DECAPITATA PARTE DELLA GIUNTA FIORENTINA

Marzo 2, 2009 by francoazzurro

- Le prime dimissioni a ridosso delle primarie d.s. -

Sotto inchiesta anche il presidente di Fondiaria-Sai Salvatore Ligresti.
E’ di oggi la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che inchiodano alla loro responsabilità amministrativa e penale vertici della Giunta comunale di Firenze per i lauti incarichi affidati ad amici e parenti e le immediate auto-dimissioni dell’assessore all’urbanistica Gianni Biagi.
Ma il famigerato assessore-sceriffo (nonchè ex parlamentare d.s. Graziano Cioni) nonchè candidato a Sindaco alle elezioni del giugno prossimo, anch’egli direttamente coinvolto nello scandalo, per una insperata promozione ottenuta dal figlio (dipendente di Fondiaria), intende resistere… presumibilmente in attesa di un ‘occhio di riguardo’ dei compagni presenti in Procura.

Come in altre occasioni ho fatto rilevare, non c’è pace per il piccolo e famoso Capoluogo toscano (385mila abitanti): a pochi giorni dal sequestro del faraonico complesso commerciale di Novoli, ora salta fuori l’operazione Castello al quartiere 5 Rifredi – 168 ettari su cui dovrebbero sorgere 700 appartamenti, negozi, uffici pubblici ed anche un nuovo stadio di calcio e un progetto per far fuori gli 80 ettari di parco pubblico previsti a carico del costruttore -.

Secondo gli inquirenti, l’assessore Biagi avrebbe aiutato il gruppo Ligresti perché così facendo “piazzava” due tecnici progettisti chiamati a realizzare i progetti di edificazione degli interventi pubblici e privati sull’area di Castello.
Il valore commerciale dell’operazione è pari a un milione di euro.
Non basta. Stando all’accusa, Graziano Cioni, è accusato anche di violenza privata, avrebbe costretto un imprenditore a licenziare una propria dipendente, incaricata dei rapporti con le pubbliche amministrazioni, “colpevole” di non volerlo appoggiare nella sua corsa a Sindaco. Si parla anche di una minaccia che l’imprenditore avrebbe ricevuto da parte di un altro politico, che risulta però estraneo all’inchiesta.

Questi i metodi adottati in questa martoriata città da faide tutte interne alle sinistre.

(Fonte: Quotidiani cittadini e nazionali)

Gli ulteriori sviluppi alla prossima.

Cosa c’è dietro lo scontro Murdoch-Berlusconi ?

Luglio 11, 2009 by francoazzurro

Il vero motivo dell’offensiva di Murdoch e Sky contro Berlsuconi è in un articolo della “International Herald Tribune”, pubblicato il 15 giugno, a mezzo tra lo scandalo Noemi e quello barese, e rimasto inedito in Italia (l’articolo è stato ripreso il giorno dopo dal “New York Times”).

Lo scontro è sull’invasione di campo che Mediaset sta lanciando su un settore, la tv a pagamento satellitare, che Murdoch ritiene suo feudo intoccabile. La pubblicità è in calo e Mediaset ha messo gli occhi sui flussi costanti di entrate che le tv in abbonamento garantiscono. L’offensiva Mediaset partirà col passaggio al digitale, con il decoder già in uso. La partita è tanto più importante in quanto Sky Italia è l’unica tv a pagamento di Murdoch in attivo in Europa, a parte la gran Bretagna. Questo il testo dell’articolo: Berlusconi sfida Murdoch sulla pay-tv Eric Pfanner Parigi – Uno è un mogul dei media con interessi in politica. L’altro è un politico con interesse nei media. Così, quando Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi si sono scontrati, era probabilmente inevitabile che la partita si giocasse su più campi. È quello che sta succedendo in Italia, dove Berlusconi ha usato un’intervista su uno dei suoi canali per accusare Murdoch di attaccarlo sul piano personale attraverso un giornale di proprietà di News Corp., la finanziaria che Murdoch controlla. Gli articoli e gli editoriali in questione, sul “Times” di Londra, hanno analizzato la natura del rapporto tra Berlusconi e una modella diciottenne, Noemi Letizia.

Murdoch, su un canale tv di proprietà della News Corp., ha definito le affermazioni di Berlsuconi “sciocchezze”, facendo notare che altri giornali, non di proprietà della sua società, sono stati anche più critici verso il primo ministro. Su questo livello, la disputa può sembrare farsesca come è nella tradizione del vecchio varietà italiano. Ma su un altro livello, la rivalità tra i due uomini è affare serio, e sta montando. Berlusconi comincia a “temere quanto Murdoch potrebbe fare in Italia”, spiega Fabrizio Perretti, professore alla Bocconi, che ha analizzato l’industria dei media in Italia, “ed è per questo che ha accusato Murdoch (per gli articoli), anche se questi non ne ha in realtà la colpa”. A News Corp. fa capo Sky Italia, una piattaforma satellitare che ha dominato la tv a pagamento in Italia fin dalla creazione della società nel 2003. La holding della famiglia di Berlusconi, la Fininvest, controlla Mediaset, una società di media diversificata che tenta ora di sfidare le posizioni di Sky nella tv a pagamento. Malgrado la forte posizione di Sky – con oltre 4,7 milioni di abbonati, copre circa un quarto delle famiglie italiane – i mutamenti in atto nel mercato tv nazionale potrebbero creare delle possibilità per Mediaset, dicono gli analisti. “Lo scontro raggiungerà un nuovo livello di intensità nella seconda metà dell’anno”, spiega Tim Westcott, analista di Screen Digest a Londra. La televisione italiana è peculiare non solo per la proliferazione di ospiti maschi di mezza età ai talk show attorniati di modelle poco vestite. Non c’è praticamente televisione via cavo in Italia, e i nuovo servizi che mandano la programmazione sui collegamenti Internet a banda larga – una tecnologia che altrove in Europa si espande rapidamente – sono stati lenti a imporsi. Non molto dopo la creazione di Sky Italia, Mediaset ha avviato un suo servizio di tv a pagamento, usando segnali codificati digitalmente, sulle frequenze normali. Con i decoder, e con carte prepagate, le stesse che gli italiani usano per i cellulari, gli utenti possono decodificare i segnali, che includono la trasmissione delle più importanti partite di calcio. Questi utenti generalmente pagano molto meno degli abbonati Sky, e Mediaset in linea generale ottiene ancora la maggioranza dei suoi introiti televisivi dalla pubblicità sui canali non a pagamento. Ma, col calo della pubblicità, ha di mira i flussi costanti di entrate che gli utenti delle tv a pagamento garantiscono, e ha avviato un’operazione per convertire i suoi 2.9 milioni di utenti di carte prepagate in abbonati a lungo termine, nonché per attrarre nuovi clienti. Nel frattempo, l’Italia sta chiudendo col sistema televisivo analogico, per passare tutte le trasmissioni sui segnali digitali. Il passaggio, già avviato in alcune regioni, sarà avviato lunedì nel Lazio, la regione che include Roma. Dopo il passaggio al segnale puramente digitale, dicono gli analisti potrebbe essere più facile per Mediaset convertire gli spettatori in abbonati, perché dispongono già del decoder, mentre quello Sky richiede l’installazione di una parabola.

