Archivio per Febbraio 2009

Aborti di embrioni e feti “imperfetti”

Febbraio 28, 2009

Lode a te, Padre del cielo e della terra,

per il fatto che non è una proprietà della scienza

riconoscere ciò che è dovere per ciascuno

e per il fatto che ogni cuore non corrotto può sentire, da sé,

la differenza tra il bene e il male.

FRIEDRICH HEGEL


Evoluzionisti e creazionisti (cenni)

Facendo leva sulla “buona” ignoranza dell’opinione pubblica, nel tentativo di espellere nuovamente gli handicappati dalla storia, gli epigoni dell’evoluzionismo darwiniano, in maniera sottile, dettagliata e con grande retorica, ci ripropongono una visione rozza dell’esistenza. Essi affermano che l’essere umano è il risultato della selezione naturale. Ritenendo la scimmia antropomorfa l’antenata dell’uomo, giudicano quest’ultimo un animale più evoluto, quindi “privo di anima” e dall’intelligenza limitata poiché la considerano “una secrezione del cervello”.

Vediamo in merito cosa propongono i maggiori strateghi dell’eugenetica contemporanea, o meglio i “padroni del progressismo” come ironicamente li chiama René Girard, il filosofo Ronald Dworkin e i premi Nobel per la medicina James Watson e Francis Crick.

Il primo, ne “Il dominio della vita”, Einaudi, 1993, sostiene che “l’uccisione razionale dei più deboli può essere un metodo per migliorare il valore specifico della specie umana”, i secondi sono quelli che nel 1953 descrissero la struttura del codice genetico, noto con il termine Dna.

A Watson un giorno una coppia, dopo aver saputo che il loro nascituro avrebbe avuto la sindrome di Down, chiese consigli su cosa fare per lui. Il Nobel dette loro risposte sibilline ma altrettanto eloquenti:

E’ più opportuno che decidiate da voi”. “Non vorrei mai che qualcuno dicesse per me cosa devo fare“; “posso soltanto affermare che modificare significa rendere il mondo migliore”! (InNota:http://staminali.aduc.it/php_newsshow_0_1967.html). Successivamente chiariva il suo pensiero in maniera più esplicita:

“Ogni nuovo nato dovrebbe essere “dichiarato umano” fino a che non abbia passato certi test sulla sua dote genetica, e se fallisce questi test perde il diritto alla vita”. (cfr. www.aduc.it –Vivere e Morire di Eutanasia)

In un’intervista rilasciata al “Sunday Telegraph” del ’97 Crick e Watson furono ancora più circostanziati. Ribadirono il diritto di ogni donna ad “abortire un figlio che abbia imperfezioni, come la sindrome di Down”.

A queste ciniche affermazioni, le reazioni di larghissima parte del mondo accademico non si sono fatte attendere. Cito per tutti David Weatherall, ordinario di genetica umana ad Oxford: “Dire che le idee di Watson e di Crick sono discutibili è un modo generoso di giudicarle” perché non sono che un “ingombro” nel dibattito sulla genetica, non aiutano, “sono altamente emotive e del tutto grossolane“. (In Nota: Corriere della Sera del 17 febbraio 1997).

Nessuno avrebbe pensato che in un settore di fondamentale impatto antropologico come la scoperta della mappa cromosomica, si sarebbe giunti alla manipolazione del patrimonio genetico ed allo ‘screening’ dei nascituri.

Forse per timore della fine biologica, o chissà per quale recondito motivo, si ha la sensazione che un manipolo di scienziati, con l’idea della selezione ‘in vitro’, voglia scaricare le proprie angosce esistenziali sugli “ultimi” di questa Terra, attribuendo ad essi ogni responsabilità di malefatte, di errori o di eventi negativi. Sta di fatto che queste filosofie, prive di basi etiche e morali, rischiano di mettere in moto un processo di dissacrazione dell’esistenza.

