DECAPITATA PARTE DELLA GIUNTA FIORENTINA

Marzo 2, 2009 di francoazzurro

- Le prime dimissioni a ridosso delle primarie d.s. -

Sotto inchiesta anche il presidente di Fondiaria-Sai Salvatore Ligresti.
E’ di oggi la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che inchiodano alla loro responsabilità amministrativa e penale vertici della Giunta comunale di Firenze per i lauti incarichi affidati ad amici e parenti e le immediate auto-dimissioni dell’assessore all’urbanistica Gianni Biagi.
Ma il famigerato assessore-sceriffo (nonchè ex parlamentare d.s. Graziano Cioni) nonchè candidato a Sindaco alle elezioni del giugno prossimo, anch’egli direttamente coinvolto nello scandalo, per una insperata promozione ottenuta dal figlio (dipendente di Fondiaria), intende resistere… presumibilmente in attesa di un ‘occhio di riguardo’ dei compagni presenti in Procura.

Come in altre occasioni ho fatto rilevare, non c’è pace per il piccolo e famoso Capoluogo toscano (385mila abitanti): a pochi giorni dal sequestro del faraonico complesso commerciale di Novoli, ora salta fuori l’operazione Castello al quartiere 5 Rifredi – 168 ettari su cui dovrebbero sorgere 700 appartamenti, negozi, uffici pubblici ed anche un nuovo stadio di calcio e un progetto per far fuori gli 80 ettari di parco pubblico previsti a carico del costruttore -.

Secondo gli inquirenti, l’assessore Biagi avrebbe aiutato il gruppo Ligresti perché così facendo “piazzava” due tecnici progettisti chiamati a realizzare i progetti di edificazione degli interventi pubblici e privati sull’area di Castello.
Il valore commerciale dell’operazione è pari a un milione di euro.
Non basta. Stando all’accusa, Graziano Cioni, è accusato anche di violenza privata, avrebbe costretto un imprenditore a licenziare una propria dipendente, incaricata dei rapporti con le pubbliche amministrazioni, “colpevole” di non volerlo appoggiare nella sua corsa a Sindaco. Si parla anche di una minaccia che l’imprenditore avrebbe ricevuto da parte di un altro politico, che risulta però estraneo all’inchiesta.

Questi i metodi adottati in questa martoriata città da faide tutte interne alle sinistre.

(Fonte: Quotidiani cittadini e nazionali)

Gli ulteriori sviluppi alla prossima.

LA DOPPIA MORALE DELLA SINISTRA STA DIVORANDO SE’ STESSA

Settembre 7, 2009 di francoazzurro


Sappiamo chi è Feltri, è uno che quando c’è da rovistare nei meandri del potere non si tira indietro, è uno dei pochi giornalisti di inchiesta ancora presenti in Italia, insieme a D’Avanzo. La critica sferrata al direttore di Famiglia Cristiana è un azione senza precedenti, se si considera che è stata scatenata da un organo di stampa proveniente da un campo politico amico. Essa investe gli equilibri dei più alti livelli ecclesiali e politici del nostro Paese con risvolti futuri ancora alquanto nebulosi. Se è vero che Berlusconi ha il “difetto” di essere un brianzolo arricchito, anziché un salottiero romano, e anche vero che da sempre gode di poche simpatie in certi ambienti dell’alta finanza che sostiene alcuni giornali a lui avversi. E’ anche vero che di cosucce da rivedere ce n’è tante, ma infilarle nel tritacarne alla fine è rischioso per tutti, gli schizzi volano ovunque.

L’errore del giornalismo di sinistra e di repubblica in primis, non è stato quello di pubblicare le notizie delle escort e delle veline, ma quello di insistervi per settimane e settimane, a volte non avendo in realtà nulla di nuovo da dire. Veramente pensavano di far cadere Berlusconi? O volevano fare concorrenza a Eva 2000? si domanda l’esponente della ex margherita Mario Adinolfi. Era proprio necessario tentare di far precipitare l’immagine dell’Italia all’estero? Alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Spagna non par vero indebolire un concorrente!

Anche se gli italiani sono grandi consumatori di giornaletti scandalistici, ci sono pure quelli che se ne fregano degli scandali sessuali: queste persone sono molto più interessate a soluzioni politiche ed a notizie che possono migliorare il loro tenore di vita, e sono la stragrande maggioranza. Quando si comincerà a parlare di temi seri? Perché continuiamo a farci coinvolgere nelle guerre dei potenti e farci distrarre da cose più importanti? Stiamo davvero perdendo le coordinate del vivere civile, e ha ragione Veltroni quando afferma che “non è tutta colpa di Berlusconi”.

Giustamente Stefano Zecchi l’altro giorno si domandava: “Perché, nessuno inibisce questi eroi della rivoluzione [sessantottina] di sguazzare nel pantano borghese e di servirsi di ciò che affiora da quella che loro definiscono “iniquità” capitalista”? E’ la doppia morale che consente, oggi come allora, di predicare in un modo e razzolare in un altro. Oggi però è più difficile praticarla, essa viene immediatamente smascherata. I “vizi” di De Benedetti, degli Agnelli li stanno già pubblicando, ora quelli di Boffo (peraltro ancora da definire in quanto Boffo annuncia: “La verità emergerà in tribunale perché la “nota informativa” su cui si è basato l’attacco sulla mia presunta omosessualità non è altro che una “emerita patacca”; c’è la condanna dell’UE a Prodi, pronta nel cassetto se il prof dovesse rialzare la testa; i rimborsi truccati di Ignazio Marino, le coop rosse (Unipol-BNL) pronte per il duo D’Alema-Bersani, il vecchio scandalo di Affittopoli, la Campania, la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo. Su Franceschini si potrebbe andare a scavare in quel fantastico mondo di scambio di voti che era la margherita al sud….  Di Pietro, “Bè su Di Pietro ci si potrebbe scrivere un libro” dice Adinolfi: al confronto le domande che gli ha fatto Mario Giordano su Il Giornale saranno nulla, rispetto a quello che potrebbe tirare fuori Feltri.

Arriva Berlusconi, e cosa ti combina? Ha la spudoratezza di dire che la storia del comunismo internazionale è una crudele avventura di distruzione della libertà e di annientamento della persona, che i nostri vecchi comunisti continuano a imbrogliare le carte per rendersi presentabili in un mondo che ha seppellito il comunismo. Quel comunismo che sul “Libro nero” presentato nel 2000 illustra, come nessun altro, le nefandezze di un capitalismo di Stato che tanti lutti ha provocato nelle famiglie dei loro compagni russi. Come si permette quel maniaco di Berlusconi di criticare? dice il vecchio pensionato della casa del popolo di Firenze che ha abbandonato la lotta di classe per diventare portavoce del conformismo moralizzatore. E, allora, preso atto che il mondo non si può cambiare, lui e i suoi compagni decidono di censurarlo: moralisti di tutto il mondo unitevi, è la nuova parola d’ordine. Incalza la Rossanda, che però spera nell’ex aennino Fini: “Berlusconi è un gaffeur, un bauscia, lui e i suoi alleati con quel Bossi in canottiera sono l’unica vera tendenza di fascismo localista in abiti nuovi”.

E’ la disperazione di un manipolo di cittadini frastornati dalla sua classe dirigente che non sa più a che santo votarsi. A questo si sono ridotti certi politici e intellettuali della sinistra nostrana, orfani della doppia morale? Guardano la pagliuzza nell’occhio del nemico incapaci di guardare la trave nel proprio, presumono di dare un giudizio morale sul premier prima ancora che politico e su chi lo sostiene. Ma ecco che appena questi benpensanti, vengono pizzicati nelle loro manie piccolo borghesi, urlano, gridano all’aggressione, alla democrazia in pericolo, alla libertà di parola minacciata, addirittura al fascismo che ritorna, e raccolgono firme di protesta, rivolgendosi finanche al parlamento europeo. È ovvio, solo loro hanno il diritto di interdizione perché si ritengono ineccepibili moralmente e culturalmente. Perché, se sciaguratamente non riescono più a predicare in un modo e a razzolare in un altro, secondo Zecchi sono tuttavia convinti di poter giudicare dall’alto le proprie qualità estetiche e la “moralità di chi non è bello come loro”.

Francesco Pugliarello

SINDROME DI DOWN – Evoluzionisti e Creazionisti (cenni)

Settembre 5, 2009 di francoazzurro

Lode a te, Padre del cielo e della terra,

per il fatto che non è proprietà della scienza

riconoscere ciò che è dovere per ciascuno

e per il fatto che ogni cuore non corrotto può sentire, da sé,

la differenza tra il bene e il male.

FRIEDRICH HEGEL

Evoluzionisti e creazionisti (cenni)

Facendo leva sulla “buona” ignoranza dell’opinione pubblica, nel tentativo di espellere nuovamente gli handicappati dalla storia, una casta numericamente modestissima che si ispira agli epigoni dell’evoluzionismo darwiniano, in maniera dettagliata e con sottile retorica, ci propone una visione rozza dell’esistenza. Essa considera l’handicappato una sottospecie umana, vale a dire un diretto discendente della scimmia antropomorfa. Pur giudicando quest’ultima l’animale più evoluto, per mostrare caratteristiche fisiche e intellettive simili all’uomo, ancorché dall’intelligenza limitata, arriva ad insinuare che un disabile è comunque un essere privo di anima spirituale.

