Archivio per la categoria ‘Aborti di embrioni Down’

SINDROME DI DOWN – Evoluzionisti e Creazionisti (cenni)

Settembre 5, 2009

Lode a te, Padre del cielo e della terra,

per il fatto che non è proprietà della scienza

riconoscere ciò che è dovere per ciascuno

e per il fatto che ogni cuore non corrotto può sentire, da sé,

la differenza tra il bene e il male.

FRIEDRICH HEGEL

Evoluzionisti e creazionisti (cenni)

Facendo leva sulla “buona” ignoranza dell’opinione pubblica, nel tentativo di espellere nuovamente gli handicappati dalla storia, una casta numericamente modestissima che si ispira agli epigoni dell’evoluzionismo darwiniano, in maniera dettagliata e con sottile retorica, ci propone una visione rozza dell’esistenza. Essa considera l’handicappato una sottospecie umana, vale a dire un diretto discendente della scimmia antropomorfa. Pur giudicando quest’ultima l’animale più evoluto, per mostrare caratteristiche fisiche e intellettive simili all’uomo, ancorché dall’intelligenza limitata, arriva ad insinuare che un disabile è comunque un essere privo di anima spirituale.

Vediamo in merito cosa propongono i maggiori strateghi dell’eugenetica contemporanea, o meglio i “padroni del progressismo”, come ironicamente li chiama René Girard: il filosofo Ronald Dworkin e i premi Nobel per la medicina James Watson e Francis Crick.

Il primo, ne “Il dominio della vita”, Einaudi, 1993, sostiene che “l’uccisione razionale dei più deboli può essere un metodo per migliorare il valore specifico della specie umana”, i secondi, sono quelli che nel 1953 descrissero la struttura del codice genetico, noto con il termine Dna.

A Watson un giorno una coppia, dopo aver saputo che il loro nascituro avrebbe avuto la sindrome di Down, chiese consigli su cosa fare.. Il Nobel dette loro risposte sibilline ma altrettanto eloquenti:

E’ più opportuno che decidiate da voi”. “Non vorrei mai che qualcuno dicesse per me cosa devo fare”; “…posso soltanto affermare che modificare significa rendere il mondo migliore”! (1).

Successivamente chiariva il suo pensiero in maniera più esplicita: “Ogni nuovo nato dovrebbe essere “dichiarato umano” fino a che non abbia passato certi test sulla sua dote genetica, e se fallisce questi test perde il diritto alla vita” (2).

In un’intervista rilasciata al “Sunday Telegraph” del ’97 Crick e Watson furono ancora più circostanziati. Ribadirono il diritto d’ogni donna ad “abortire un figlio che abbia imperfezioni come la sindrome di Down”.

A queste ciniche affermazioni, le reazioni di larghissima parte del mondo accademico non si sono fatte attendere. Cito per tutti David Weatherall, ordinario di genetica umana ad Oxford: “Dire che le idee di Watson e di Crick sono discutibili è un modo generoso di giudicarle” perché non sono che un “ingombro” nel dibattito sulla genetica, non aiutano, “sono altamente emotive e del tutto grossolane” (3).

Nessuno avrebbe pensato che in un settore di fondamentale impatto antropologico come la scoperta della mappa cromosomica, si sarebbe giunti alla manipolazione del patrimonio genetico ed allo ‘screening’ dei nascituri.

Sarà per timore della fine biologica, o forse per troppa disumanità di fondo che li proteggono dai sensi di colpa , o chissà per quale recondito motivo, si ha la sensazione che questi controversi ‘benefattori’, con l’idea della selezione ‘in vitro’, vogliano scaricare le proprie angosce esistenziali sugli “ultimi” di questa Terra, attribuendo ad essi ogni responsabilità di malefatte, errori o eventi negativi. Sta di fatto che queste filosofie, prive di basi etiche, morali e di “umana pietas” rischiano di mettere in moto un processo di dissacrazione dell’esistenza.