E’ del tutto evidente che tali singolari desideri riemergono dai sotterranei dei secoli bui, il cui capostipite possiamo identificare nel teorico della futura socialdemocrazia tedesca, lo zoo-etologo Ernst Heackel il quale nel XIX secolo, alla sua generazione di scienziati parlava esplicitamente di “liceità dell’eutanasia di bambini handicappati e invalidi” (Brass A. e Gemelli A, “L’origine dell’uomo e le falsificazioni di Haeckel”, Editrice Fiorentina, 1910).

Haeckel, decantava la “selezione umana artificiale” praticata dagli spartani che rifiutavano l’arte, la filosofia, la letteratura e che era costruita solo sulla forza militare. Durante il periodo degli spartani, con leggi speciali, i bambini appena nati venivano sottoposti ad attenti controlli e quelli che erano deboli, malaticci o avevano difetti fisici venivano brutalmente uccisi. Il diritto alla vita era concesso solo ai bambini sani e robusti. Haeckel difendeva questa pratica barbarica che prevedeva l’uccisione di bambini innocenti. Secondo lui, i sentimenti dell’amore, della compassione, dell’affetto dovrebbero essere diretti solo alle persone “utili”. Questo atteggiamento egoista prospera sotto l’influenza del materialismo e del darwinismo.

A chi lo criticava, Haeckel rispondeva:

Che bene apporta all’umanità mantenere artificialmente e allevare migliaia di storpi, sordomuti, dementi  ecc.., che nascono ogni anno con un fardello ereditario di malattie incurabili?”

In attesa di questo straordinario balzo progressivo, che avrebbe reso la razza umana (ovviamente quella del mondo evoluto cioè europeo e nord-americano) invincibilmente sana, bella, intelligente, totalmente vittoriosa su tutti i limiti della natura, si doveva cominciare ad eliminare tutti gli “inconvenienti di percorso”. Bisognava eliminare tutte le vite inutili, inguaribilmente malate, portatrici di handicaps mentali o fisici, vecchi e malati terminali…:

un enorme e cinico processo di eliminazione della sofferenza, per l’affermazione di una vita e di una società totalmente a misura dell’uomo e della sua ragione.

Ciò che stupisce e rattrista è la risonanza mediatica che dottrine aberranti come queste, imbevute di ideologie sul mondo della disabilità riescono ad assicurarsi. Fortunatamente vi è una prevalente e forte corrente di pensiero che fa capo ad eminenti accademici che ne dimostrano l’infondatezza.

Sono i cosiddetti creazionisti, ossia gli scienziati galileiani dello spessore del fisico Antonino Zichichi e del biologo Giuseppe Sermonti. Attraverso verifiche di laboratorio, questi scienziati dimostrano che le tesi di questi “pseudo-evoluzionisti” sono “pure supposizioni prive di fondamento scientifico”. Analizzando il codice genetico (Dna), essi ci confermano che in tutte le prove mostra delle variazioni all’interno della medesima specie e mai dei passaggi da una specie all’altra.

In “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo” (Il Saggiatore, 1999) Zichichi così definisce gli evoluzionisti atei:

Coloro che pretendono di fare assurgere al rango di verità scientifica una teoria priva di una pur elementare struttura matematica di stampo galileiano”. Proseguendo ribadisce: “Mettere in discussione una legge naturale millenaria, significa privilegiare un salto nel buio da creare un vuoto esistenziale di una portata storica inimmaginabile”. (In Nota: G. Sermonti, “Dimenticare Darwin”, Rusconi 1999 e “Tra le quinte della scienza-Profeti e Professori”, Di Renzo editore, 2007. Altre esaurienti risposte ce le fornisce il genetista Innocenzo Timossi in “Oltre il Big Bang e il Dna, Elledici, 2007).

Sappiamo che le religioni nascono nel tentativo di dare un senso alla vita e di salvarsi da una condizione di disperazione al pensiero della morte, così la grandezza dell’uomo, elaborata dalla saggezza millenaria, sta proprio nel saper produrre arte, scienza, religione. E’ dal tempo di Aristotele che l’animale non umano “ha un’anima istintiva” poiché manca di queste dimensioni spirituali e speculative. Per tali ragioni il rispetto e la stima che esso riscuote è un sentimento diverso da quello che può riscuotere il figlio di uomo. L’animale non ha pensiero, né coscienza e non possiede spirito critico, cose che gli evoluzionisti, ‘giocando’ con la biotecnologia, vorrebbero mettere in dubbio.