Vediamo in merito cosa propongono i maggiori strateghi dell’eugenetica contemporanea, o meglio i “padroni del progressismo”, come ironicamente li chiama René Girard: il filosofo Ronald Dworkin e i premi Nobel per la medicina James Watson e Francis Crick.

Il primo, ne “Il dominio della vita”, Einaudi, 1993, sostiene che “l’uccisione razionale dei più deboli può essere un metodo per migliorare il valore specifico della specie umana”, i secondi, sono quelli che nel 1953 descrissero la struttura del codice genetico, noto con il termine Dna.

A Watson un giorno una coppia, dopo aver saputo che il loro nascituro avrebbe avuto la sindrome di Down, chiese consigli su cosa fare.. Il Nobel dette loro risposte sibilline ma altrettanto eloquenti:

E’ più opportuno che decidiate da voi”. “Non vorrei mai che qualcuno dicesse per me cosa devo fare”; “…posso soltanto affermare che modificare significa rendere il mondo migliore”! (1).

Successivamente chiariva il suo pensiero in maniera più esplicita: “Ogni nuovo nato dovrebbe essere “dichiarato umano” fino a che non abbia passato certi test sulla sua dote genetica, e se fallisce questi test perde il diritto alla vita” (2).

In un’intervista rilasciata al “Sunday Telegraph” del ’97 Crick e Watson furono ancora più circostanziati. Ribadirono il diritto d’ogni donna ad “abortire un figlio che abbia imperfezioni come la sindrome di Down”.

A queste ciniche affermazioni, le reazioni di larghissima parte del mondo accademico non si sono fatte attendere. Cito per tutti David Weatherall, ordinario di genetica umana ad Oxford: “Dire che le idee di Watson e di Crick sono discutibili è un modo generoso di giudicarle” perché non sono che un “ingombro” nel dibattito sulla genetica, non aiutano, “sono altamente emotive e del tutto grossolane” (3).

Nessuno avrebbe pensato che in un settore di fondamentale impatto antropologico come la scoperta della mappa cromosomica, si sarebbe giunti alla manipolazione del patrimonio genetico ed allo ‘screening’ dei nascituri.

Sarà per timore della fine biologica, o forse per troppa disumanità di fondo che li proteggono dai sensi di colpa , o chissà per quale recondito motivo, si ha la sensazione che questi controversi ‘benefattori’, con l’idea della selezione ‘in vitro’, vogliano scaricare le proprie angosce esistenziali sugli “ultimi” di questa Terra, attribuendo ad essi ogni responsabilità di malefatte, errori o eventi negativi. Sta di fatto che queste filosofie, prive di basi etiche, morali e di “umana pietas” rischiano di mettere in moto un processo di dissacrazione dell’esistenza.

E’ evidente che tali singolari desideri riemergono dai sotterranei dei secoli bui, il cui capostipite possiamo identificare nel teorico della futura socialdemocrazia tedesca, lo zoo-etologo Ernst Heackel il quale nel XIX secolo, alla sua generazione di scienziati parlava esplicitamente di “liceità dell’eutanasia di bambini handicappati e invalidi”.

Ernst Haeckel, decantava la “selezione umana artificiale” praticata dagli spartani che rifiutavano l’arte, la filosofia, la letteratura, la cui politica era costituita principalmente dalla potenza militare. In quell’epoca furono emanate leggi speciali secondo cui, i bambini appena nati dovevano essere sottoposti ad attenti controlli e quelli che erano deboli, malaticci o avevano difetti fisici erano brutalmente uccisi. Il diritto alla vita era concesso solo ai bambini sani e robusti.  Haeckel difendeva questa pratica. Secondo l’etologo, i sentimenti dell’amore, della compassione, dell’affetto dovrebbero essere diretti solo alle persone “utili”: un atteggiamento singolare che prospera sotto l’influenza del materialismo e del darwinismo presenti negli evoluzionisti ortodossi..

A chi lo criticava, Haeckel rispondeva:

Che bene apporta all’umanità mantenere artificialmente e allevare migliaia di storpi, sordomuti, dementi che nascono ogni anno con un fardello ereditario di malattie incurabili?

In questa frase è condensato ogni progetto futuro di ingegneria eugenetica. In nome dell’umanitarismo si dimentica l’uomo. In nome di un concetto che finisce per diventare astratto (cos’è l’umanità se non un agglomerato di corpi senza volto?), si dimentica il prossimo vero, quello che ci è accanto ogni giorno, la cui presenza turba, o meglio disturba le coscienze. Perciò da eliminare in nome di un bene superiore, magari facendo appello ad una malintesa ‘pietas’ che in realtà è una falsa coscienza.
I processi mentali degli epigoni di Heackel non sono affatto dissimili a quelli dei terroristi che uccidono per liberarci dal “male”, e questi ultimi a quelli dei nazisti: basta mettere il termine “razza” al posto di classe, umanità.

In attesa di questo straordinario balzo progressivo che avrebbe reso la razza umana invincibilmente sana, bella, intelligente, vittoriosa su tutti i limiti della natura, si doveva cominciare ad eliminare gli “inconvenienti di percorso”. Bisognava eliminare tutte le vite inutili, inguaribilmente malate, portatrici di handicap mentali o fisici, vecchi, malati terminali…: un immane e cinico processo di eliminazione della sofferenza, per l’affermazione di una società totalmente devota alla ‘dea ragione’ (4). Insomma un’insopportabile provocazione in nome di un progresso partorito da menti che col realmente scientifico poco hanno a che vedere.

Ciò che più stupisce e rattrista è la risonanza mediatica che dottrine aberranti come queste, imbevute di pastoie ideologiche sul mondo della disabilità, riescono ad assicurarsi. È uno spettacolo desolante, di grande povertà umana, un rito cinico che vorrebbe camuffare l’umanitarismo tecnologico con disumanità.

Fortunatamente vi è una prevalente e forte corrente di pensiero che fa capo ad eminenti accademici che riescono a scardinare queste teorie, e ne dimostrano l’infondatezza. Sono i cosiddetti creazionisti, ossia gli scienziati galileiani dello spessore del fisico Antonino Zichichi e del biologo Giuseppe Sermonti. Per mezzo di verifiche di laboratorio, questi scienziati dimostrano che le tesi degli evoluzionisti sono “pure supposizioni prive di fondamento scientifico”.  Analizzando il codice genetico, essi ci confermano che in tutte le prove i geni mostrano delle variazioni all’interno della medesima specie, mai dei passaggi da una specie all’altra (5).

In “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo”, Zichichi così definisce gli “pseudo-evoluzionisti” di matrice atea:

Coloro che pretendono di fare assurgere al rango di verità scientifica una teoria priva di una pur elementare struttura matematica di stampo galileiano”.  Gli fa eco Sermonti, ribadendo che “mettere in discussione una legge naturale millenaria, significa privilegiare un salto nel buio da creare un vuoto esistenziale di una portata storica inimmaginabile” (6).

Sappiamo che le religioni nascono nel tentativo di dare un senso all’esistenza e di salvarci da una condizione di disperazione al pensiero della malattia, della morte, tanto che la grandezza dell’uomo, elaborata dalla saggezza millenaria, sta proprio nel saper produrre arte, scienza, religione. E’ dal tempo di Aristotele che si pensa che l’animale non umano abbia “un’anima istintiva” perché manca di queste dimensioni spirituali e speculative. Per tal ragione, il rispetto e la stima che una bestia riscuote è un sentimento diverso da quello che può riscuotere il figlio d’uomo. L’animale non ha coscienza e non possiede spirito critico, cose che gli evoluzionisti, ‘giocando’ con la biotecnologia, vogliono mettere in discussione.

In questo dibattito, persino un conservatore quale Giovanni Paolo II ha avallato l’evoluzionismo, purché si lasciasse aperto il principio dell’instillazione divina dell’anima, e la scienza ufficiale ha accettato quest’interpretazione. Difatti per il credente, la proposta evoluzionista non contraddice il potere universalista di Dio. Ciononostante un manipolo di pseudo-scienziati insiste nel negare qualità umane nei cosiddetti “malformati”.

Nel recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, “Dignitas personae”, si legge: “Ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta dignità di persona e diritto alla vita”. E’ un’affermazione innovativa e di grande portata etica, riconoscibile come vera e conforme alla legge morale naturale dalla stessa ragione, a partire da solide conoscenze scientifiche ed in linea con le Carte costituzionali di tutto il mondo. “Bisogna essere fermi e decisi nella difesa della vita perché il diritto alla vita è un diritto naturale che preesiste alla nascita dello Stato moderno” (7).

Questo concetto è stato più chiaramente riproposto da Benedetto XVI nell’ultima enciclica “Caritas in Veritate”, da tutti gli osservatori considerata come la “summa della dottrina sociale della Chiesa alla prova del terzo millennio”. L’intero testo è percorso da una forte critica all’autosufficienza della tecnica, ad un nuovo ateismo, non più ideologico, ma altrettanto pericoloso perché fondato sull’indifferenza e sull’onnipotenza degli strumenti.