Pubblicato da Astolfo il 26 giugno 2009

http://www.antiit.com/2009/06/cosa-ce-dietro-lo-scontro-murdoch.html

E ADESSO COME LA METTIAMO “signora Maraini” ?

Giugno 1, 2009 by francoazzurro

Non è mio costume trattare di gossip ma, visto che l’”affaire” Berlusconi/Veronica/Noemi ha preso la piega di un caso di alta politica (sperando che la magistratura faccia al più presto il suo corso) con la vergognosa campagna Repubblica-Espresso-Franceschini, non posso rinunciare a confermare la mia solidarietà al nostro premier che ancora una volta, in questo scorcio di campagna elettorale, viene preso di mira dalla stampa internazionale con pretese moralizzanti, presumibilmente pilotata dalle opposizioni presenti in certe Commissioni di Bruxelles. Non è la prima volta che una certa stampa estera mostra il suo volto becero e frivolo nei confronti dell’Italia. Oggi attaccando l’italiano più potente, nel 2006 Papa Benedetto XVI quando a Ratisbona si “scagliò” contro l’islam fondamentalista. Ho il sospetto che quotidiani come l’anglicano Times e il madrileno El Pais, epigoni del comunista Liberation, accomunati nel diffondere falso moralismo e relativismo (tutti al soldo arabo), siano sulla stessa lunghezza d’onda, diametralmente opposta alla cristianissima Italia. E’ un losco grumo di interessi, tesi a demonizzare l’avversario ritenuto un nemico da abbattere con la calunnia. La lettera di solidarietà a Veronica Lario pubblicata il 27 maggio sul Corriere delle Sera dalla nobildonna e scrittrice Dacia Maraini, mi offre il destro per provare la strumentalità di cui certi personaggi che, dall’alto della loro “cattedra”, usano vicende private altrui per rilanciare certe ideologie tarde a tramontare e che hanno a lungo inquinato la convivenza civile nel nostro Paese. La lodevole solidarietà espressa dalla scrittrice a Veronica scade in una rabbiosa intolleranza verso il genere femminile che, almeno tra le giovani generazioni, è pressoché inesistente. La lettera traspira un inusitato veleno contro il maschio, reo di usare e abusare della donna. A suo dire, i quotidiani controllati dal marito puzzerebbero di una nuova forma di misoginia, fatta di una “falsa ammirazione per le bellezze femminili che nasconde aggressività e disprezzo”. Sull’onda del livore marainiano, fuori dai denti, potremmo cominciare a domandarci perché le donne si sentono oggetto di conquista? Non sarà che siano proprio certe rampanti di “buona famiglia” le artefici di questo costume quando, mostrando spudoratamente la loro intimità, bramano visibilità per conquistarsi fette di mercato presso chi detiene il potere? Peccato che la lettera esordisce col compatire la “povera Veronica, donna sola e abbandonata”. Evidentemente la Maraini non conosceva certi antefatti, svelati il giorno dopo dalla Santanchè sul quotidiano Libero. In un impeto di amore per la verità o forse anch’essa attratta dal fascino di Berlusconi (?), cui poche donne fanno mistero, l’onorevole Daniela Santanchè afferma che Veronica da tempo si affianca a un 47enne, il signor Alberto Orlando, responsabile della sicurezza a Villa San Martino e “con lui condivide progetti, interessi e vacanze”. Fatto di cui lo stesso Berlusconi conferma e che, per ragioni di privacy, avrebbe preferito non fossero resi pubblici. Secondo la leader del Movimento per l’Italia, “Il Premier non ha sfasciato nessuna famiglia, ha tentato di tutto per tenerla in piedi. Se non ricordo male la stessa Santanchè tempo fa, riferendosi a Berlusconi, non alludeva ad un certo maschilismo berlusconiano parlando di “concezione orizzontale della donna” e infiocchettando l’affermazione da un eloquente “Silvio, non te la do”? Strano mondo quello dei politici nostrani. Scagli la prima pietra chi è senza peccato… Ma andiamo avanti, vediamo più compiutamente cosa riferisce l’onorevole, colpita sulla strada di Damasco. Per il principio di riservatezza, Berlusconi, diversamente da tutti i capi di Governo, avrebbe rinunciato ad avere al suo fianco la sua donna; avrebbe accettato che l’Italia non avesse una first lady e mettendo da parte il suo orgoglio di uomo, avrebbe pensato principalmente ai figli, ai nipotini e alla importante carica che ricopre. Sempre secondo la Santanchè, il Berlusca con la moglie avrebbe fatto un patto: “Andiamo avanti, non sfasciamo tutto”. In buona sostanza ha fatto quello che pochi uomini avrebbero il coraggio di fare. “Cosa gli sarebbe costato divorziare e rifarsi una famiglia?” Non sarebbe il primo caso: Sarkozy docet. Il buon senso comune insegna che il torto non è mai da una sola parte. Nonostante al premier sia apparsa come una pugnalata alle spalle, ancora una volta ha dimostrato un fair-play ed una signorilità anche da Vespa quando, incalzato sulla domanda cosa pensa della sua signora, ha ribadito “sono cose private, non ne parlo in pubblico”. Secondo “La Stampa” la notizia l’avrebbe ricevuta al rientro a Villa San Martino, all’una di notte dalla televisione, mentre i telegiornali annunciavano la richiesta di divorzio avanzata da sua moglie Veronica. Dice niente tutto questo alla Maraini che va vaneggiando un maschilismo d’altri tempi? Non è certo una bella storia. Ma tant’è. Alla luce di questi fatti, per i quali l’unica smentita (peraltro da provare) proviene dal supposto amante, sarebbe interessante, conoscere il parere della signora Maraini. Francesco Pugliarello

Firenze: cronaca di una disfatta annunciata

Maggio 18, 2009 by francoazzurro

Quel vizietto di vedere nell’avversario un nemico da annientare.