E’ evidente che tali singolari desideri riemergono dai sotterranei dei secoli bui, il cui capostipite possiamo identificare nel teorico della futura socialdemocrazia tedesca, lo zoo-etologo Ernst Heackel il quale nel XIX secolo, alla sua generazione di scienziati parlava esplicitamente di “liceità dell’eutanasia di bambini handicappati e invalidi”.

Ernst Haeckel, decantava la “selezione umana artificiale” praticata dagli spartani che rifiutavano l’arte, la filosofia, la letteratura, la cui politica era costituita principalmente dalla potenza militare. In quell’epoca furono emanate leggi speciali secondo cui, i bambini appena nati dovevano essere sottoposti ad attenti controlli e quelli che erano deboli, malaticci o avevano difetti fisici erano brutalmente uccisi. Il diritto alla vita era concesso solo ai bambini sani e robusti.  Haeckel difendeva questa pratica. Secondo l’etologo, i sentimenti dell’amore, della compassione, dell’affetto dovrebbero essere diretti solo alle persone “utili”: un atteggiamento singolare che prospera sotto l’influenza del materialismo e del darwinismo presenti negli evoluzionisti ortodossi..

A chi lo criticava, Haeckel rispondeva:

Che bene apporta all’umanità mantenere artificialmente e allevare migliaia di storpi, sordomuti, dementi che nascono ogni anno con un fardello ereditario di malattie incurabili?

In questa frase è condensato ogni progetto futuro di ingegneria eugenetica. In nome dell’umanitarismo si dimentica l’uomo. In nome di un concetto che finisce per diventare astratto (cos’è l’umanità se non un agglomerato di corpi senza volto?), si dimentica il prossimo vero, quello che ci è accanto ogni giorno, la cui presenza turba, o meglio disturba le coscienze. Perciò da eliminare in nome di un bene superiore, magari facendo appello ad una malintesa ‘pietas’ che in realtà è una falsa coscienza.
I processi mentali degli epigoni di Heackel non sono affatto dissimili a quelli dei terroristi che uccidono per liberarci dal “male”, e questi ultimi a quelli dei nazisti: basta mettere il termine “razza” al posto di classe, umanità.

In attesa di questo straordinario balzo progressivo che avrebbe reso la razza umana invincibilmente sana, bella, intelligente, vittoriosa su tutti i limiti della natura, si doveva cominciare ad eliminare gli “inconvenienti di percorso”. Bisognava eliminare tutte le vite inutili, inguaribilmente malate, portatrici di handicap mentali o fisici, vecchi, malati terminali…: un immane e cinico processo di eliminazione della sofferenza, per l’affermazione di una società totalmente devota alla ‘dea ragione’ (4). Insomma un’insopportabile provocazione in nome di un progresso partorito da menti che col realmente scientifico poco hanno a che vedere.

Ciò che più stupisce e rattrista è la risonanza mediatica che dottrine aberranti come queste, imbevute di pastoie ideologiche sul mondo della disabilità, riescono ad assicurarsi. È uno spettacolo desolante, di grande povertà umana, un rito cinico che vorrebbe camuffare l’umanitarismo tecnologico con disumanità.

Fortunatamente vi è una prevalente e forte corrente di pensiero che fa capo ad eminenti accademici che riescono a scardinare queste teorie, e ne dimostrano l’infondatezza. Sono i cosiddetti creazionisti, ossia gli scienziati galileiani dello spessore del fisico Antonino Zichichi e del biologo Giuseppe Sermonti. Per mezzo di verifiche di laboratorio, questi scienziati dimostrano che le tesi degli evoluzionisti sono “pure supposizioni prive di fondamento scientifico”.  Analizzando il codice genetico, essi ci confermano che in tutte le prove i geni mostrano delle variazioni all’interno della medesima specie, mai dei passaggi da una specie all’altra (5).