E’ la dimostrazione che la Chiesa non è contro la scienza, ma contro la pretesa “prometeica” secondo la quale l’umanità ritiene di potersi “riedificare” avvalendosi dei prodigi della tecnologia. Nella lettera enciclica il Pontefice, inoltre, mette in guardia sui “fraintendimenti della carità” perché senza la “verità sull’uomo” è “sterile”, improduttiva e chiarisce che la carità comunemente intesa potrebbe essere scambiata per una “riserva di buoni sentimenti e scivolare nel sentimentalismo”: al disabile, al diverso il sentimentalismo finisce per danneggiarlo. Per tal ragione Benedetto XVI invoca una “responsabilità morale nuova” che oggi sfugge a molti: quella che fa capo alla verità, alla fiducia e all’amore per l’uomo senza distinzioni di razza, ceto, o abilità personali. Conclude affermando che “senza una nuova responsabilità morale l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori, tanto più in una società globalizzata” (8).

Ancora una volta la Chiesa, come sempre e quasi da sola, coprendo il mondo di opere di carità e di ospedali, come ha fatto nei secoli, ci richiama a prenderci cura dei sofferenti, dei derelitti. Ancora una volta, con la consueta sollecitudine, fa sentire la sua voce contro l’immane massacro delle vite più indifese e innocenti (un miliardo in 40 anni), contro le ideologie della morte, contro l’odio che umilia e dilania i cuori e il mondo.

Quanto riaffermato dalla tradizione cristiana, ci avvia alla conclusione che in merito alla dignità della persona è totalmente precluso ogni criterio di discriminazione, sia in base allo sviluppo biologico, sia allo sviluppo psichico, sia culturale, sia allo stato di salute.

Non è un caso che la Chiesa in questi anni ha accentuato il richiamo al rispetto della vita come bene indisponibile, per le tragedie storiche che nel Novecento hanno portato a una tremenda sua svalorizzazione.

Sappiamo che la vita nasce da un atto di amore fisico e dall’intervento di un Ente imperscrutabile che ogni civiltà ha elaborato secondo le proprie credenze. In tutte le culture, fin dalla preistoria, si pensa che nell’essere umano coesiste una duplice natura, quella spirituale (anima) e quella animale (corpo fisico). Pertanto, se alla scienza è affidata la competenza di studiare l’origine del corpo fisico, alla fede è demandato il compito di indagare sull’origine dell’anima: e nel disabile l’anima è visibilissima.

Per Karol Wojtyla, nell’”Evangelium Vitae”, “gli scienziati della cultura della morte respingono persone come i down perché hanno il senso del soprannaturale”. “Essi si rifiutano di capire che ciò che ci appare umanamente drammatico, può rappresentare il dono della sapienza dell’Onnipotente che ci permette di osservare con l’occhio del Divino l’essenza delle cose”.

Persino Friedrich Nietzsche, dissacratore del sentimento religioso, riconosce in Gesù Cristo Colui che ha preso le difese dei deboli, reietti e “disprezzati”.

Non essendo un filosofo, lascio le considerazioni finali a questo personaggio, peraltro amato anche dagli evoluzionisti.

Con l’intento di percorrere la strada non della negazione, ma dell’affermazione e dell’identità della vita umana, Nietzsche ha riflettuto a lungo sulle conseguenze del darwinismo ateo. La deduzione più triste alla quale approdò, fu la scoperta che l’uomo potesse perdere ciò a cui tende la sua auto-trascendenza. Infatti, attribuì al cristianesimo “il più grande acquisto”: quello di “aver insegnato ad amare l’uomo per amore di Dio”, come “il sentimento finora più nobile e alto raggiunto fra gli uomini”.

Lo studioso Welsey Smith si domanda quali gravi motivi spingono questi pensatori alla Peter Singer a caldeggiare l’infanticidio. La risposta la trova a pagina 213 di “Rathing Life and Death” del 1994 dove lo stesso Singer elenca le diverse attività che una persona con sindrome di Down, non sarà mai in grado di affrontare:

Suonare una chitarra,

“sviluppare un apprezzamento della fantascienza”,

“imparare una lingua straniera”,

“commentare l’ultimo film di Woody Allen”,

“essere un atleta stimato, un giocatore di basketball o di tennis”.

Nulla di più ridicolo, di più falso, provocatorio e fuorviante.

Piuttosto che esaltare il mito della biotecnologia eutanasica, se questi filosofi-scienziati si cimentassero a studiare l’individuo nella sua peculiarità, sicuramente avrebbero più successo. Predisponendo loro le giuste opportunità, scoprirebbero quali mete queste persone possono raggiungere.

Per giudicare bisogna conoscere, avere l’umiltà di frequentare, approfondire le emozioni e le attese del soggetto che si sta esaminando.

Evidentemente Singer e i suoi seguaci ignorano i passi da gigante fatti negli ultimi decenni dalle cure riabilitative; ignorano che mio figlio Fabio ed altri suoi compagni ed amici che frequenta o ha frequentato, anch’essi down, non solo lavorano e producono, alcuni di essi praticano anche sport agonistico. La 38enne Daniela Melluso di Treviso fa l’aiuto istruttore di ballo latino-americano. Il 26enne di Cagliari, Mauro Muscas, è campione nazionale di pattinaggio; Axel Belig di Prato, appena quindicenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria. Che dire della trentaquattrenne umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini, che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”(9).

Con buona pace di questi illustri fautori della pianificazione familiare, sono certo che quando la recente “Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità” – che riguarda la tutela del 10% della popolazione mondiale – verrà inserita nelle legislazioni dei governi nazionali, sarà per loro un brutto giorno come lo fu per il nazismo (10).

Teniamo presente che l’eugenetica contemporanea è molto più pericolosa di quella di un tempo, perché possiede mezzi molto più subdoli e sofisticati da stravolgere l’equilibrio genetico del genere umano. Ne abbiamo un riscontro in Cina, dove mancano all’appello milioni di bambine e in Nord-Corea dove si persegue l’estinzione di bambini disabili nel totale silenzio della comunità internazionale.

Vorrei concludere questo quadro inquietante, facendo mie due osservazioni caustiche del fisico Welsey Smith laddove ci mette in guardia sull’operato di alcuni scienziati:

I medici olandesi hanno eliminato i malati che lo chiedevano, i disabili che lo chiedevano e, da ultimi, i nuovi nati che non lo hanno mai chiesto. …se si apre questa cultura non c’è più modo di fermarsi”.

E ancora:

Dopo la seconda guerra mondiale i medici tedeschi furono impiccati per crimini contro l’umanità e per aver ucciso bambini disabili. Tuttavia sotto la leadership di Peter Singer, l’infanticidio è diventato rispettabile. …Se questo trend continuerà, dovremo scusarci per aver giustiziato quei medici”.

NOTE

1.   Cfr. http://staminali.aduc.it/php_newsshow_0_1967.html .

2.   Cfr.  www.aduc.it, “Vivere e Morire di Eutanasia”.

3.   “Corriere della Sera” del 17 febbraio 1997.

4.  A. Brass, A. Gemelli, “L’origine dell’uomo e le falsificazioni di Haeckel”, Editrice Fiorentina, 1910 pag 99.

5.  Antonino Zichichi, “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo”, Il Saggiatore, Milano, 1999.

6.  G. Sermonti, “Dimenticare Darwin”, Rusconi, 1999 e “Tra le quinte della scienza-Profeti e Professori”, Di Renzo, Roma, 2007.

Altre esaurienti risposte ce le fornisce il genetista Innocenzo Timossi in “Oltre il Big Bang e il Dna, Elledici, Rivoli, 2007).

7. Cfr. http://www.zenit.org/article-16613?l=italian, 12 dicembre 2008.

8. Benedetto XVI, Lett. enc. “Caritas in Veritate”, San Paolo, Roma, luglio 2009, pp. 71-77.

9. Cfr. http://www.unoinpiu.org/blog/?p=45.

10. A Nizza nel 2002 il Consiglio dell’U.E., varando la “Carta dei Diritti fondamentali”, all’articolo 3 comma 2, ha espressamente vietato le pratiche eugenetiche negative e inserito uno stretto controllo sull’avanzamento delle biotecnologie; quelle che erano praticate i quei Paesi che fin dagli anni venti, prevedevano nelle loro legislazioni pratiche eugenetiche, comprese le sterilizzazioni.

N.B. L’adagio citato in cima è di Friedrich Egel

Cosa c’è dietro lo scontro Murdoch-Berlusconi ?

Luglio 11, 2009 di francoazzurro

Il vero motivo dell’offensiva di Murdoch e Sky contro Berlsuconi è in un articolo della “International Herald Tribune”, pubblicato il 15 giugno, a mezzo tra lo scandalo Noemi e quello barese, e rimasto inedito in Italia (l’articolo è stato ripreso il giorno dopo dal “New York Times”).