Brutto vizio, duro a morire, quello di demonizzare l’avversario che non la pensa come te. Per la sinistra nostrana l’avversario politico è un nemico da abbattere. E’ la cultura del sospetto che pervade il nostro Paese e qui, a Firenze, è dominante al punto che se il tuo migliore amico ti vede dialogare con chi non la pensa come te, allora vieni additato come colui che sta tramando per farti del male. Questo malcostume è stato bene interpretato da Curzio Malaparte quando in “Maledetti toscani” descriveva il carattere tipico della fiera toscanità, secondo cui “C’è più gusto pugnalare un amico che un nemico”. Il “Non ti curar di loro ma guarda e passa” di dantesca memoria si è trasformato in questa nuova elaborazione culturale che da almeno un trentennio imperversa nella città del giglio con le note conseguenze della paralisi amministrativa. Bene ha descritto questo sentimento Michele Brambilla ne “Il paese dei nemici” apparso ieri sul Giornale. Trattando dell’arroganza di Santoro nelle puntate di “Annozero” sul terremoto in Abruzzo, Brambilla evidenzia come molti a sinistra tartufescamante hanno taciuto il loro dissenso“per scarsa onestà intellettuale sulla volgarità e sulla inusitata violenza di quelle trasmissioni”. Forse è di questo che certi sinistri godono? Come ne godono quando denigrano il Capo del Governo e lo additano a loro nemico? Anni di cattocomunismo hanno prodotto nel tessuto mentale di molti fiorentini un pensiero unico che va nel segno che tutto ciò che proviene da Berlusconi e il suo mondo è sbagliato; tutto ciò che è contro Berlusconi e il suo mondo è giusto. Eppure c’è chi come Franceschini si cimenta a fare il suo biografo. Non passa giorno in cui viene rimbrottato per certe sue giovanili esuberanze; lo stimola nella famosa frase “Berlusconi pensi a lavorare”, si preoccupa, “Berlusconi è al tramonto della sua esperienza”. Sono segnali di grande confusione che regna nelle pieghe della sinistra nostrana, rasentando la schizofrenia. Gli studi sul condizionamento prodotti da Ivan Pavlov alla fine dell’800, sono stati bene assimilati. Essi stanno ad indicare la capacità di provocare in un animale, fornendogli stimoli sensoriali che normalmente non ne sarebbero capaci, secrezioni ghiandolari e reazioni riflesse. Un “riflesso pavloviano” appunto quello che spinge certi “attaché” della sinistra italiana a vivere l’esperienza emotiva che essi considerano passione politica, ma che di passione altro non c’è che la brama del potere e del denaro. La disfatta della giunta Domenici, avvenuta l’altro giorno in Palazzo Vecchio a poco meno di cinquanta giorni dalle elezioni amministrative, è appunto il frutto di un riflesso pavloviano. Anche questa volta, come per il Governo Prodi, per motivi tutti interni alla coalizione di sinistra che aveva evidenziato un pressappochismo gestionale che non ha pari in nessuna città italiana, forse quello di Roma, quando era governata da Rutelli: la bocciatura del famigerato piano strutturale che doveva disegnare il futuro di Firenze, inviso al Pdl. Una diatriba politica che si trascinava stancamente da almeno dieci anni e che vide le prime crepe nei sequestri del centro polifunzionale del quartiere direzionale di Novoli e della “cittadella viola” con annesso il nuovo stadio di Castello contro il progetto Della Valle. In quell’occasione (marzo 2008) vide implicati in affari tutt’altro che trasparenti assessori storici come Graziano Cioni, lo “sceriffo”, ed altri esponenti della Giunta fiorentina a seguito della pubblicazione di intercettazioni telefoniche poco edificanti.

Il “riflesso condizionato” contro il nemico Berlusconi dal quale il candidato Matteo Renzi ha fatto suo quasi integralmente il progetto di grande metropoli,ha sortito il suo effetto, condannando l’asse Renzi-Domenici a soccombere sotto i macigni del diniego degli alleati della sinistra (Socialisti e Arcobaleno) nelle votazioni più rilevanti prima di chiudere il mandato amministrativo, come appunto lo strumento urbanistico e la gestione dei servizi pubblici schiacciati da un pauroso deficit di bilancio. In altre parole a quaranta giorni dalle elezioni comunali, la coalizione che sostiene il candidato sindaco Pd Matteo Renzi si è dissolta come si dissolse nel 2006 l’Ulivo prodiano. Dopo che Cioni, il decano degli assessori Pd, constata che “con questa sinistra è difficile governare”, il giovane Renzi, in attesa che gli animi bellicosi si rasserenino, si da alla fuga dall’ “inferno fiorentino” verso i lager di Auschwitz dove spera di trovare ispirazioni per rinverdire nuove forme di antifascismo, cui pochi ormai credono più. Sapranno capaci questa volta i fiorentini di capire la lezione?

Francesco Pugliarello

Da Il giornale della Toscana  del 12.05.2009

Firenze: cronaca di una disfatta annunciata

Aprile 22, 2009 by francoazzurro

Quel vizietto di vedere nell’avversario un nemico da annientare.

Brutto vizio, duro a morire, quello di demonizzare l’avversario che non la pensa come te. Per la sinistra nostrana l’avversario politico è un nemico da abbattere. E’ la cultura del sospetto che pervade il nostro Paese e qui, a Firenze, è dominante al punto che se il tuo migliore amico ti vede dialogare con chi non la pensa come te, allora vieni additato come colui che sta tramando per farti del male. Questo malcostume è stato bene interpretato da Curzio Malaparte quando in “Maledetti toscani” descriveva il carattere tipico della fiera toscanità, secondo cui “C’è più gusto pugnalare un amico che un nemico”. Il “Non ti curar di loro ma guarda e passa” di dantesca memoria si è trasformato in questa nuova elaborazione culturale che da almeno un trentennio imperversa nella città del giglio con le note conseguenze della paralisi amministrativa.