In “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo”, Zichichi così definisce gli “pseudo-evoluzionisti” di matrice atea:

Coloro che pretendono di fare assurgere al rango di verità scientifica una teoria priva di una pur elementare struttura matematica di stampo galileiano”.  Gli fa eco Sermonti, ribadendo che “mettere in discussione una legge naturale millenaria, significa privilegiare un salto nel buio da creare un vuoto esistenziale di una portata storica inimmaginabile” (6).

Sappiamo che le religioni nascono nel tentativo di dare un senso all’esistenza e di salvarci da una condizione di disperazione al pensiero della malattia, della morte, tanto che la grandezza dell’uomo, elaborata dalla saggezza millenaria, sta proprio nel saper produrre arte, scienza, religione. E’ dal tempo di Aristotele che si pensa che l’animale non umano abbia “un’anima istintiva” perché manca di queste dimensioni spirituali e speculative. Per tal ragione, il rispetto e la stima che una bestia riscuote è un sentimento diverso da quello che può riscuotere il figlio d’uomo. L’animale non ha coscienza e non possiede spirito critico, cose che gli evoluzionisti, ‘giocando’ con la biotecnologia, vogliono mettere in discussione.

In questo dibattito, persino un conservatore quale Giovanni Paolo II ha avallato l’evoluzionismo, purché si lasciasse aperto il principio dell’instillazione divina dell’anima, e la scienza ufficiale ha accettato quest’interpretazione. Difatti per il credente, la proposta evoluzionista non contraddice il potere universalista di Dio. Ciononostante un manipolo di pseudo-scienziati insiste nel negare qualità umane nei cosiddetti “malformati”.

Nel recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, “Dignitas personae”, si legge: “Ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta dignità di persona e diritto alla vita”. E’ un’affermazione innovativa e di grande portata etica, riconoscibile come vera e conforme alla legge morale naturale dalla stessa ragione, a partire da solide conoscenze scientifiche ed in linea con le Carte costituzionali di tutto il mondo. “Bisogna essere fermi e decisi nella difesa della vita perché il diritto alla vita è un diritto naturale che preesiste alla nascita dello Stato moderno” (7).

Questo concetto è stato più chiaramente riproposto da Benedetto XVI nell’ultima enciclica “Caritas in Veritate”, da tutti gli osservatori considerata come la “summa della dottrina sociale della Chiesa alla prova del terzo millennio”. L’intero testo è percorso da una forte critica all’autosufficienza della tecnica, ad un nuovo ateismo, non più ideologico, ma altrettanto pericoloso perché fondato sull’indifferenza e sull’onnipotenza degli strumenti.

E’ la dimostrazione che la Chiesa non è contro la scienza, ma contro la pretesa “prometeica” secondo la quale l’umanità ritiene di potersi “riedificare” avvalendosi dei prodigi della tecnologia. Nella lettera enciclica il Pontefice, inoltre, mette in guardia sui “fraintendimenti della carità” perché senza la “verità sull’uomo” è “sterile”, improduttiva e chiarisce che la carità comunemente intesa potrebbe essere scambiata per una “riserva di buoni sentimenti e scivolare nel sentimentalismo”: al disabile, al diverso il sentimentalismo finisce per danneggiarlo. Per tal ragione Benedetto XVI invoca una “responsabilità morale nuova” che oggi sfugge a molti: quella che fa capo alla verità, alla fiducia e all’amore per l’uomo senza distinzioni di razza, ceto, o abilità personali. Conclude affermando che “senza una nuova responsabilità morale l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori, tanto più in una società globalizzata” (8).

Ancora una volta la Chiesa, come sempre e quasi da sola, coprendo il mondo di opere di carità e di ospedali, come ha fatto nei secoli, ci richiama a prenderci cura dei sofferenti, dei derelitti. Ancora una volta, con la consueta sollecitudine, fa sentire la sua voce contro l’immane massacro delle vite più indifese e innocenti (un miliardo in 40 anni), contro le ideologie della morte, contro l’odio che umilia e dilania i cuori e il mondo.