Lo scontro è sull’invasione di campo che Mediaset sta lanciando su un settore, la tv a pagamento satellitare, che Murdoch ritiene suo feudo intoccabile. La pubblicità è in calo e Mediaset ha messo gli occhi sui flussi costanti di entrate che le tv in abbonamento garantiscono. L’offensiva Mediaset partirà col passaggio al digitale, con il decoder già in uso. La partita è tanto più importante in quanto Sky Italia è l’unica tv a pagamento di Murdoch in attivo in Europa, a parte la gran Bretagna. Questo il testo dell’articolo: Berlusconi sfida Murdoch sulla pay-tv Eric Pfanner Parigi – Uno è un mogul dei media con interessi in politica. L’altro è un politico con interesse nei media. Così, quando Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi si sono scontrati, era probabilmente inevitabile che la partita si giocasse su più campi. È quello che sta succedendo in Italia, dove Berlusconi ha usato un’intervista su uno dei suoi canali per accusare Murdoch di attaccarlo sul piano personale attraverso un giornale di proprietà di News Corp., la finanziaria che Murdoch controlla. Gli articoli e gli editoriali in questione, sul “Times” di Londra, hanno analizzato la natura del rapporto tra Berlusconi e una modella diciottenne, Noemi Letizia.

Murdoch, su un canale tv di proprietà della News Corp., ha definito le affermazioni di Berlsuconi “sciocchezze”, facendo notare che altri giornali, non di proprietà della sua società, sono stati anche più critici verso il primo ministro. Su questo livello, la disputa può sembrare farsesca come è nella tradizione del vecchio varietà italiano. Ma su un altro livello, la rivalità tra i due uomini è affare serio, e sta montando. Berlusconi comincia a “temere quanto Murdoch potrebbe fare in Italia”, spiega Fabrizio Perretti, professore alla Bocconi, che ha analizzato l’industria dei media in Italia, “ed è per questo che ha accusato Murdoch (per gli articoli), anche se questi non ne ha in realtà la colpa”. A News Corp. fa capo Sky Italia, una piattaforma satellitare che ha dominato la tv a pagamento in Italia fin dalla creazione della società nel 2003. La holding della famiglia di Berlusconi, la Fininvest, controlla Mediaset, una società di media diversificata che tenta ora di sfidare le posizioni di Sky nella tv a pagamento. Malgrado la forte posizione di Sky – con oltre 4,7 milioni di abbonati, copre circa un quarto delle famiglie italiane – i mutamenti in atto nel mercato tv nazionale potrebbero creare delle possibilità per Mediaset, dicono gli analisti. “Lo scontro raggiungerà un nuovo livello di intensità nella seconda metà dell’anno”, spiega Tim Westcott, analista di Screen Digest a Londra. La televisione italiana è peculiare non solo per la proliferazione di ospiti maschi di mezza età ai talk show attorniati di modelle poco vestite. Non c’è praticamente televisione via cavo in Italia, e i nuovo servizi che mandano la programmazione sui collegamenti Internet a banda larga – una tecnologia che altrove in Europa si espande rapidamente – sono stati lenti a imporsi. Non molto dopo la creazione di Sky Italia, Mediaset ha avviato un suo servizio di tv a pagamento, usando segnali codificati digitalmente, sulle frequenze normali. Con i decoder, e con carte prepagate, le stesse che gli italiani usano per i cellulari, gli utenti possono decodificare i segnali, che includono la trasmissione delle più importanti partite di calcio. Questi utenti generalmente pagano molto meno degli abbonati Sky, e Mediaset in linea generale ottiene ancora la maggioranza dei suoi introiti televisivi dalla pubblicità sui canali non a pagamento. Ma, col calo della pubblicità, ha di mira i flussi costanti di entrate che gli utenti delle tv a pagamento garantiscono, e ha avviato un’operazione per convertire i suoi 2.9 milioni di utenti di carte prepagate in abbonati a lungo termine, nonché per attrarre nuovi clienti. Nel frattempo, l’Italia sta chiudendo col sistema televisivo analogico, per passare tutte le trasmissioni sui segnali digitali. Il passaggio, già avviato in alcune regioni, sarà avviato lunedì nel Lazio, la regione che include Roma. Dopo il passaggio al segnale puramente digitale, dicono gli analisti potrebbe essere più facile per Mediaset convertire gli spettatori in abbonati, perché dispongono già del decoder, mentre quello Sky richiede l’installazione di una parabola.

Pubblicato da Astolfo il 26 giugno 2009

http://www.antiit.com/2009/06/cosa-ce-dietro-lo-scontro-murdoch.html

E ADESSO COME LA METTIAMO “signora Maraini” ?

Giugno 1, 2009 di francoazzurro

Non è mio costume trattare di gossip ma, visto che l’”affaire” Berlusconi/Veronica/Noemi ha preso la piega di un caso di alta politica (sperando che la magistratura faccia al più presto il suo corso) con la vergognosa campagna Repubblica-Espresso-Franceschini, non posso rinunciare a confermare la mia solidarietà al nostro premier che ancora una volta, in questo scorcio di campagna elettorale, viene preso di mira dalla stampa internazionale con pretese moralizzanti, presumibilmente pilotata dalle opposizioni presenti in certe Commissioni di Bruxelles. Non è la prima volta che una certa stampa estera mostra il suo volto becero e frivolo nei confronti dell’Italia. Oggi attaccando l’italiano più potente, nel 2006 Papa Benedetto XVI quando a Ratisbona si “scagliò” contro l’islam fondamentalista. Ho il sospetto che quotidiani come l’anglicano Times e il madrileno El Pais, epigoni del comunista Liberation, accomunati nel diffondere falso moralismo e relativismo (tutti al soldo arabo), siano sulla stessa lunghezza d’onda, diametralmente opposta alla cristianissima Italia. E’ un losco grumo di interessi, tesi a demonizzare l’avversario ritenuto un nemico da abbattere con la calunnia. La lettera di solidarietà a Veronica Lario pubblicata il 27 maggio sul Corriere delle Sera dalla nobildonna e scrittrice Dacia Maraini, mi offre il destro per provare la strumentalità di cui certi personaggi che, dall’alto della loro “cattedra”, usano vicende private altrui per rilanciare certe ideologie tarde a tramontare e che hanno a lungo inquinato la convivenza civile nel nostro Paese. La lodevole solidarietà espressa dalla scrittrice a Veronica scade in una rabbiosa intolleranza verso il genere femminile che, almeno tra le giovani generazioni, è pressoché inesistente. La lettera traspira un inusitato veleno contro il maschio, reo di usare e abusare della donna. A suo dire, i quotidiani controllati dal marito puzzerebbero di una nuova forma di misoginia, fatta di una “falsa ammirazione per le bellezze femminili che nasconde aggressività e disprezzo”. Sull’onda del livore marainiano, fuori dai denti, potremmo cominciare a domandarci perché le donne si sentono oggetto di conquista? Non sarà che siano proprio certe rampanti di “buona famiglia” le artefici di questo costume quando, mostrando spudoratamente la loro intimità, bramano visibilità per conquistarsi fette di mercato presso chi detiene il potere? Peccato che la lettera esordisce col compatire la “povera Veronica, donna sola e abbandonata”. Evidentemente la Maraini non conosceva certi antefatti, svelati il giorno dopo dalla Santanchè sul quotidiano Libero. In un impeto di amore per la verità o forse anch’essa attratta dal fascino di Berlusconi (?), cui poche donne fanno mistero, l’onorevole Daniela Santanchè afferma che Veronica da tempo si affianca a un 47enne, il signor Alberto Orlando, responsabile della sicurezza a Villa San Martino e “con lui condivide progetti, interessi e vacanze”. Fatto di cui lo stesso Berlusconi conferma e che, per ragioni di privacy, avrebbe preferito non fossero resi pubblici. Secondo la leader del Movimento per l’Italia, “Il Premier non ha sfasciato nessuna famiglia, ha tentato di tutto per tenerla in piedi. Se non ricordo male la stessa Santanchè tempo fa, riferendosi a Berlusconi, non alludeva ad un certo maschilismo berlusconiano parlando di “concezione orizzontale della donna” e infiocchettando l’affermazione da un eloquente “Silvio, non te la do”? Strano mondo quello dei politici nostrani. Scagli la prima pietra chi è senza peccato… Ma andiamo avanti, vediamo più compiutamente cosa riferisce l’onorevole, colpita sulla strada di Damasco. Per il principio di riservatezza, Berlusconi, diversamente da tutti i capi di Governo, avrebbe rinunciato ad avere al suo fianco la sua donna; avrebbe accettato che l’Italia non avesse una first lady e mettendo da parte il suo orgoglio di uomo, avrebbe pensato principalmente ai figli, ai nipotini e alla importante carica che ricopre. Sempre secondo la Santanchè, il Berlusca con la moglie avrebbe fatto un patto: “Andiamo avanti, non sfasciamo tutto”. In buona sostanza ha fatto quello che pochi uomini avrebbero il coraggio di fare. “Cosa gli sarebbe costato divorziare e rifarsi una famiglia?” Non sarebbe il primo caso: Sarkozy docet. Il buon senso comune insegna che il torto non è mai da una sola parte. Nonostante al premier sia apparsa come una pugnalata alle spalle, ancora una volta ha dimostrato un fair-play ed una signorilità anche da Vespa quando, incalzato sulla domanda cosa pensa della sua signora, ha ribadito “sono cose private, non ne parlo in pubblico”. Secondo “La Stampa” la notizia l’avrebbe ricevuta al rientro a Villa San Martino, all’una di notte dalla televisione, mentre i telegiornali annunciavano la richiesta di divorzio avanzata da sua moglie Veronica. Dice niente tutto questo alla Maraini che va vaneggiando un maschilismo d’altri tempi? Non è certo una bella storia. Ma tant’è. Alla luce di questi fatti, per i quali l’unica smentita (peraltro da provare) proviene dal supposto amante, sarebbe interessante, conoscere il parere della signora Maraini. Francesco Pugliarello

Firenze: cronaca di una disfatta annunciata

Maggio 18, 2009 di francoazzurro

Quel vizietto di vedere nell’avversario un nemico da annientare.