In questo dibattito, persino un conservatore quale Giovanni Paolo II ha avallato l’evoluzionismo, purché si lasciasse aperto il principio dell’instillazione divina dell’anima, e la scienza ufficiale di certo non ha nulla in contrario su questo. Ciononostante un manipolo di scienziati-filosofi insistono nel negare qualità umane nei cosiddetti “malformati”. Nel recentissimo documento “Dignitas personae”, della Congregazione per la Dottrina della Fede, si legge: “Ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta la dignità di persona e il diritto alla vita”. Non v’è dubbio che è una affermazione di grande portata etica, riconoscibile come vera e conforme alla legge morale naturale dalla stessa ragione, a partire da solide conoscenze scientifiche in linea con le Carte costituzionali di tutto il mondo. (Nota: http://www.zenit.org/article-16613?l=italian).

Quanto riaffermato ed esplicitato dalla Chiesa, ci avvia alla conclusione che in merito alla dignità della persona è totalmente precluso ogni criterio di discriminazione, sia in base allo sviluppo biologico che a quello psichico, sia culturale che allo stato di salute.La Chiesa in questi anni ha accentuato il richiamo al rispetto della vita umana, qualunque essa sia, come bene sacro e inviolabile, per le tragedie storiche che nel Novecento hanno portato a una tremenda sua svalorizzazione”. (Nota: A.Socci, “Tuttavia per la chiesa la vita terrena non è un bene assoluto; lo sono invece la salute dell’anima e la vita eterna”, Libero, 12.febbraio.2009

Sappiamo che in tutte le culture, fin dalla preistoria, si pensa che nell’essere umano coesiste una duplice natura, quella spirituale (anima) e quella animale (corpo fisico). D’altro canto da memoria biblica, tutta la creazione è orientata all’uomo; la sua immagine nasce da un atto di amore fisico e dall’intervento di un Ente imperscrutabile che ogni civiltà ha elaborato secondo le proprie credenze. Pertanto, se alla scienza è affidata la competenza di studiare l’origine del corpo fisico, alla fede è demandato il compito di indagare sull’origine dell’anima: e nel disabile l’anima è visibilissima.

Persino Friedrich Nietzsche, dissacratore del sentimento religioso, riconosce in Gesù Cristo Colui che ha preso le difese dei “deboli, reietti e disprezzati”. Non essendo un filosofo, lascio le considerazioni decisive a questo personaggio amato anche dagli evoluzionisti. Con l’intento di percorrere la strada non della negazione, ma dell’affermazione e dell’identità della vita umana, Nietzsche ha riflettuto a lungo sulle conseguenze del darwinismo ateo. La deduzione più triste alla quale approdò, fu la scoperta che l’uomo potesse perdere ciò a cui tende la sua auto-trascendenza. Infatti, attribuì al cristianesimo “il più grande acquisto”: quello di “aver insegnato ad amare l’uomo per amore di Dio”, come “il sentimento finora più nobile e alto raggiunto fra gli uomini”. ( Nota: Robert Spaemann, “La diceria immortale”, Cantagalli, 2008).

Per Karol Wojtyla, nell’”Evangelium Vitae”, gli scienziati della “cultura della morte”, respingono persone come i Down perché hanno il senso del soprannaturale”. Essi si rifiutano di capire che ciò che ci appare umanamente drammatico, può rappresentare il dono della sapienza dell’Onnipotente che ci permette di osservare con l’occhio del Divino l’essenza delle cose.