Bene ha descritto questo sentimento Michele Brambilla ne “Il paese dei nemici” apparso ieri sul Giornale. Trattando dell’arroganza di Santoro nelle puntate di “Annozero” sul terremoto in Abruzzo, Brambilla evidenzia come molti a sinistra tartufescamante hanno taciuto il loro dissenso“per scarsa onestà intellettuale sulla volgarità e sulla inusitata violenza di quelle trasmissioni”. Forse è di questo che certi sinistri godono? Come ne godono quando denigrano il Capo del Governo e lo additano a loro nemico? Anni di cattocomunismo hanno prodotto nel tessuto mentale di molti fiorentini un pensiero unico che va nel segno che tutto ciò che proviene da Berlusconi e il suo mondo è sbagliato; tutto ciò che è contro Berlusconi e il suo mondo è giusto.

Eppure c’è chi come Franceschini si cimenta a fare il suo biografo. Non passa giorno in cui viene rimbrottato per certe sue giovanili esuberanze; lo stimola nella famosa frase “Berlusconi pensi a lavorare”, si preoccupa, “Berlusconi è al tramonto della sua esperienza”. Sono segnali di grande confusione che regna nelle pieghe della sinistra nostrana, rasentando la schizofrenia. Gli studi sul condizionamento prodotti da Ivan Pavlov alla fine dell’800, sono stati bene assimilati. Essi stanno ad indicare la capacità di provocare in un animale, fornendogli stimoli sensoriali che normalmente non ne sarebbero capaci, secrezioni ghiandolari e reazioni riflesse. Un “riflesso pavloviano” appunto quello che spinge certi “attaché” della sinistra italiana a vivere l’esperienza emotiva che essi considerano passione politica, ma che di passione altro non c’è che la brama del potere e del denaro.

La disfatta della giunta Domenici, avvenuta l’altro giorno in Palazzo Vecchio a poco meno di cinquanta giorni dalle elezioni amministrative, è appunto il frutto di un riflesso pavloviano. Anche questa volta, come per il Governo Prodi, per motivi tutti interni alla coalizione di sinistra che aveva evidenziato un pressappochismo gestionale che non ha pari in nessuna città italiana, forse quello di Roma, quando era governata da Rutelli: la bocciatura del famigerato piano strutturale che doveva disegnare il futuro di Firenze, inviso al Pdl. Una diatriba politica che si trascinava stancamente da almeno dieci anni e che vide le prime crepe nei sequestri del centro polifunzionale del quartiere direzionale di Novoli e della “cittadella viola” con annesso il nuovo stadio di Castello contro il progetto Della Valle. In quell’occasione (marzo 2008) vide implicati in affari tutt’altro che trasparenti assessori storici come Graziano Cioni, lo “sceriffo”, ed altri esponenti della Giunta fiorentina a seguito della pubblicazione di intercettazioni telefoniche poco edificanti.

Il “riflesso condizionato” contro il nemico Berlusconi dal quale il candidato Matteo Renzi  ha fatto suo quasi integralmente il progetto di grande metropoli, ha sortito il suo effetto condannando l’asse Renzi-Domenici a soccombere sotto i macigni del diniego degli alleati della sinistra (Socialisti e Arcobaleno) nelle votazioni più rilevanti prima di chiudere il mandato amministrativo, come appunto lo strumento urbanistico e la gestione dei servizi pubblici schiacciati da un pauroso deficit di bilancio. In altre parole a quaranta giorni dalle elezioni comunali, la coalizione che sostiene il candidato sindaco Pd Matteo Renzi si è dissolta come si dissolse nel 2006 l’Ulivo prodiano. Dopo che Cioni, il decano degli assessori Pd, constata che “con questa sinistra è difficile governare”, il giovane Renzi, in attesa che gli animi bellicosi si rasserenino, si da alla fuga dall’ “inferno fiorentino” verso i lager di Auschwitz dove spera di trovare ispirazioni per rinverdire nuove forme di antifascismo, cui pochi ormai credono più. Sapranno capaci questa volta i fiorentini di capire la lezione?

Francesco Pugliarello

L’ ETERNA LOTTA TRA GUELFI E GHIBELLINI, LA DERIVA DI FIRENZE

Aprile 17, 2009 by francoazzurro

La deriva di Firenze tra la crociata pro-Englaro e il j’accuse dei preti “militanti”

di Francesco Pugliarello

da L’Occidentale.it

L’occasione della cittadinanza onoraria conferita al padre di Eluana Englaro ha riacceso nel capoluogo della rossa Toscana gli animi battaglieri di memoria medievale che si pensava fossero sopiti. D’improvviso è riapparsa una città ribelle e sempre più arroccata su sé stessa. In Palazzo Vecchio, secondo gran parte dei fiorentini si è consumata un’ennesima forzatura contraria al volere dei cittadini, dal sapore provocatorio, vetero-comunista che dal dopoguerra ha reso questa città ostaggio della sinistra più oltranzista. Non me ne voglia il signor Englaro, se mi permetto di biasimare chi sfrutta ogni occasione per strumentalizzare il dolore e la fede altrui a proprio vantaggio. Si guardi bene da chi oggi lo esalta e lo sbandiera come un’icona per le sue battaglie politiche, perché domani, in una città dove spesso il sentimento sciovinista fa a gara con l’interesse particolare, potrebbe rivoltarglisi contro. “Una regione in cui ha avuto tanto successo l’indottrinare i propri ‘sudditi’ all’egemonia della sinistra postcomunista come facciata di democrazia” (Baget Bozzo).

Di questo gli abitanti ne sono coscienti, ma la nostalgia per “baffone” in certi strati sociali è ancora viva, palpabile nelle numerosissime ex Case del Fascio, oggi Case del Popolo. Con Beppino Englaro si è svolto un rituale che non ha precedenti, dal momento che le 22 cittadinanze conferite dal 1999 ad oggi sono state pressoché approvate con il consenso delle opposizioni. I consiglieri del PdL, per nulla consultati precedentemente, hanno bollato questa commemorazione come un “gesto di arroganza politica” dal quale “la cittadinanza onoraria ne uscirà moralmente dimezzata perchè non condivisa dall’intera città”. Mentre nel Salone de’ Dugento la gente gridava «Bravo Beppino, c’è bisogno di persone così», si è sfiorato il corpo a corpo con due vigilesse contuse, fuori dal Palazzo, in Piazza della Signoria, i contestatori della Lega suonavano la grancassa a suon di slogan. Senza mai aver messo piede in questa città, senza aver mai partecipato ad una promozione culturale o a qualunque attività benemerita, il signor Beppe Englaro si trova insignito del “Giglio d’Oro” per meriti inesistenti, peraltro in assenza del primo cittadino il quale, forse prevedendo uno spettacolo poco edificante, ha preferito starne lontano, lasciando le contrapposte fazioni in balìa di loro stesse, dimostrando ancora una volta di essere “schifato della politica” (affermazione di Leonardo Domenici, intervista sul Corriere della Sera, 6 dicembre 2008).