Brutto vizio, duro a morire, quello di demonizzare l’avversario che non la pensa come te. Per la sinistra nostrana l’avversario politico è un nemico da abbattere. E’ la cultura del sospetto che pervade il nostro Paese e qui, a Firenze, è dominante al punto che se il tuo migliore amico ti vede dialogare con chi non la pensa come te, allora vieni additato come colui che sta tramando per farti del male. Questo malcostume è stato bene interpretato da Curzio Malaparte quando in “Maledetti toscani” descriveva il carattere tipico della fiera toscanità, secondo cui “C’è più gusto pugnalare un amico che un nemico”. Il “Non ti curar di loro ma guarda e passa” di dantesca memoria si è trasformato in questa nuova elaborazione culturale che da almeno un trentennio imperversa nella città del giglio con le note conseguenze della paralisi amministrativa. Bene ha descritto questo sentimento Michele Brambilla ne “Il paese dei nemici” apparso ieri sul Giornale. Trattando dell’arroganza di Santoro nelle puntate di “Annozero” sul terremoto in Abruzzo, Brambilla evidenzia come molti a sinistra tartufescamante hanno taciuto il loro dissenso“per scarsa onestà intellettuale sulla volgarità e sulla inusitata violenza di quelle trasmissioni”. Forse è di questo che certi sinistri godono? Come ne godono quando denigrano il Capo del Governo e lo additano a loro nemico? Anni di cattocomunismo hanno prodotto nel tessuto mentale di molti fiorentini un pensiero unico che va nel segno che tutto ciò che proviene da Berlusconi e il suo mondo è sbagliato; tutto ciò che è contro Berlusconi e il suo mondo è giusto. Eppure c’è chi come Franceschini si cimenta a fare il suo biografo. Non passa giorno in cui viene rimbrottato per certe sue giovanili esuberanze; lo stimola nella famosa frase “Berlusconi pensi a lavorare”, si preoccupa, “Berlusconi è al tramonto della sua esperienza”. Sono segnali di grande confusione che regna nelle pieghe della sinistra nostrana, rasentando la schizofrenia. Gli studi sul condizionamento prodotti da Ivan Pavlov alla fine dell’800, sono stati bene assimilati. Essi stanno ad indicare la capacità di provocare in un animale, fornendogli stimoli sensoriali che normalmente non ne sarebbero capaci, secrezioni ghiandolari e reazioni riflesse. Un “riflesso pavloviano” appunto quello che spinge certi “attaché” della sinistra italiana a vivere l’esperienza emotiva che essi considerano passione politica, ma che di passione altro non c’è che la brama del potere e del denaro. La disfatta della giunta Domenici, avvenuta l’altro giorno in Palazzo Vecchio a poco meno di cinquanta giorni dalle elezioni amministrative, è appunto il frutto di un riflesso pavloviano. Anche questa volta, come per il Governo Prodi, per motivi tutti interni alla coalizione di sinistra che aveva evidenziato un pressappochismo gestionale che non ha pari in nessuna città italiana, forse quello di Roma, quando era governata da Rutelli: la bocciatura del famigerato piano strutturale che doveva disegnare il futuro di Firenze, inviso al Pdl. Una diatriba politica che si trascinava stancamente da almeno dieci anni e che vide le prime crepe nei sequestri del centro polifunzionale del quartiere direzionale di Novoli e della “cittadella viola” con annesso il nuovo stadio di Castello contro il progetto Della Valle. In quell’occasione (marzo 2008) vide implicati in affari tutt’altro che trasparenti assessori storici come Graziano Cioni, lo “sceriffo”, ed altri esponenti della Giunta fiorentina a seguito della pubblicazione di intercettazioni telefoniche poco edificanti.

Il “riflesso condizionato” contro il nemico Berlusconi dal quale il candidato Matteo Renzi ha fatto suo quasi integralmente il progetto di grande metropoli,ha sortito il suo effetto, condannando l’asse Renzi-Domenici a soccombere sotto i macigni del diniego degli alleati della sinistra (Socialisti e Arcobaleno) nelle votazioni più rilevanti prima di chiudere il mandato amministrativo, come appunto lo strumento urbanistico e la gestione dei servizi pubblici schiacciati da un pauroso deficit di bilancio. In altre parole a quaranta giorni dalle elezioni comunali, la coalizione che sostiene il candidato sindaco Pd Matteo Renzi si è dissolta come si dissolse nel 2006 l’Ulivo prodiano. Dopo che Cioni, il decano degli assessori Pd, constata che “con questa sinistra è difficile governare”, il giovane Renzi, in attesa che gli animi bellicosi si rasserenino, si da alla fuga dall’ “inferno fiorentino” verso i lager di Auschwitz dove spera di trovare ispirazioni per rinverdire nuove forme di antifascismo, cui pochi ormai credono più. Sapranno capaci questa volta i fiorentini di capire la lezione?

Francesco Pugliarello

Da Il giornale della Toscana  del 12.05.2009

Firenze: cronaca di una disfatta annunciata

Aprile 22, 2009 di francoazzurro

Quel vizietto di vedere nell’avversario un nemico da annientare.

Brutto vizio, duro a morire, quello di demonizzare l’avversario che non la pensa come te. Per la sinistra nostrana l’avversario politico è un nemico da abbattere. E’ la cultura del sospetto che pervade il nostro Paese e qui, a Firenze, è dominante al punto che se il tuo migliore amico ti vede dialogare con chi non la pensa come te, allora vieni additato come colui che sta tramando per farti del male. Questo malcostume è stato bene interpretato da Curzio Malaparte quando in “Maledetti toscani” descriveva il carattere tipico della fiera toscanità, secondo cui “C’è più gusto pugnalare un amico che un nemico”. Il “Non ti curar di loro ma guarda e passa” di dantesca memoria si è trasformato in questa nuova elaborazione culturale che da almeno un trentennio imperversa nella città del giglio con le note conseguenze della paralisi amministrativa.

Bene ha descritto questo sentimento Michele Brambilla ne “Il paese dei nemici” apparso ieri sul Giornale. Trattando dell’arroganza di Santoro nelle puntate di “Annozero” sul terremoto in Abruzzo, Brambilla evidenzia come molti a sinistra tartufescamante hanno taciuto il loro dissenso“per scarsa onestà intellettuale sulla volgarità e sulla inusitata violenza di quelle trasmissioni”. Forse è di questo che certi sinistri godono? Come ne godono quando denigrano il Capo del Governo e lo additano a loro nemico? Anni di cattocomunismo hanno prodotto nel tessuto mentale di molti fiorentini un pensiero unico che va nel segno che tutto ciò che proviene da Berlusconi e il suo mondo è sbagliato; tutto ciò che è contro Berlusconi e il suo mondo è giusto.

Eppure c’è chi come Franceschini si cimenta a fare il suo biografo. Non passa giorno in cui viene rimbrottato per certe sue giovanili esuberanze; lo stimola nella famosa frase “Berlusconi pensi a lavorare”, si preoccupa, “Berlusconi è al tramonto della sua esperienza”. Sono segnali di grande confusione che regna nelle pieghe della sinistra nostrana, rasentando la schizofrenia. Gli studi sul condizionamento prodotti da Ivan Pavlov alla fine dell’800, sono stati bene assimilati. Essi stanno ad indicare la capacità di provocare in un animale, fornendogli stimoli sensoriali che normalmente non ne sarebbero capaci, secrezioni ghiandolari e reazioni riflesse. Un “riflesso pavloviano” appunto quello che spinge certi “attaché” della sinistra italiana a vivere l’esperienza emotiva che essi considerano passione politica, ma che di passione altro non c’è che la brama del potere e del denaro.

La disfatta della giunta Domenici, avvenuta l’altro giorno in Palazzo Vecchio a poco meno di cinquanta giorni dalle elezioni amministrative, è appunto il frutto di un riflesso pavloviano. Anche questa volta, come per il Governo Prodi, per motivi tutti interni alla coalizione di sinistra che aveva evidenziato un pressappochismo gestionale che non ha pari in nessuna città italiana, forse quello di Roma, quando era governata da Rutelli: la bocciatura del famigerato piano strutturale che doveva disegnare il futuro di Firenze, inviso al Pdl. Una diatriba politica che si trascinava stancamente da almeno dieci anni e che vide le prime crepe nei sequestri del centro polifunzionale del quartiere direzionale di Novoli e della “cittadella viola” con annesso il nuovo stadio di Castello contro il progetto Della Valle. In quell’occasione (marzo 2008) vide implicati in affari tutt’altro che trasparenti assessori storici come Graziano Cioni, lo “sceriffo”, ed altri esponenti della Giunta fiorentina a seguito della pubblicazione di intercettazioni telefoniche poco edificanti.

