il progetto integrazionista parigino: un ricatto inaudito in cui, per la prima volta, un paese vincitore soccombe alla coercizione dei vinti. Ad un mese da quell’intollerabile gesto, Georges Pompidou e Willy Brandt ritennero che fosse necessario ed utile promuovere una solida amicizia con quei Paesi, proponendo “petrolio in cambio di braccia da lavoro” (leggi immigrazione musulmana): una ghiotta occasione per estendere il califfato sul territorio europeo. A quest’incontro ne seguirono altri con i rappresentanti della Lega Araba a Copenhagen, a Bonn, a Parigi, a Damasco, a Rabat: tutte manovre tese a sancire la “svendita” dell’Europa al Cartello musulmano ed ampiamente documentate nella rivista Eurabia.

Secondo la Bat Ye’or: “Il fine era quello di creare una identità culturale mediterranea pan-euroaraba che permettesse la libera circolazione di persone e merci e determinasse in modo pesante le politiche migratorie nella Comunità Europea”. Sennonché il risultato della politica dell’UE degli ultimi decenni, il cui progetto originario era “l’idea di garantire la pace in Europa, è stato invece rimpiazzato dall’altro progetto di ispirazione francese di unire l’Europa ed il mondo arabo in un unico blocco economico, politico, culturale e strategico contro Israele e gli USA” [atti del convegno 14 giugno 2007 presso la Biblioteca del Senato della Repubblica promosso da Marcello Pera]. Non a caso il cartello dei Paesi del Golfo stanno ammassando nei nostri forzieri bancari buona parte degli ingenti profitti petroliferi per poi apprestarsi ad acquistare pezzi di banche e di industrie al miglior prezzo, dopo aver strozzato la nostra economia”. Dunque l’America e la G.B. c’entrano relativamentee per altre ragioni strategiche dell’area… ma non possiamo affermare che Sarkozy sia il terzo incomodo avendo, oggi, anche degli interessi di consenso interno.

Francesco Pugliarello


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