L’esasperazione di questa città, precipitata a rango di provincia, ha radici sessantottine e la sua immagine è l’Isolotto, il quartiere ad ovest di Firenze cresciuto col “Piano Fanfani” per far posto agli immigrati assunti nelle industrie allora fiorenti come la Galileo e la Pignone. Nella piazza del quartiere sin dai primi anni ’60 il prete-operaio, don Enzo Mazzi, predicava la teologia della liberazione, una sorta di anacronistico sincretismo fra marxismo e cristianesimo. Ebbene, lo scomunicato continua a dir messa nella stessa piazza per un pugno di fedeli, lanciando strali contro la Curia fiorentina. E’ dei giorni scorsi un altro episodio con uno dei novelli “teologi” di turno, don Alessandro Santoro, parroco del quartiere delle Piagge (periferia a nord-ovest della città) il quale in una “casa del Popolo” gestita da Rifondazione Comunista, ha preso le distanze dalla “sua” Chiesa rappresentata dall’ex segretario della Cei Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze. Don Alessandro Santoro, in un impeto di livore, invece di scagliarsi contro l’incuria del Comune nei confronti del quartiere, prendendo a pretesto l’operazione Englaro, ha sferrato inopinatamente un pesante attacco ai vertici della Curia ed ai suoi correligionari, rei di aver criticato questa “premiazione”, giudicando “un baccanale osceno chi ha ostentato preghiere, rosari e parole senza senso per Eluana Englaro”. Parole pesantissime, che potrebbero innescare ripercussioni altrettanto pesanti nel tessuto sociale di questa periferia e non solo, resa invivibile per l’alto numero di clandestini e, purtroppo, di disoccupati. Al momento la Curia non risponde alle provocazioni. Però immagino la reazione, considerando il peso della frase “io in questa Chiesa non mi riconosco…”. Al richiamo delle sirene postcomuniste, la solidarietà di Beppino Englaro non si è fatta attendere. Dopo aver incontrato la comunità di Enzo Mazzi all’Isolotto e il giorno precedente il sindaco Leonardo Domenici, il padre di Eluana si è precipitato ad abbracciare il parroco delle Piagge: “Finalmente ti conosco!”, sono state le prime parole, poi, rivolto alla folla ha gridato: “Grazie per essermi accanto, mi date la carica per affrontare questa battaglia di vita”. Non vorrei esagerare, ma pensando alle “tenebre”, di cui parla nell’ultima enciclica Benedetto XVI (e in quelle dei suoi predecessori), si ha la sensazione che questa città sia diventata l’epicentro in cui aleggiano fantasmi che si presentano sotto le spoglie di “benefattori”, nel tentativo di ricacciare la Chiesa nelle catacombe e vederla ridotta al silenzio: quel “silenzio” che di recente ha censurato il film di Andrzej Wajda, “Il massacro di Katyn”.

Non molto tempo addietro, in un articolo apparso su un diffusissimo sito web d’ispirazione salafita, l’autore invitava a “denunciare” il cardinale Giacomo Biffi per aver inviato una raccomandazione al Governo, intesa ad “adottare maggiori controlli sugli immigrati e a far rispettare il giusto principio della reciprocità”. Tollerare accuse di intrusioni Vaticane nella vita politica del nostro Paese, da chi di commistione tra fede e politica ne ha fatto una bandiera per la propria conquista, peraltro sostenuti da certi settori politici orfani del socialismo reale, non è più tollerabile. Non reagire alle provocazioni di chi propone dialogo mentre nega la sacralità della vita, è semplicemente nichilista. Oltre ad alimentare antiche faziosità, il ghetto che questi signori stanno ricreando, politicizzando spudoratamente il ricordo di una creatura sfortunata come Eluana, è la riprova di una pericolosa deriva fondamentalista in cui sta precipitando questa gloriosa città. Saranno pure le prove propedeutiche di campagna elettorale, ma pochi si accorgono che dando in pasto ideologie agli indigenti, ai negletti che Cristo amava, finiscono per alimentare in loro sentimenti di disperazione. Essi non capiscono che, come diceva don Lorenzo Milani, gli “ultimi” hanno bisogno di cultura e di azioni concrete. Presi dal furore ideologico dimenticano che verso gli indigenti la Chiesa si è sempre assunta l’onere della sussidiarietà quando le autorità locali non ottemperano al loro mandato istituzionale. Staremo a vedere quali altre alchimie politiche saranno capaci di inventarsi ora che i Vescovi scendono in campo contro la pesante crisi economica, istituendo, in accordo con l’Abi, un fondo di garanzia di trenta milioni di euro per le famiglie più bisognose: cinquecento euro di sussidio al mese per pagare l’affitto o il mutuo, con il denaro erogato dalle banche sotto forma di un prestito garantito da un fondo alimentato dalla Cei.

La deriva di Firenze tra la crociata pro-Englaro e il j’accuse dei preti “militanti”

Aprile 5, 2009 by francoazzurro

di Francesco Pugliarello

da L’Occidentale.it

3 Aprile 2009

L’occasione della cittadinanza onoraria conferita al padre di Eluana Englaro ha riacceso nel capoluogo della rossa Toscana gli animi battaglieri di memoria medievale che si pensava fossero sopiti. D’improvviso è riapparsa una città ribelle e sempre più arroccata su sé stessa. In Palazzo Vecchio, secondo gran parte dei fiorentini si è consumata un’ennesima forzatura contraria al volere dei cittadini, dal sapore provocatorio, vetero-comunista che dal dopoguerra ha reso questa città ostaggio della sinistra più oltranzista.

Non me ne voglia il signor Englaro, se mi permetto di biasimare chi sfrutta ogni occasione per strumentalizzare il dolore e la fede altrui a proprio vantaggio. Si guardi bene da chi oggi lo esalta e lo sbandiera come un’icona per le sue battaglie politiche, perché domani, in una città dove spesso il sentimento sciovinista fa a gara con l’interesse particolare, potrebbe rivoltarglisi contro. “Una regione in cui ha avuto tanto successo l’indottrinare i propri ‘sudditi’ all’egemonia della sinistra postcomunista come facciata di democrazia” (Baget Bozzo). Di questo gli abitanti ne sono coscienti, ma la nostalgia per “baffone” in certi strati sociali è ancora  viva, palpabile nelle numerosissime ex Case del Fascio, oggi Case del Popolo.