Il “riflesso condizionato” contro il nemico Berlusconi dal quale il candidato Matteo Renzi  ha fatto suo quasi integralmente il progetto di grande metropoli, ha sortito il suo effetto condannando l’asse Renzi-Domenici a soccombere sotto i macigni del diniego degli alleati della sinistra (Socialisti e Arcobaleno) nelle votazioni più rilevanti prima di chiudere il mandato amministrativo, come appunto lo strumento urbanistico e la gestione dei servizi pubblici schiacciati da un pauroso deficit di bilancio. In altre parole a quaranta giorni dalle elezioni comunali, la coalizione che sostiene il candidato sindaco Pd Matteo Renzi si è dissolta come si dissolse nel 2006 l’Ulivo prodiano. Dopo che Cioni, il decano degli assessori Pd, constata che “con questa sinistra è difficile governare”, il giovane Renzi, in attesa che gli animi bellicosi si rasserenino, si da alla fuga dall’ “inferno fiorentino” verso i lager di Auschwitz dove spera di trovare ispirazioni per rinverdire nuove forme di antifascismo, cui pochi ormai credono più. Sapranno capaci questa volta i fiorentini di capire la lezione?

Francesco Pugliarello

L’ ETERNA LOTTA TRA GUELFI E GHIBELLINI, LA DERIVA DI FIRENZE

Aprile 17, 2009 di francoazzurro

La deriva di Firenze tra la crociata pro-Englaro e il j’accuse dei preti “militanti”

di Francesco Pugliarello

da L’Occidentale.it

L’occasione della cittadinanza onoraria conferita al padre di Eluana Englaro ha riacceso nel capoluogo della rossa Toscana gli animi battaglieri di memoria medievale che si pensava fossero sopiti. D’improvviso è riapparsa una città ribelle e sempre più arroccata su sé stessa. In Palazzo Vecchio, secondo gran parte dei fiorentini si è consumata un’ennesima forzatura contraria al volere dei cittadini, dal sapore provocatorio, vetero-comunista che dal dopoguerra ha reso questa città ostaggio della sinistra più oltranzista. Non me ne voglia il signor Englaro, se mi permetto di biasimare chi sfrutta ogni occasione per strumentalizzare il dolore e la fede altrui a proprio vantaggio. Si guardi bene da chi oggi lo esalta e lo sbandiera come un’icona per le sue battaglie politiche, perché domani, in una città dove spesso il sentimento sciovinista fa a gara con l’interesse particolare, potrebbe rivoltarglisi contro. “Una regione in cui ha avuto tanto successo l’indottrinare i propri ‘sudditi’ all’egemonia della sinistra postcomunista come facciata di democrazia” (Baget Bozzo).

Di questo gli abitanti ne sono coscienti, ma la nostalgia per “baffone” in certi strati sociali è ancora viva, palpabile nelle numerosissime ex Case del Fascio, oggi Case del Popolo. Con Beppino Englaro si è svolto un rituale che non ha precedenti, dal momento che le 22 cittadinanze conferite dal 1999 ad oggi sono state pressoché approvate con il consenso delle opposizioni. I consiglieri del PdL, per nulla consultati precedentemente, hanno bollato questa commemorazione come un “gesto di arroganza politica” dal quale “la cittadinanza onoraria ne uscirà moralmente dimezzata perchè non condivisa dall’intera città”. Mentre nel Salone de’ Dugento la gente gridava «Bravo Beppino, c’è bisogno di persone così», si è sfiorato il corpo a corpo con due vigilesse contuse, fuori dal Palazzo, in Piazza della Signoria, i contestatori della Lega suonavano la grancassa a suon di slogan. Senza mai aver messo piede in questa città, senza aver mai partecipato ad una promozione culturale o a qualunque attività benemerita, il signor Beppe Englaro si trova insignito del “Giglio d’Oro” per meriti inesistenti, peraltro in assenza del primo cittadino il quale, forse prevedendo uno spettacolo poco edificante, ha preferito starne lontano, lasciando le contrapposte fazioni in balìa di loro stesse, dimostrando ancora una volta di essere “schifato della politica” (affermazione di Leonardo Domenici, intervista sul Corriere della Sera, 6 dicembre 2008).

L’esasperazione di questa città, precipitata a rango di provincia, ha radici sessantottine e la sua immagine è l’Isolotto, il quartiere ad ovest di Firenze cresciuto col “Piano Fanfani” per far posto agli immigrati assunti nelle industrie allora fiorenti come la Galileo e la Pignone. Nella piazza del quartiere sin dai primi anni ’60 il prete-operaio, don Enzo Mazzi, predicava la teologia della liberazione, una sorta di anacronistico sincretismo fra marxismo e cristianesimo. Ebbene, lo scomunicato continua a dir messa nella stessa piazza per un pugno di fedeli, lanciando strali contro la Curia fiorentina. E’ dei giorni scorsi un altro episodio con uno dei novelli “teologi” di turno, don Alessandro Santoro, parroco del quartiere delle Piagge (periferia a nord-ovest della città) il quale in una “casa del Popolo” gestita da Rifondazione Comunista, ha preso le distanze dalla “sua” Chiesa rappresentata dall’ex segretario della Cei Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze. Don Alessandro Santoro, in un impeto di livore, invece di scagliarsi contro l’incuria del Comune nei confronti del quartiere, prendendo a pretesto l’operazione Englaro, ha sferrato inopinatamente un pesante attacco ai vertici della Curia ed ai suoi correligionari, rei di aver criticato questa “premiazione”, giudicando “un baccanale osceno chi ha ostentato preghiere, rosari e parole senza senso per Eluana Englaro”. Parole pesantissime, che potrebbero innescare ripercussioni altrettanto pesanti nel tessuto sociale di questa periferia e non solo, resa invivibile per l’alto numero di clandestini e, purtroppo, di disoccupati. Al momento la Curia non risponde alle provocazioni. Però immagino la reazione, considerando il peso della frase “io in questa Chiesa non mi riconosco…”. Al richiamo delle sirene postcomuniste, la solidarietà di Beppino Englaro non si è fatta attendere. Dopo aver incontrato la comunità di Enzo Mazzi all’Isolotto e il giorno precedente il sindaco Leonardo Domenici, il padre di Eluana si è precipitato ad abbracciare il parroco delle Piagge: “Finalmente ti conosco!”, sono state le prime parole, poi, rivolto alla folla ha gridato: “Grazie per essermi accanto, mi date la carica per affrontare questa battaglia di vita”. Non vorrei esagerare, ma pensando alle “tenebre”, di cui parla nell’ultima enciclica Benedetto XVI (e in quelle dei suoi predecessori), si ha la sensazione che questa città sia diventata l’epicentro in cui aleggiano fantasmi che si presentano sotto le spoglie di “benefattori”, nel tentativo di ricacciare la Chiesa nelle catacombe e vederla ridotta al silenzio: quel “silenzio” che di recente ha censurato il film di Andrzej Wajda, “Il massacro di Katyn”.

Non molto tempo addietro, in un articolo apparso su un diffusissimo sito web d’ispirazione salafita, l’autore invitava a “denunciare” il cardinale Giacomo Biffi per aver inviato una raccomandazione al Governo, intesa ad “adottare maggiori controlli sugli immigrati e a far rispettare il giusto principio della reciprocità”. Tollerare accuse di intrusioni Vaticane nella vita politica del nostro Paese, da chi di commistione tra fede e politica ne ha fatto una bandiera per la propria conquista, peraltro sostenuti da certi settori politici orfani del socialismo reale, non è più tollerabile. Non reagire alle provocazioni di chi propone dialogo mentre nega la sacralità della vita, è semplicemente nichilista. Oltre ad alimentare antiche faziosità, il ghetto che questi signori stanno ricreando, politicizzando spudoratamente il ricordo di una creatura sfortunata come Eluana, è la riprova di una pericolosa deriva fondamentalista in cui sta precipitando questa gloriosa città. Saranno pure le prove propedeutiche di campagna elettorale, ma pochi si accorgono che dando in pasto ideologie agli indigenti, ai negletti che Cristo amava, finiscono per alimentare in loro sentimenti di disperazione. Essi non capiscono che, come diceva don Lorenzo Milani, gli “ultimi” hanno bisogno di cultura e di azioni concrete. Presi dal furore ideologico dimenticano che verso gli indigenti la Chiesa si è sempre assunta l’onere della sussidiarietà quando le autorità locali non ottemperano al loro mandato istituzionale. Staremo a vedere quali altre alchimie politiche saranno capaci di inventarsi ora che i Vescovi scendono in campo contro la pesante crisi economica, istituendo, in accordo con l’Abi, un fondo di garanzia di trenta milioni di euro per le famiglie più bisognose: cinquecento euro di sussidio al mese per pagare l’affitto o il mutuo, con il denaro erogato dalle banche sotto forma di un prestito garantito da un fondo alimentato dalla Cei.

La deriva di Firenze tra la crociata pro-Englaro e il j’accuse dei preti “militanti”

Aprile 5, 2009 di francoazzurro

di Francesco Pugliarello

da L’Occidentale.it

3 Aprile 2009

L’occasione della cittadinanza onoraria conferita al padre di Eluana Englaro ha riacceso nel capoluogo della rossa Toscana gli animi battaglieri di memoria medievale che si pensava fossero sopiti. D’improvviso è riapparsa una città ribelle e sempre più arroccata su sé stessa. In Palazzo Vecchio, secondo gran parte dei fiorentini si è consumata un’ennesima forzatura contraria al volere dei cittadini, dal sapore provocatorio, vetero-comunista che dal dopoguerra ha reso questa città ostaggio della sinistra più oltranzista.