Lo studioso Welsey Smith si domanda quali gravi motivi spingono questi pensatori alla Peter Singer a caldeggiare l’infanticidio. La risposta è a pagina 213 di “Rathing Life and Death” del 1994 dello stesso Singer, dove egli elenca le diverse attività che una persona con sindrome di Down, non sarà mai in grado di affrontare:

Suonare una chitarra,

“sviluppare un apprezzamento della fantascienza”,

“imparare una lingua straniera”,

“commentare l’ultimo film di Woody Allen”,

“essere un atleta stimato, un giocatore di basketball o di tennis”.

Nulla di più ridicolo, di più falso e fuorviante.

Piuttosto che esaltare il mito della biotecnologia eutanasica, non sarebbe meglio che questi filosofi si cimentassero ad osservare l’individuo nella sua peculiarità? Scoprirebbero quali mete queste persone potrebbero raggiungere, offrendo loro le giuste opportunità.

Per giudicare bisogna conoscere, avere l’umiltà di frequentare, approfondire le emozioni e le aspettative del soggetto che si sta esaminando.

Evidentemente Singer e i suoi seguaci ignorano i passi da gigante fatti negli ultimi decenni dalle cure riabilitative. Ignorano che mio figlio Fabio ed altri suoi compagni ed amici che frequenta o ha frequentato, anch’essi Down, residenti in tutta Italia (a Padova, a Treviso, a Chieti, a Cagliari, a Prato), non solo lavorano e producono, ma alcuni di essi praticano anche sport agonistico. La 38enne Daniela Melluso di Treviso fa l’aiuto istruttrice di ballo latino-americano. Il 26enne di Cagliari, Mauro Muscas, è campione nazionale di pattinaggio, e Axel Belig di Prato, appena quindicenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria. Che dire della trentaquattrenne Down umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini, che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down” – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”. (Nota: http://www.unoinpiu.org/blog/?p=45).

Con buona pace di questi illustri fautori della pianificazione familiare, sono certo che quando la recente “Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità” – che riguarda la tutela del 10% della popolazione mondiale – verrà inserita nelle legislazioni dei governi nazionali, sarà per loro un brutto giorno come lo fu per il nazismo.

Non v’è dubbio che l’eugenetica contemporanea è molto più pericolosa di quella di un tempo, perché possiede mezzi molto più subdoli e sofisticati. Secondo moltissimi studiosi può stravolgere l’equilibrio genetico del genere umano. Ne abbiamo un riscontro in Cina, dove mancano all’appello milioni di bambine ed in Corea del Nord, dove si persegue l’estinzione di bambini disabili nel totale silenzio della comunità internazionale.

Vorrei concludere questo quadro inquietante facendo mie due osservazioni caustiche del fisico Welsey Smith laddove ci mette in guardia sull’ operato di alcuni scienziati:

I medici olandesi hanno eliminato i malati che lo chiedevano, i disabili che lo chiedevano e, da ultimi, i nuovi nati che non lo hanno mai chiesto. …se si apre questa cultura non c’è più modo di fermarsi”.

E ancora:

Dopo la seconda guerra mondiale i medici tedeschi furono impiccati per crimini contro l’umanità e per aver ucciso bambini disabili. Tuttavia sotto la leadership di Peter Singer, l’infanticidio è diventato rispettabile. …Se questo trend continuerà, dovremo scusarci per aver giustiziato quei medici”.

LETTERA APERTA AL CANDIDATO SINDACO PD DI FIRENZE, Matteo Renzi

Febbraio 18, 2009

Caro Matteo Renzi

(Renzi è il più giovane presidente tra le province italiane – 33 anni – iscritto alla margherita, di recente transitato nelle fila del PD).

“”Passata la sbornia della vittoria ottenuta sbaragliando i quattro big del Comitato Centrale del PD, vorrei sollecitare il candidato sindaco a mantenere la promessa di “discontinuità” con queste giunte variopinte, che hanno reso la nostra città invivibile, e a reindossare i panni del buon amministratore.

Passare quindi dalle chiacchiere, che hanno reso Firenze ridicola al cospetto del mondo, alla politica dei fatti, sarebbe un concreto segno di discontinuità.