Con Beppino Englaro si è svolto un rituale che non ha precedenti, dal momento che le 22 cittadinanze conferite dal 1999 ad oggi sono state pressoché approvate con il consenso delle opposizioni. I consiglieri del PdL, per nulla consultati precedentemente, hanno bollato questa commemorazione come un “gesto di arroganza politica” dal quale “la cittadinanza onoraria  ne uscirà moralmente dimezzata perchè non condivisa dall’intera città”. Mentre nel Salone de’ Dugento la gente gridava «Bravo Beppino , c’è bisogno di persone così», si è sfiorato il corpo a corpo con due vigilesse contuse, fuori dal Palazzo, in Piazza della Signoria,  i contestatori della Lega suonavano la grancassa a suon di slogan. Senza mai aver messo piede in questa città, senza aver mai partecipato ad una promozione culturale o a qualunque attività benemerita, il signor Beppe Englaro si trova insignito del “Giglio d’Oro” per meriti inesistenti, peraltro in assenza del primo cittadino il quale, forse prevedendo uno spettacolo poco edificante, ha preferito starne lontano, lasciando le contrapposte fazioni in balìa di loro stesse, dimostrando ancora una volta di essere “schifato della politica” (affermazione di Leonardo Domenici, intervista sul Corriere della Sera, 6 dicembre 2008).

L’esasperazione di questa città, precipitata a rango di provincia, ha radici sessantottine e la sua immagine è l’Isolotto, il quartiere ad ovest di Firenze cresciuto col “Piano Fanfani” per far posto agli immigrati assunti nelle industrie allora fiorenti come la Galileo e la Pignone. Nella piazza del quartiere sin dai primi  anni ’60 il prete-operaio, don Enzo Mazzi, predicava la teologia della liberazione, una sorta di anacronistico sincretismo fra marxismo e cristianesimo. Ebbene, lo scomunicato continua a dir messa nella stessa piazza per un pugno di fedeli, lanciando strali contro la Curia fiorentina.

E’ dei giorni scorsi un altro episodio con uno dei novelli “teologi” di turno, don Alessandro Santoro, parroco del quartiere delle Piagge ( periferia a nord-ovest della città) il quale in una “casa del Popolo” gestita da Rifondazione Comunista, ha preso le distanze dalla “sua” Chiesa rappresentata dall’ex segretario della Cei Giuseppe Betori,  nuovo arcivescovo di Firenze. Don Alessandro Santoro, in un impeto di livore, invece di scagliarsi contro l’incuria del Comune nei confronti del quartiere, prendendo a pretesto l’operazione Englaro, ha sferrato inopinatamente un pesante attacco ai vertici della Curia ed ai suoi correligionari, rei di aver criticato questa “premiazione”, giudicando “un baccanale osceno chi ha ostentato preghiere, rosari e parole senza senso per Eluana Englaro”.

Parole pesantissime, che potrebbero innescare ripercussioni altrettanto pesanti nel tessuto sociale di questa periferia e non solo, resa invivibile per l’alto numero di clandestini e, purtroppo, di disoccupati. Al momento la Curia non risponde alle provocazioni. Però immagino la reazione, considerando il peso  della frase “io in questa Chiesa non mi riconosco…”.

Al richiamo delle sirene postcomuniste,  la solidarietà di Beppino Englaro non si è fatta attendere. Dopo aver incontrato la comunità di Enzo Mazzi all’Isolotto e il giorno precedente il sindaco Leonardo Domenici, il padre di Eluana si è precipitato ad abbracciare il parroco delle Piagge: “Finalmente ti conosco!”, sono state le prime parole,  poi, rivolto alla folla ha gridato: “Grazie per essermi accanto, mi date la carica per affrontare questa battaglia di vita”. Non vorrei esagerare, ma pensando alle “tenebre”, di cui parla nell’ultima enciclica Benedetto XVI (e in quelle dei suoi predecessori), si ha la sensazione che questa città sia diventata l’epicentro in cui aleggiano fantasmi che si presentano sotto le spoglie di “benefattori”, nel tentativo di ricacciare la Chiesa nelle catacombe e vederla ridotta al silenzio: quel “silenzio” che di recente ha censurato il film di Andrzej Wajda, “Il massacro di Katyn”.

Non molto tempo addietro, in un articolo apparso su un diffusissimo sito web d’ispirazione salafita, l’autore invitava a “denunciare” il cardinale Giacomo Biffi per aver inviato una raccomandazione al Governo, intesa ad “adottare maggiori controlli sugli immigrati e a far rispettare il giusto principio della reciprocità”. Tollerare accuse di intrusioni Vaticane nella vita politica del nostro Paese, da chi di commistione tra fede e politica ne ha fatto una bandiera per la propria conquista, peraltro sostenuti da certi settori politici orfani del socialismo reale, non è più tollerabile. Non reagire alle provocazioni di chi propone dialogo mentre nega la sacralità della vita, è semplicemente nichilista.

Oltre ad alimentare antiche faziosità, il ghetto che questi signori stanno ri-creando, politicizzando spudoratamente il ricordo di una creatura sfortunata come Eluana, è la riprova di una pericolosa deriva fondamentalista in cui sta precipitando questa gloriosa città. Saranno pure le prove propedeutiche di campagna elettorale, ma pochi si accorgono che dando in pasto ideologie agli indigenti, ai negletti che Cristo amava, finiscono per alimentare in loro sentimenti di disperazione. Essi non capiscono che, come diceva don Lorenzo Milani, gli “ultimi” hanno bisogno di cultura e di azioni concrete.

