Da quando Giuliano Ferrara dalle colonne del Foglio, in occasione del trentennale del varo della 194 ha lanciato la proposta di moratoria sull’aborto, il dibattito su questa legge ha subito una recrudescenza, sollevando nel fronte della sinistra radicale un vespaio di critiche intese ad opporsi ad un suo riesame. Pur riconoscendone la inapplicazione in molti punti (specie per quanto riguarda i consultori svuotai dalle loro funzioni), la controffensiva femminista accusa Ferrara e Il Foglio di fomentare il “patriarcato del maschilismo”. Anche se il numero degli aborti è diminuito esso cresce tra le giovani e le immigrate, divenendo una piaga sociale. Nell’opinione pubblica è fin troppo chiaro che una donna non va ad abortire come ad una seduta dal parrucchiere, e poichè questa decisione viene presa in un momento emotivo di grande vulnerabilità, non si comprende come certe madri continuino a negare al padre del concepito il diritto di metter bocca.
Ma è la stessa 194 a consentire in solitudine la decisione di quel passo traumatico!
Il nocciolo della questione si può riassumere nel seguente passaggio dell’articolo 5: “… la richiesta di interruzione della gravidanza, motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, va esaminata con la donna e con il padre, ove la donna lo consenta, nel rispetto della stessa e della persona (da lei indicata) come padre del concepito… “. Il focus sta in quel “ove la donna lo consenta”. Un articolo che andrebbe reiterpetrato alla luce dei mutati costumi, dell’evoluzione della scienza medica e principalmente della maggiore consapevolezza, nell’ambito della procreazione, del maschio contemporaneo. Il concedere alla donna il diritto ad abortire non può esser considerato un diritto soggettivo (assoluto), ma un diritto legittimo, affievolito dal fatto che la richiesta del consenso rientra nel rispetto della privacy della coppia nei confronti di terzi estranei al nucleo familiare e dei benefici futuri. E’ nel prosieguo del disposto che si ravvisa il principio della privacy (peraltro all’epoca non ancora definita) laddove il suo consenso avrebbe la funzione di “mettela in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenerla, tali da offrirle tutti gli aiuti necessari, sia durante la gravidanza sia dopo il parto… ”. Nessuna donna di buon senso priverebbe il marito (o il padre) di condividere un momento così delicato della sua esperienza materna. Eppure non sempre è così. Difatti proprio quando la donna avrebbe bisogno di maggiore sostegno, la facoltà di escludere il maschio da una decisione lacerante, la lascia sola nel più cupo scoramento, offrendo così all’uomo l’alibi di lavarsene le mani. Ammesso che questo gesto di autosufficienza rappresenti l’occasione di emancipazione dall’egemonia del maschio, non può certo rientrare nell’ambito di una intesa di coppia, specialmente quando una moglie grida ai quattro venti “l’utero è mio e lo gestisco io”.
In un documento contro la moratoria, le associazioni femministe, riprendendo un’affermazione del Ministro della salute Livia Turco, riconoscono per la prima volta la necessità di un “dibattito etico della responsabilità che coinvolga le donne e gli uomini circa la nascita di un figlio (…) dal momento che il nuovo concepito … è comunque un progetto di vita, un impegno fondamentale perché abbia possibilità di una vita felice e sviluppare tutte le sue potenzialità…”. E allora perché negare la sua revisione? Come sempre certe femministe alla Palermi, nel timore di veder trasformare l’Italia in uno Stato confessionale, non s’accorgono che la tematica oltre ad essere laica, è prevalentemente di ordine etico-morale. Incomprensibilmente, nell’ansia di liberarsi dalla “gabbia” degli affetti, mentre da un lato proclamano che la decisione dell’aborto deve coinvolgere la famiglia, dall’altro la negano, stravolgendo la relazione uomo-donna in un incubo esistenziale. Queste femministe ante litteram, (prese dalla foia ideologica) non riescono a comprendere che l’aborto non è solo questione della gestante, (tranne il caso di pericolo di vita della stessa), ma è anche e principalmente del “gestito” che trova nel padre un potenziale “tutor ante-litteram”. Perchè proprio di sentimenti si tratta e non solo di rapporti sessuali che possono rivelarsi traumatici, specialmente quando sono escludenti, come giustamente sostiene il professor Maurizio Grassini. Perchè l’aborto o il diritto alla vita deve essere una questione sclusiva quando l’amore si fa sempre in due? Se fare all’amore è anche ricerca di equilibrio e di identità tra due esseri di genere diverso, nella cultura del radicalismo di sinistra amare si traduce in violenza subìta. Purtroppo è su questi principi che vediamo saldarsi il furore di una malintesa modernità della donna occidentale con il fanatismo islamico-religioso che la riduce a semplice oggetto di piacere e di procreazione! La “provocazione” di Ferrara, magari criticabile nella forma ma non nella sostanza, rimette in discussione le cause dello svuotamento etico-antropologico dell’istituto della famiglia, che a mio avviso potrebbe ravvisarsi in un antagonismo post-sessantottino. Se ricordassimo che sul diritto alla vita siamo stati i primi al mondo ad abolire la pena di morte e se tutti riflettessimo che la libertà di non interrompere la gravidanza è il dono più grande che la solidarietà può fare alle madri, allora potremmo ritrovare la strada di una reale democrazia ripartendo proprio dalla prima cellula della società che per la cultura occidentale è la famiglia.
Francesco Pugliarello
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