Caro Matteo, tu che hai strombazzato ai quattroventi segnali di discontinuità nella politica di questa martoriata città, la prima mossa che ti chiedo fin d’ora è tutelare le nostre figlie, i nostri anziani, i nostri disabili in una città più sicura, e per far ciò comincia a elaborare un piano per il controllo del territorio. Inizia cioè a proporre al Prefetto locale di autorizzare l’utilizzo di giovani soldati armati di soli radiotelefoni collegati alle centrali delle forze dell’ordine, prima che si arrivi alle deprecabili ronde di comuni cittadini che può essere l’anticamera del sistema della ‘delazione’.

Ti invito pertanto a raccogliere la disponibilità del generale Camporini, allorché in un occasione simile nel maggio dell’anno scorso, promise al Ministro delle Difesa Ignazio La Russa di voler “mettere a disposizione” i suoi uomini “al servizio della patria”. Questa soluzione offrirebbe a tanti giovani militari una vera gratificazione dal momento che, a detta loro, “si rompono” a fare gli attendenti ai superiori e alle loro famiglie o inutili guardianie, buone solo all’autoreferenzialità del corpo. Il costo dell’operazione sarebbe zero.”"

di FRANCESCO PUGLIARELLO

http://www.ilfirenze.it (18.2.2009, pag. 9)

AMIR ABBAS FAKHRAVAR, e L’ORGOGLIO di un POPOLO

Febbraio 5, 2009
Il dopo Khomeini

“Quando il regime cadrà faremo i conti con i Paesi che lo hanno sostenuto”

Amir Abbas Fakhravar a Jeorge Bush: “Interrompete le relazioni commerciali con Ahdmadinejad prima che sia troppo tardi!”

http://www.loccidentale.it/articolo/quando+cadr%C3%A0+il+regime+ci+ricorderemo+dei+paesi+che+lo+hanno+appoggiato.0066221

Il termine ”islamista”, cioè terrorista islamico, una volta mi fu contestato da un illustre navigatore di internet, ora me lo ritrovo pronunciato da un dissidente iraniano in una conversazione informale a un tavolo imbandito tra amici. Il mio interlocutore è il famoso trentaquattrenne Amir Abbas Fakhravar, figlio di un ufficiale dell’Air Force al tempo di Reza Palhavi, recluso varie volte nelle carceri dei mullah con l’accusa di sedizione e fuggito dall’ultima detenzione, dove avrebbe dovuto scontare la condanna di sette anni di isolamento sottoposto alla “tortura bianca”.

Secondo Amnesty International è la peggiore tortura riservata a un oppositore del regime degli Ayatollah, dalla quale è impossibile uscirne vivo: una cella tutta dipinta di bianco, luce al neon perennemente accesa di giorno e di notte  e cibo a base di riso. Amir Abbas è riuscito a sopravvivere alla galera senza perdere la ragione ed a salvarsi dopo meno di un anno, in occasione di un permesso per dare un esame all’università, facendo perdere le sue tracce. Attualmente vive negli USA braccato dalla polizia segreta del suo amato Paese, sul cui capo pende una “fatwa” del tribunale di Teheran con l’ordine di cattura internazionale e di sparargli a vista.
Vive di giornalismo, di convegni in giro tra gli USA e l’Europa e di libri che scrive di suo pugno preparando la rivoluzione anti-islamista.

Parla correttamente l’inglese ma la sua lingua madre è il “farsi”, antico idioma persiano d’estrazione indoeuropea non araba, parlato in Iran e in alcuni Paesi limitrofi, segno che Amir Abbas si batte per il recupero delle antiche tradizioni di questo popolo.
Sogna di rientrare in patria accanto ai suoi fratelli e di scrivere libri per bambini allo scopo di educarli alla democrazia.