Presi dal furore ideologico dimenticano che verso gli indigenti la Chiesa si è sempre assunta l’onere della sussidiarietà quando le autorità locali non ottemperano al loro mandato istituzionale. Staremo a vedere quali altre alchimie politiche saranno capaci di inventarsi ora che  i Vescovi scendono in campo contro la pesante crisi economica, istituendo, in accordo con l’Abi, un fondo di garanzia di trenta milioni di euro per le famiglie più bisognose: cinquecento euro di sussidio al mese per pagare l’affitto o il mutuo, con il denaro erogato dalle banche sotto forma di un prestito garantito da un fondo alimentato dalla Cei.

http://www.loccidentale.it/articolo/la+deriva+morale+di+firenze%2C+eternamente+divisa+tra+guelfi+e+ghibellini.0069025

SCALFARI ALLE CORDE

Aprile 1, 2009 by francoazzurro



! di Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it

«Meno male che c’è Fini», scrive Eugenio Scalfari. Non avevo mai immaginato di leggere una simile affermazione nella prosa del fondatore di Repubblica. Il presidente della Camera non è mai stato un allievo di Scalfari, non ha mai beneficiato della sua attenzione. Ora basta che Fini prenda qualche distanza da Berlusconi sul testamento biologico e sul referendum per pensare che egli rappresenti l’alternativa democratica a chi viene rappresentato a volte sotto il segno del nulla, a volte sotto il segno del male. Ma, ridotto ad elogiare Gianfranco Fini, il fondatore di Repubblica mostra il fallimento della sua opera, che aveva avuto tanto successo nell’indottrinare il pubblico italiano all’egemonia della sinistra postcomunista come chiave della democrazia. Non è solo una sconfitta politica, ma è una sconfitta culturale, perché vuol dire che è fuori della cultura di Repubblica e della politica di sinistra l’unica alternativa a Berlusconi oggi esistente. Ed è Scalfari a crearla, quando essa nella realtà non esiste: Gianfranco Fini può pensare di essere il successore di Berlusconi, non la sua alternativa.

Ma vi è di più in questa scelta di Scalfari di continuare, in queste condizioni, a delegittimare Berlusconi. Ciò significa delegittimare la democrazia italiana, indicare che essa è già vicino al para-fascismo in forme demitizzate. Insomma, significa che il popolo non è democratico. La democrazia non ha più seguito elettorale. Ma Scalfari non sceglie l’Aventino e Repubblica continua ad avere successo. La democrazia non conosce ostacoli. Berlusconi governa con il consenso e il Popolo della Libertà contiene molte voci ma nessuna alternativa. Scalfari, che ha concentrato su di sé la direzione della politica italiana in chiave culturale, non deve meravigliarsi che un popolo da lui sempre disprezzato si raccolga attorno a un volto in cui ha scelto di ritrovarsi. Perché Repubblica giunge a delegittimare la democrazia italiana nel suo elettorato e nelle sue scelte? Il laicismo italiano ha sempre considerato il nostro popolo come alienato dalla cultura cattolica e quindi alieno all’Occidente e redento soltanto da élites culturali non cattoliche che si sottraevano, con la loro opposizione alla Chiesa, al peccato originale del popolo italiano: il suo cattolicesimo popolare.

Ora la democrazia italiana si raccoglie attorno all’identità di un partito che potremmo chiamare nazionale e popolare, anche se nazionale e popolare, nella cultura laicista, è tradotto come populismo, cioè in chiave di disprezzo del popolo e di chi esso esprime. Può la sinistra sottrarsi al fascino di questa scomunica della democrazia italiana, che significa la sconfitta storica della politica di sinistra, la dichiarazione che essa non è più un’alternativa? Può la sinistra essere organica alla cultura laicista che condanna nella vittoria di Berlusconi la dimensione popolare della politica italiana? Ciò non toglie il fatto che il nuovo partito appaia come una forza nazionale e popolare e che abbia già una classe dirigente di governo capace di affrontare la crisi del sistema economico mondiale. E la sinistra non fa parte di essa. È ridotta a manifestare con la Cgil e con l’Onda studentesca. Ciò significa chiamarsi fuori dalla società e dalla storia. È lecito sperare che la sinistra italiana possa giungere a pensare diversamente del fondatore di Repubblica e a comprendere che egli è stato un cattivo maestro.

(da Il Giornale del 31 marzo 2009)

Matrimonio negato a un paraplegico

Marzo 27, 2009 by francoazzurro

(commento di Adriana Bolchini -Lisistrata.it)

Il vescovo di Viterbo rifiuta di celebrare le nozze di una coppia. Lui è paraplegico, non può garantire potenza procreativa. La notizia colpisce davvero molto. Non tanto perché fa scoprire che ora la Chiesa se la prende pure con le persone diversamente abili (o forse in Vaticano preferiscono chiamarle “disordinatamente abili”, ricalcando la definizione degli omosessuali come “moralmente disordinati”?). Insomma, un odio in più qua, una fobia in più là… alla fine che differenza fa? Il fatto che all’antisemitismo, alla misoginia, all’islamofobia, all’omofobia, a tutte queste amenità che hanno caratterizzato la storia millenaria della Chiesa, si aggiunga pure l’handifobia ( parola davvero brutta, ahimè…) non è che cambi molto le cose, in fin dei conti. No, quello che crea sgomento (beh, insomma, più che altro una sorpresa un po’ sbigottita, a dire il vero) è immaginare una giovane coppia cattolica che decida di sposarsi. Come ben sappiamo (e come questa tristissima vicenda ci ricorda), per la Chiesa il matrimonio è finalizzato solo ed esclusivamente alla procreazione. Dunque, la Chiesa considera un vero e proprio non-sense il matrimonio tra persone che, per qualsiasi ragione (impotenza, paraplegia, omosessualità…), non possano procreare. E di conseguenza esclude dal matrimonio queste persone. Il matrimonio cattolico è un sacramento. E quindi va preso molto sul serio. Non è cosa su cui scherzare, giocare o “provare e poi chissà”. Immagino quindi che ogni pia coppia cattolica debba essere richiamata alla necessità di accertarsi, prima di sposarsi, che entrambi i componenti siano potenzialmente in grado di generare prole, al fine di evitare di utilizzare un sacramento senza che si possano produrre le finalità per le quali esso è concepito. Insomma, è importante accertarsi con adeguata sicurezza della fertilità dei promessi sposi. E questo si può fare con semplici esami clinici. Ora, io non sono né un teologo né un medico, ma mi sembra che una grande minaccia si profili all’orizzonte. O forse sono io a sbagliarmi (e quindi ringrazio tutti coloro che saranno così gentili da segnalare nei commenti ogni tipo di errore o di imprecisione presente in questo post). Dicevo… Io di come la teologia affronta il tema delle analisi sulle cellule uova non so praticamente nulla. So qualcosina di più sui “cugini” spermatozoi. E proprio attorno a questi birichini nasce l’intoppo. Per determinare clinicamente la fertilità del maschio biologico, a quanto ne so, non si può fare a meno della “materia prima”: lo sperma. Sostanza producibile con semplicità e in abbondanza, di solito. Ma i cattolici (quelli che davvero seguono i dettami della Chiesa Cattolica Romana, non quelli che vanno a messa e pregano Padre Pio per hobby) sono abbastanza “insoliti”. E per loro raccogliere quella minima quantità di sostanza bianca utile alle analisi è decisamente complesso. La soluzione più semplice, la masturbazione, è ovviamente esclusa: è peccato grave e rende ciechi (e poi non si potrebbero più ammirare le splendide scarpette trendy di S.S. Ratzinger?).