Non me ne voglia il signor Englaro, se mi permetto di biasimare chi sfrutta ogni occasione per strumentalizzare il dolore e la fede altrui a proprio vantaggio. Si guardi bene da chi oggi lo esalta e lo sbandiera come un’icona per le sue battaglie politiche, perché domani, in una città dove spesso il sentimento sciovinista fa a gara con l’interesse particolare, potrebbe rivoltarglisi contro. “Una regione in cui ha avuto tanto successo l’indottrinare i propri ‘sudditi’ all’egemonia della sinistra postcomunista come facciata di democrazia” (Baget Bozzo). Di questo gli abitanti ne sono coscienti, ma la nostalgia per “baffone” in certi strati sociali è ancora  viva, palpabile nelle numerosissime ex Case del Fascio, oggi Case del Popolo.

Con Beppino Englaro si è svolto un rituale che non ha precedenti, dal momento che le 22 cittadinanze conferite dal 1999 ad oggi sono state pressoché approvate con il consenso delle opposizioni. I consiglieri del PdL, per nulla consultati precedentemente, hanno bollato questa commemorazione come un “gesto di arroganza politica” dal quale “la cittadinanza onoraria  ne uscirà moralmente dimezzata perchè non condivisa dall’intera città”. Mentre nel Salone de’ Dugento la gente gridava «Bravo Beppino , c’è bisogno di persone così», si è sfiorato il corpo a corpo con due vigilesse contuse, fuori dal Palazzo, in Piazza della Signoria,  i contestatori della Lega suonavano la grancassa a suon di slogan. Senza mai aver messo piede in questa città, senza aver mai partecipato ad una promozione culturale o a qualunque attività benemerita, il signor Beppe Englaro si trova insignito del “Giglio d’Oro” per meriti inesistenti, peraltro in assenza del primo cittadino il quale, forse prevedendo uno spettacolo poco edificante, ha preferito starne lontano, lasciando le contrapposte fazioni in balìa di loro stesse, dimostrando ancora una volta di essere “schifato della politica” (affermazione di Leonardo Domenici, intervista sul Corriere della Sera, 6 dicembre 2008).

L’esasperazione di questa città, precipitata a rango di provincia, ha radici sessantottine e la sua immagine è l’Isolotto, il quartiere ad ovest di Firenze cresciuto col “Piano Fanfani” per far posto agli immigrati assunti nelle industrie allora fiorenti come la Galileo e la Pignone. Nella piazza del quartiere sin dai primi  anni ’60 il prete-operaio, don Enzo Mazzi, predicava la teologia della liberazione, una sorta di anacronistico sincretismo fra marxismo e cristianesimo. Ebbene, lo scomunicato continua a dir messa nella stessa piazza per un pugno di fedeli, lanciando strali contro la Curia fiorentina.

E’ dei giorni scorsi un altro episodio con uno dei novelli “teologi” di turno, don Alessandro Santoro, parroco del quartiere delle Piagge ( periferia a nord-ovest della città) il quale in una “casa del Popolo” gestita da Rifondazione Comunista, ha preso le distanze dalla “sua” Chiesa rappresentata dall’ex segretario della Cei Giuseppe Betori,  nuovo arcivescovo di Firenze. Don Alessandro Santoro, in un impeto di livore, invece di scagliarsi contro l’incuria del Comune nei confronti del quartiere, prendendo a pretesto l’operazione Englaro, ha sferrato inopinatamente un pesante attacco ai vertici della Curia ed ai suoi correligionari, rei di aver criticato questa “premiazione”, giudicando “un baccanale osceno chi ha ostentato preghiere, rosari e parole senza senso per Eluana Englaro”.

Parole pesantissime, che potrebbero innescare ripercussioni altrettanto pesanti nel tessuto sociale di questa periferia e non solo, resa invivibile per l’alto numero di clandestini e, purtroppo, di disoccupati. Al momento la Curia non risponde alle provocazioni. Però immagino la reazione, considerando il peso  della frase “io in questa Chiesa non mi riconosco…”.

Al richiamo delle sirene postcomuniste,  la solidarietà di Beppino Englaro non si è fatta attendere. Dopo aver incontrato la comunità di Enzo Mazzi all’Isolotto e il giorno precedente il sindaco Leonardo Domenici, il padre di Eluana si è precipitato ad abbracciare il parroco delle Piagge: “Finalmente ti conosco!”, sono state le prime parole,  poi, rivolto alla folla ha gridato: “Grazie per essermi accanto, mi date la carica per affrontare questa battaglia di vita”. Non vorrei esagerare, ma pensando alle “tenebre”, di cui parla nell’ultima enciclica Benedetto XVI (e in quelle dei suoi predecessori), si ha la sensazione che questa città sia diventata l’epicentro in cui aleggiano fantasmi che si presentano sotto le spoglie di “benefattori”, nel tentativo di ricacciare la Chiesa nelle catacombe e vederla ridotta al silenzio: quel “silenzio” che di recente ha censurato il film di Andrzej Wajda, “Il massacro di Katyn”.

Non molto tempo addietro, in un articolo apparso su un diffusissimo sito web d’ispirazione salafita, l’autore invitava a “denunciare” il cardinale Giacomo Biffi per aver inviato una raccomandazione al Governo, intesa ad “adottare maggiori controlli sugli immigrati e a far rispettare il giusto principio della reciprocità”. Tollerare accuse di intrusioni Vaticane nella vita politica del nostro Paese, da chi di commistione tra fede e politica ne ha fatto una bandiera per la propria conquista, peraltro sostenuti da certi settori politici orfani del socialismo reale, non è più tollerabile. Non reagire alle provocazioni di chi propone dialogo mentre nega la sacralità della vita, è semplicemente nichilista.

Oltre ad alimentare antiche faziosità, il ghetto che questi signori stanno ri-creando, politicizzando spudoratamente il ricordo di una creatura sfortunata come Eluana, è la riprova di una pericolosa deriva fondamentalista in cui sta precipitando questa gloriosa città. Saranno pure le prove propedeutiche di campagna elettorale, ma pochi si accorgono che dando in pasto ideologie agli indigenti, ai negletti che Cristo amava, finiscono per alimentare in loro sentimenti di disperazione. Essi non capiscono che, come diceva don Lorenzo Milani, gli “ultimi” hanno bisogno di cultura e di azioni concrete.

Presi dal furore ideologico dimenticano che verso gli indigenti la Chiesa si è sempre assunta l’onere della sussidiarietà quando le autorità locali non ottemperano al loro mandato istituzionale. Staremo a vedere quali altre alchimie politiche saranno capaci di inventarsi ora che  i Vescovi scendono in campo contro la pesante crisi economica, istituendo, in accordo con l’Abi, un fondo di garanzia di trenta milioni di euro per le famiglie più bisognose: cinquecento euro di sussidio al mese per pagare l’affitto o il mutuo, con il denaro erogato dalle banche sotto forma di un prestito garantito da un fondo alimentato dalla Cei.

http://www.loccidentale.it/articolo/la+deriva+morale+di+firenze%2C+eternamente+divisa+tra+guelfi+e+ghibellini.0069025

SCALFARI ALLE CORDE

Aprile 1, 2009 di francoazzurro



! di Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it

«Meno male che c’è Fini», scrive Eugenio Scalfari. Non avevo mai immaginato di leggere una simile affermazione nella prosa del fondatore di Repubblica. Il presidente della Camera non è mai stato un allievo di Scalfari, non ha mai beneficiato della sua attenzione. Ora basta che Fini prenda qualche distanza da Berlusconi sul testamento biologico e sul referendum per pensare che egli rappresenti l’alternativa democratica a chi viene rappresentato a volte sotto il segno del nulla, a volte sotto il segno del male. Ma, ridotto ad elogiare Gianfranco Fini, il fondatore di Repubblica mostra il fallimento della sua opera, che aveva avuto tanto successo nell’indottrinare il pubblico italiano all’egemonia della sinistra postcomunista come chiave della democrazia. Non è solo una sconfitta politica, ma è una sconfitta culturale, perché vuol dire che è fuori della cultura di Repubblica e della politica di sinistra l’unica alternativa a Berlusconi oggi esistente. Ed è Scalfari a crearla, quando essa nella realtà non esiste: Gianfranco Fini può pensare di essere il successore di Berlusconi, non la sua alternativa.

Ma vi è di più in questa scelta di Scalfari di continuare, in queste condizioni, a delegittimare Berlusconi. Ciò significa delegittimare la democrazia italiana, indicare che essa è già vicino al para-fascismo in forme demitizzate. Insomma, significa che il popolo non è democratico. La democrazia non ha più seguito elettorale. Ma Scalfari non sceglie l’Aventino e Repubblica continua ad avere successo. La democrazia non conosce ostacoli. Berlusconi governa con il consenso e il Popolo della Libertà contiene molte voci ma nessuna alternativa. Scalfari, che ha concentrato su di sé la direzione della politica italiana in chiave culturale, non deve meravigliarsi che un popolo da lui sempre disprezzato si raccolga attorno a un volto in cui ha scelto di ritrovarsi. Perché Repubblica giunge a delegittimare la democrazia italiana nel suo elettorato e nelle sue scelte? Il laicismo italiano ha sempre considerato il nostro popolo come alienato dalla cultura cattolica e quindi alieno all’Occidente e redento soltanto da élites culturali non cattoliche che si sottraevano, con la loro opposizione alla Chiesa, al peccato originale del popolo italiano: il suo cattolicesimo popolare.