Nella nostra conversazione è emersa una lucida descrizione delle caratteristiche della sua gente che conosce benissimo avendo intrattenuto contatti nelle diverse scuole della capitale, divenendo ben presto leader indiscusso dei giovani universitari di Teheran. Attualmente è a capo del “Movimento Iraniano per la Libertà” (in persiano: Jonbesh-e-Azadi voi Iraniyan) per  il riscatto dal regime dei mullah.
“Devi sapere” – mi informa Abbas – che “il popolo persiano ha la memoria lunga”. “Il giorno che rovesceremo questo regime sanguinario, e sarà molto presto, esamineremo chi lo ha mantenuto in vita con i suoi commerci per lucrare energia al miglior prezzo e ci regoleremo di conseguenza, scegliendo i nostri futuri partner”. Una promessa che sa di minaccia all’Europa che oggi “va a braccetto con chi fa il proprio comodo” che lui, Abbas, non accetta considerando un “indecente appeasement” che avvantaggia un regime che vuol distruggere l’Occidente a partire da Israele. In altre parole, il messaggio che Fhakravar lancia al mondo è che gli occidentali, piuttosto che studiare quando e come bombardare le centrali nucleari, dovrebbero interrompere le relazioni commerciali, cominciando dalla mediazione con Ahmadinejad presso l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) prima che l’Iran riesca a costruire la bomba atomica.

E lo devono fare presto perché secondo la logica musulmana, dimostrata nei secoli di lotte di conquista, i primi a “pagare” saranno proprio quei governi che, per il proprio tornaconto, rinnegano le proprie tradizioni accordandosi con quegli Stati come il mio, che calpestano i diritti umani. Il che equivale a dire che chi tradisce i propri principi, domani sarà pronto a tradire chiunque;  per tal ragione in nome di Allah “il puro”, si sentono in dovere di eliminarti in via prioritaria.
Secondo alcuni osservatori sarebbero queste le tesi  che avrebbe suggerito in alcuni dei suoi incontri avuti con lo stato maggiore americano e con George W. Bush.

Parole sinistre che riecheggiano in ogni intervista che rilascia da quando è in Occidente, come quella del 2007  rilasciata ad Elio Bonazzi, dalle quali Amir Abbas non indietreggia di un millimetro, convinto di essere in linea con l’opinione della parte più sana della stragrande maggioranza del suo Paese (il 90%) che rifiuta il regime sanguinario dei mullah. “Devi sapere – mi confida – che “nelle nostre scuole si impartiscono ore di lezioni di odio verso l’usurpatore occidentale e nessuno si rende conto che questi giovani così indottrinati, domani potranno rafforzare il regime che si prepara a distruggere gli “impuri””.

Da queste considerazioni emerge ciò che già si conosce, cioè che la cricca dei mullah è una dittatura come quella hitleriana contro la quale, la miopia dei Paesi del Vecchio Continente non riuscì negli anni trenta a prevedere la catastrofe che si profilava all’orizzonte, mentre i dissidenti dell’epoca nelle piazze ammonivano che “alimentare il coccodrillo”, nella speranza di non essere divorati o magari di essere mangiati per ultimi, era pura illusione.

Un monito forte, quello di Fakhravar per i Governi dell’Occidente , che non può restare inascoltato.

Francesco Pugliarello

Le verità su ELUANA (intervista alla vedova di Nassirya, conoscente di famiglia)