L’eiaculazione cattolica può avvenire solo durante una penetrazione pene-vagina. In questo caso, come consigliano i medici cattolici, è possibile raccogliere cattolicamente lo sperma all’interno di preservativi cattolicamente bucati… e che i buchi siano abbastanza larghi, mi raccomando (non è uno scherzo: http://www.zenit.org/article-11294?l=italian). Tutto bene? Non proprio. Perché l’eiaculazione cattolica può avvenire solo all’interno della coppia sposata. Ricapitolando: il maschietto della coppia cattolica può produrre (e poi raccogliere) sperma solo attraverso una pratica permessa esclusivamente tra persone sposate. Il problema è che a lui serve raccogliere lo sperma prima di sposarsi! Non gli rimangono che tre strade: 1) commettere peccato masturbandosi o, peggio, con il sesso pre-matrimoniale; 2) sposarsi senza sapere se si è fertili, quindi rischiando di concludere un matrimonio che va contro alle sue sacre finalità; 3) rinunciare al matrimonio (e con esso al sesso e alla procreazione). Personalmente, non mi piace pensar male di nessuno. E quindi sono sicuro che tutte le coppie cattoliche siano così pie, coerenti e devote ai dettami della Santa Chiesa da rinunziare alla tentazione offerta dalle prime due alternative. Sicuramente sceglieranno la terza strada, accettando la croce che con amore il Signore offre loro. E così i cattolici non procreeranno più. Sarà la loro grande estinzione . Dispiace un po’, in fondo in fondo. Però questo è il destino di tutti i dinosauri. Da Pandemonium http://noirpink.blogspot.com/2008/06/attualit-il-matrimonio-negato-e-la.html

(Mio commento, francoazzurro)

Quando la Chiesa si decide ad emarginare i vecchi prelati? Da lunghissimo tempo la cosiddetta impotentia coeundi è uno degli impedimenti che rendono nullo un matrimonio cattolico. Questo non perché la procreazione sia l’unica finalità (è dagli anni ‘60 che la chiesa ha cambiato leggermente la forma: la prima finalità è l’amore, la seconda è la procreazione, ma sono da considerarsi unite e inscindibili)(Cfr.Codice di Diritto Canonico,canone 1084-2). “Se l’impotenza è dubbia prima delle nozze, il matrimonio non può essere impedito né dichiarato nullo”, è il parere di Gerardo Ronzoni, professore d’Urologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e primo presidente, nel 1980, dell’Associazione Italiana Paraplegici. Ronzoni, ha vari lavori scientifici alle spalle sul tema della disabilità e sessualità, ha diretto dal 1992 al 2003 ha diretto il reparto di Uro-Chirurgia per paraplegici del Policlinico Gemelli: ora è vice presidente dell’associazione “Handicap Noi e Gli Altri”: e dirige l’Unità Operativa di Chirurgia Urologica del Gemelli presso il Complesso Integrato Columbus. http://www.superabile.it/web/it/CANALI_TEMATICI/Senza_Barriere/Interviste_e_personaggi/info-2126083171.html

E’ probabile che il vescovo era all’oscuro di questo parere scientifico o, da buon zelante burocrate, ha proceduto secondo i dettami canonici preconciliari: si dà il caso che la chiesa è ancora piena di settantenni e ottantenni nostalgici. Sono andato a riscontrare anche il comunicato successivo della Curia in cui spiega che i fatti non si sono svolti come raccontati dai media. In un comunicato della curia viterbese, peraltro molto sibillino, concordato con gli interessati, si legge: “I termini della questione non sono quelli raccontati; a chi di dovere sono state offerte tutte le motivazioni di una realtà che non dipende nè da discrezionalità nè dall’intenzionalità dei soggetti”. Ribadisco che, anche se comprese nel Codice del Diritto Canonico, certe regole sono inique, vessatorie e umanamente sorpassate. In ogni caso i due si sono sposati dopo due mesi in municipio. Come si vede l’amore tra i due giovani ha resistito anche di fronte alle difficoltà e al dramma. In ogni caso il Vescovo burocrate poteva ufficializzarlo anche davanti a Dio se questo era un loro desiderio, e non credo siano le leggi degli uomini (perché il diritto canonico è stato stilato da uomini) a poter decidere questo. E’ uno dei motivi per cui il Codice di Diritto Canonico va cambiato, come nel tempo la chiesa ha cambiato molto dei suoi dogmi.

La flice liberazione degli ostaggi in Egitto

Marzo 2, 2009 by francoazzurro

Senza troppe pretese letterarie vorrei dimostrare quanto ha pesato lo zampino di Gheddafi e di riflesso del nostro Governo in questa liberazione, ma ragioni di tempo limitato mi consentono soltanto alcune brevissime considerazioni.
1- E’ vero o non è vero che in un primo momento si disse che gli 11 ostaggi avevano attraversato la frontiera libica? e che avevano chiesto per il  riscatto 20 milioni di dollari?
2- E’ vero o non è vero che nel modo arabo dalle coste del sud-mediterraneo foglia non si muove che Gheddafi non voglia?
3- E’ vero o non è vero che il potere di ricatto di costui è talmente elevato da costringere l’Italia a venire a patti con lui da ingigantire il suo strapotere su gran parte della popolazione subsahariana?
E allora come mai l’Egitto, paese amico dell’Italia e dell’Occidente europeo, ha permesso alle teste di cuoio Occidentali di catturare sul sacro suolo islamico quei furfanti sequestratori? Non pensate che dietro tutto questo possa esserci una regìa gheddafiana?
La controprova potrebbe risiedere nel recente accordo avuto con Berlusconi sul raddoppio delle forniture di gas e di petrolio (ottimo tra l’altro), sull’autostrada costiera e quant’altro, come il controllo dei clandestini che, guarda caso partono tutti dalle coste libiche!

E allora se è così: lunga vita al nostro Presidente proprio oggi che cade il suo 72esimo compleanno.
francesco pugliarello