Ora la democrazia italiana si raccoglie attorno all’identità di un partito che potremmo chiamare nazionale e popolare, anche se nazionale e popolare, nella cultura laicista, è tradotto come populismo, cioè in chiave di disprezzo del popolo e di chi esso esprime. Può la sinistra sottrarsi al fascino di questa scomunica della democrazia italiana, che significa la sconfitta storica della politica di sinistra, la dichiarazione che essa non è più un’alternativa? Può la sinistra essere organica alla cultura laicista che condanna nella vittoria di Berlusconi la dimensione popolare della politica italiana? Ciò non toglie il fatto che il nuovo partito appaia come una forza nazionale e popolare e che abbia già una classe dirigente di governo capace di affrontare la crisi del sistema economico mondiale. E la sinistra non fa parte di essa. È ridotta a manifestare con la Cgil e con l’Onda studentesca. Ciò significa chiamarsi fuori dalla società e dalla storia. È lecito sperare che la sinistra italiana possa giungere a pensare diversamente del fondatore di Repubblica e a comprendere che egli è stato un cattivo maestro.

(da Il Giornale del 31 marzo 2009)

Matrimonio negato a un paraplegico

Marzo 27, 2009 di francoazzurro

(commento di Adriana Bolchini -Lisistrata.it)

Il vescovo di Viterbo rifiuta di celebrare le nozze di una coppia. Lui è paraplegico, non può garantire potenza procreativa. La notizia colpisce davvero molto. Non tanto perché fa scoprire che ora la Chiesa se la prende pure con le persone diversamente abili (o forse in Vaticano preferiscono chiamarle “disordinatamente abili”, ricalcando la definizione degli omosessuali come “moralmente disordinati”?). Insomma, un odio in più qua, una fobia in più là… alla fine che differenza fa? Il fatto che all’antisemitismo, alla misoginia, all’islamofobia, all’omofobia, a tutte queste amenità che hanno caratterizzato la storia millenaria della Chiesa, si aggiunga pure l’handifobia ( parola davvero brutta, ahimè…) non è che cambi molto le cose, in fin dei conti. No, quello che crea sgomento (beh, insomma, più che altro una sorpresa un po’ sbigottita, a dire il vero) è immaginare una giovane coppia cattolica che decida di sposarsi. Come ben sappiamo (e come questa tristissima vicenda ci ricorda), per la Chiesa il matrimonio è finalizzato solo ed esclusivamente alla procreazione. Dunque, la Chiesa considera un vero e proprio non-sense il matrimonio tra persone che, per qualsiasi ragione (impotenza, paraplegia, omosessualità…), non possano procreare. E di conseguenza esclude dal matrimonio queste persone. Il matrimonio cattolico è un sacramento. E quindi va preso molto sul serio. Non è cosa su cui scherzare, giocare o “provare e poi chissà”. Immagino quindi che ogni pia coppia cattolica debba essere richiamata alla necessità di accertarsi, prima di sposarsi, che entrambi i componenti siano potenzialmente in grado di generare prole, al fine di evitare di utilizzare un sacramento senza che si possano produrre le finalità per le quali esso è concepito. Insomma, è importante accertarsi con adeguata sicurezza della fertilità dei promessi sposi. E questo si può fare con semplici esami clinici. Ora, io non sono né un teologo né un medico, ma mi sembra che una grande minaccia si profili all’orizzonte. O forse sono io a sbagliarmi (e quindi ringrazio tutti coloro che saranno così gentili da segnalare nei commenti ogni tipo di errore o di imprecisione presente in questo post). Dicevo… Io di come la teologia affronta il tema delle analisi sulle cellule uova non so praticamente nulla. So qualcosina di più sui “cugini” spermatozoi. E proprio attorno a questi birichini nasce l’intoppo. Per determinare clinicamente la fertilità del maschio biologico, a quanto ne so, non si può fare a meno della “materia prima”: lo sperma. Sostanza producibile con semplicità e in abbondanza, di solito. Ma i cattolici (quelli che davvero seguono i dettami della Chiesa Cattolica Romana, non quelli che vanno a messa e pregano Padre Pio per hobby) sono abbastanza “insoliti”. E per loro raccogliere quella minima quantità di sostanza bianca utile alle analisi è decisamente complesso. La soluzione più semplice, la masturbazione, è ovviamente esclusa: è peccato grave e rende ciechi (e poi non si potrebbero più ammirare le splendide scarpette trendy di S.S. Ratzinger?).

L’eiaculazione cattolica può avvenire solo durante una penetrazione pene-vagina. In questo caso, come consigliano i medici cattolici, è possibile raccogliere cattolicamente lo sperma all’interno di preservativi cattolicamente bucati… e che i buchi siano abbastanza larghi, mi raccomando (non è uno scherzo: http://www.zenit.org/article-11294?l=italian). Tutto bene? Non proprio. Perché l’eiaculazione cattolica può avvenire solo all’interno della coppia sposata. Ricapitolando: il maschietto della coppia cattolica può produrre (e poi raccogliere) sperma solo attraverso una pratica permessa esclusivamente tra persone sposate. Il problema è che a lui serve raccogliere lo sperma prima di sposarsi! Non gli rimangono che tre strade: 1) commettere peccato masturbandosi o, peggio, con il sesso pre-matrimoniale; 2) sposarsi senza sapere se si è fertili, quindi rischiando di concludere un matrimonio che va contro alle sue sacre finalità; 3) rinunciare al matrimonio (e con esso al sesso e alla procreazione). Personalmente, non mi piace pensar male di nessuno. E quindi sono sicuro che tutte le coppie cattoliche siano così pie, coerenti e devote ai dettami della Santa Chiesa da rinunziare alla tentazione offerta dalle prime due alternative. Sicuramente sceglieranno la terza strada, accettando la croce che con amore il Signore offre loro. E così i cattolici non procreeranno più. Sarà la loro grande estinzione . Dispiace un po’, in fondo in fondo. Però questo è il destino di tutti i dinosauri. Da Pandemonium http://noirpink.blogspot.com/2008/06/attualit-il-matrimonio-negato-e-la.html

(Mio commento, francoazzurro)

Quando la Chiesa si decide ad emarginare i vecchi prelati? Da lunghissimo tempo la cosiddetta impotentia coeundi è uno degli impedimenti che rendono nullo un matrimonio cattolico. Questo non perché la procreazione sia l’unica finalità (è dagli anni ‘60 che la chiesa ha cambiato leggermente la forma: la prima finalità è l’amore, la seconda è la procreazione, ma sono da considerarsi unite e inscindibili)(Cfr.Codice di Diritto Canonico,canone 1084-2). “Se l’impotenza è dubbia prima delle nozze, il matrimonio non può essere impedito né dichiarato nullo”, è il parere di Gerardo Ronzoni, professore d’Urologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e primo presidente, nel 1980, dell’Associazione Italiana Paraplegici. Ronzoni, ha vari lavori scientifici alle spalle sul tema della disabilità e sessualità, ha diretto dal 1992 al 2003 ha diretto il reparto di Uro-Chirurgia per paraplegici del Policlinico Gemelli: ora è vice presidente dell’associazione “Handicap Noi e Gli Altri”: e dirige l’Unità Operativa di Chirurgia Urologica del Gemelli presso il Complesso Integrato Columbus. http://www.superabile.it/web/it/CANALI_TEMATICI/Senza_Barriere/Interviste_e_personaggi/info-2126083171.html

E’ probabile che il vescovo era all’oscuro di questo parere scientifico o, da buon zelante burocrate, ha proceduto secondo i dettami canonici preconciliari: si dà il caso che la chiesa è ancora piena di settantenni e ottantenni nostalgici. Sono andato a riscontrare anche il comunicato successivo della Curia in cui spiega che i fatti non si sono svolti come raccontati dai media. In un comunicato della curia viterbese, peraltro molto sibillino, concordato con gli interessati, si legge: “I termini della questione non sono quelli raccontati; a chi di dovere sono state offerte tutte le motivazioni di una realtà che non dipende nè da discrezionalità nè dall’intenzionalità dei soggetti”. Ribadisco che, anche se comprese nel Codice del Diritto Canonico, certe regole sono inique, vessatorie e umanamente sorpassate. In ogni caso i due si sono sposati dopo due mesi in municipio. Come si vede l’amore tra i due giovani ha resistito anche di fronte alle difficoltà e al dramma. In ogni caso il Vescovo burocrate poteva ufficializzarlo anche davanti a Dio se questo era un loro desiderio, e non credo siano le leggi degli uomini (perché il diritto canonico è stato stilato da uomini) a poter decidere questo. E’ uno dei motivi per cui il Codice di Diritto Canonico va cambiato, come nel tempo la chiesa ha cambiato molto dei suoi dogmi.