Febbraio 4, 2009

4 Febbraio 2009

INTERVISTA Parla la vedova Coletta: Vi racconto Beppino ed Eluana

Ha chiamato ancora papà Beppino ieri mattina poco prima delle nove: «Ma nemmeno l’hai accompagnata E­luana?», gli ha detto subito. Mar­gherita Coletta è la vedova di Giu­seppe, carabiniere assassinato a Nasiriyah il 12 novembre 2003, nel­l’attentato che spazzò la base ita­liana “Maestrale”, carabiniere che non aveva mai ucciso e che sce­glieva le missioni all’estero per aiu­tare i bimbi più indifesi, quelli col­piti dalla guerra. Lo faceva per ri­trovare il sorriso di suo figlio Pao­lo, morto a sei anni stroncato dal­la leucemia: «Quando capimmo che era finita e i medici ce lo spie­garono chiaramente – racconta lei – facemmo interrompere la che­mioterapia». Margherita in questi mesi è volata dalla Sicilia a Lecco per andare a trovare Eluana, accompagnata da Beppino. Spesso e a lungo l’ha ac­carezzata, l’ha baciata, le ha parla­to. E spesso ha parlato col papà, scontrandosi anche duramente, ma senza che mai lui le negasse il dialogo: in qualche modo for­se sono diventati amici. Ecco perché ancora ieri mattina lei gli ha telefonato dicen­dogli: «Speravo che coi gior­ni fossi rinsavito». Cos’ha provato, Margherita, entrando nella stanza di E­luana? La prima volta mi sono fermata sulla soglia della sua porta. Pen­savo di essere più forte. Ho re­spirato a fondo, poi sono entra­ta. Quando l’ho vista, abituata com’ero alle foto di lei ragazza, mi ha scosso, oggi è una don­na. Ma poco dopo è diventa­to tutto così normale, come fossi a trovare una persona in ospedale. Anzi, ho senti­to tanta dolcezza e nessun ribrezzo o pena. Né ho visto alcun ’sacco di patate’, co­me qualcuno descrisse E­luana, ma una persona che è tutt’altro. Una persona. La sensazione più bella? Quando l’ho accarezzata. Con la sensazione netta, net­tissima, che lei avvertisse le carezze. Certo è che pensavo d’andare a dare io a lei, inve­ce ho ricevuto assai più di quanto le abbia dato. Cosa? La maggiore certezza nelle cose in cui credo. La con­sapevolezza che non si può ridurre una persona alla sua forma fisica. Papà Beppino la accom­pagnava in quella stan­za? Sì. La prima volta che l’ho incontrato mi ave­va fatto molta tenerez­za: pensavo a mio ma­rito Giuseppe, a quan­do è morto nostro fi­glio. E poi mi sem­brava quasi di parla­re con mio padre: mi diceva «sei una bir­ba». Adesso è cambiato qualcosa? Rispetto comun­que Beppino e provo sempre grande affetto per lui. Ma non è giusto quello che sta facendo. I figli non sono di nostra proprietà: ci sono soltanto affida­ti. Ci prendiamo cura di loro, li aiu­tiamo, li assistiamo e semmai li ac­compagniamo alla morte, prepa­randoli se deve accadere, anche da piccoli. Ma lui non si rende conto di tutto questo, si sente incapace di tornare indietro: credo sia so­prattutto lui in uno stato simile a quello vegetativo. Quando si risveglierà da questo torpore si renderà conto e starà male, tanto. Lei che rapporto ha, Margherita, col papà di Eluana? Ci siamo confrontati tante volte, ma è sempre stato cortese con me. È convinto di quanto fa, for­se perché non vede più Eluana come lui la vorrebbe. Ma a me pa­re evidente che in qualche modo sia stato plagiato da tanta gente alla quale non interessa nulla di Eluana. E lui ora è strumentaliz­zato, è finito in un vortice: ha an­che momenti nei quali io credo vorrebbe tornare indietro, perché non pare convinto fino in fondo di quanto sta facendo, ma non ne ha la forza. Com’era trattata Eluana nella ca­sa di cura lecchese? Come una regina. Le suore che le stanno accanto ogni giorno la cu­rano, la lavano, la profumano, la portano a spasso sulla carrozzella. Addirittura la depilano, perché E­luana come ogni ragazza non sop­portava d’avere peli sulle gambe. E come sta? Lei è una donna. Una donna di trentotto anni: ha la mia stessa età. Ha il ciclo mestruale come ogni donna. Apre gli occhi di giorno e li chiude la notte. Respira benissimo e da sola, serenamente. Il suo cuo­re batte da solo, tenace e forte. Ci sono momenti nei quali forse sor­ride e altri nei quali forse socchiu­de gli occhi. Ma quanti sanno dav­vero che Eluana non è attaccata a nessuna macchina? Quanti sanno che nella sua stanza non c’è un macchinario, ma due orsacchiotti di peluche sul suo letto? Che non ha una piaga da decubito? Che in di­ciassette anni non ha preso un an­tibiotico? La notte scorsa hanno portato E­luana a morire: lei, Margherita, co­sa sta provando? Ho un pugnale dentro. Prego, spe­ro fino all’ultimo che lui si renda conto di quel che sta facendo. Quanto sia sbagliato. Quanto non sia paterno. Quanto non sia uma­no. Io so che lui soffre dentro di sé, e tanto. Ci ha parlato appena ieri mattina: secondo lei cosa prova Beppino? Non so come possa vivere con un peso addosso come questo: Elua­na da diciassette anni è in quelle condizioni, ma lui fino a ieri mat­tina non si era mai svegliato sa­pendo che sua figlia sta per mori­re. Come mai, Margherita, lei e suo marito Giuseppe decideste d’in­terrompere la chemioterapia a vo­stro figlio? Paolo ne aveva fatti quattro cicli, ne mancavano due, ma ormai il male a­veva invaso tutto il suo corpo e i medi­ci ci spiegarono be­ne la situazione. I dolori e il vomito e tutte le devastazio­ni provocate dalla chemio a quel pun­to sì che sarebbero stati accanimento terapeutico: così ci fermammo, affi­dandoci e affidando Paoletto a Dio. Perché invece con Eluana non ci sarebbe accanimento terapeutico? Ma Eluana non ha una malattia, non è terminale, non ha un dolo­re, non ha un macchinario nella stanza, non c’è nulla che possa far pensare ad un accanimento per te­nerla in vita! È accudita, curata, a­mata. La si deve solamente aiuta­re a mangiare! Beppino però sostiene che la mor­te di Eluana servirà a liberarla… Liberarla da cosa? Come fa lui a sa­pere che lei è in catene? Una per­sona che soffre lo si vede. Non lo capisco proprio cosa voglia dire Beppino, cerco di sforzarmi, ma non ci arrivo. Quella giovane donna da ieri è ri­coverata nella sezione maschile del “Reparto Alhzeimer” della cli­nica udinese “La Quiete”… Ma si rende conto?! È lì, da sola, con nessuno che la conosce, che l’ha curata, che la ama, perché le suo­re di Lecco la amano: se sapesse ie­ri sera ( lunedì, ndr) quando ho chiamato suor Rosangela come piangeva. Anzi, mi permetta di rin­graziare proprio le suore della ca­sa di cura “Beato Talamone” e tut­te le persone che per quindici an­ni hanno avuto quella tale cura per Eluana. Margherita, ma perché lei decise d’andare a trovarla? Non lo so. Una sera ero a casa, ho visto la notizia al telegiornale e ne ho avuto il desiderio. So di non valere nulla, ma ho cercato il nu­mero di Beppino, perché volevo fargli sentire la mia vicinanza. L’ho chiamato, gli ho spiegato chi ero e che sarei stata felice se avessi potuto incontrare Eluana. Lui fu molto gentile, mi disse: «Signora, davanti al suo dolore m’inchino e mi fa piacere se viene». Appena poi arrivai a Lecco, mi chiese su­bito: «Margherita, tu da che par­te stai?». Lei cosa gli rispose? «Beppino, io non sto dalla parte di nessuno: sono venuta a trovare E­luana come se tu fossi venuto a tro­vare un mio parente caro»: andai da lei non per far cambiare idea a Beppino né per altro, solo perché mi era sembrato giusto farlo. Come mai lei ha accetta­to di raccontare tutto que­sto solamente adesso? Beppino sa che io non a­vrei mai detto nulla e l’ha visto finora. Però è giunto il momento di dare voce a Eluana. Un’ultima domanda, Margherita: ha speran­ze per Eluana? La prima volta andai a trovarla nel novem­bre scorso: le promisi che sarei tornata per Natale e Beppino, certo e tranquillo, mi disse: «A Natale non ci sarà più». Io le sussurrai nell’orec­chio sotto voce «non ti preoccupare, ci rivedia­mo» e così poi è stato.

Pino Ciociola