Quanto riaffermato dalla tradizione cristiana, ci avvia alla conclusione che in merito alla dignità della persona è totalmente precluso ogni criterio di discriminazione, sia in base allo sviluppo biologico, sia allo sviluppo psichico, sia culturale, sia allo stato di salute.

Non è un caso che la Chiesa in questi anni ha accentuato il richiamo al rispetto della vita come bene indisponibile, per le tragedie storiche che nel Novecento hanno portato a una tremenda sua svalorizzazione.

Sappiamo che la vita nasce da un atto di amore fisico e dall’intervento di un Ente imperscrutabile che ogni civiltà ha elaborato secondo le proprie credenze. In tutte le culture, fin dalla preistoria, si pensa che nell’essere umano coesiste una duplice natura, quella spirituale (anima) e quella animale (corpo fisico). Pertanto, se alla scienza è affidata la competenza di studiare l’origine del corpo fisico, alla fede è demandato il compito di indagare sull’origine dell’anima: e nel disabile l’anima è visibilissima.

Per Karol Wojtyla, nell’”Evangelium Vitae”, “gli scienziati della cultura della morte respingono persone come i down perché hanno il senso del soprannaturale”. “Essi si rifiutano di capire che ciò che ci appare umanamente drammatico, può rappresentare il dono della sapienza dell’Onnipotente che ci permette di osservare con l’occhio del Divino l’essenza delle cose”.

Persino Friedrich Nietzsche, dissacratore del sentimento religioso, riconosce in Gesù Cristo Colui che ha preso le difese dei deboli, reietti e “disprezzati”.

Non essendo un filosofo, lascio le considerazioni finali a questo personaggio, peraltro amato anche dagli evoluzionisti.

Con l’intento di percorrere la strada non della negazione, ma dell’affermazione e dell’identità della vita umana, Nietzsche ha riflettuto a lungo sulle conseguenze del darwinismo ateo. La deduzione più triste alla quale approdò, fu la scoperta che l’uomo potesse perdere ciò a cui tende la sua auto-trascendenza. Infatti, attribuì al cristianesimo “il più grande acquisto”: quello di “aver insegnato ad amare l’uomo per amore di Dio”, come “il sentimento finora più nobile e alto raggiunto fra gli uomini”.

Lo studioso Welsey Smith si domanda quali gravi motivi spingono questi pensatori alla Peter Singer a caldeggiare l’infanticidio. La risposta la trova a pagina 213 di “Rathing Life and Death” del 1994 dove lo stesso Singer elenca le diverse attività che una persona con sindrome di Down, non sarà mai in grado di affrontare:

Suonare una chitarra,

“sviluppare un apprezzamento della fantascienza”,

“imparare una lingua straniera”,

“commentare l’ultimo film di Woody Allen”,

“essere un atleta stimato, un giocatore di basketball o di tennis”.

Nulla di più ridicolo, di più falso, provocatorio e fuorviante.

Piuttosto che esaltare il mito della biotecnologia eutanasica, se questi filosofi-scienziati si cimentassero a studiare l’individuo nella sua peculiarità, sicuramente avrebbero più successo. Predisponendo loro le giuste opportunità, scoprirebbero quali mete queste persone possono raggiungere.

Per giudicare bisogna conoscere, avere l’umiltà di frequentare, approfondire le emozioni e le attese del soggetto che si sta esaminando.

Evidentemente Singer e i suoi seguaci ignorano i passi da gigante fatti negli ultimi decenni dalle cure riabilitative; ignorano che mio figlio Fabio ed altri suoi compagni ed amici che frequenta o ha frequentato, anch’essi down, non solo lavorano e producono, alcuni di essi praticano anche sport agonistico. La 38enne Daniela Melluso di Treviso fa l’aiuto istruttore di ballo latino-americano. Il 26enne di Cagliari, Mauro Muscas, è campione nazionale di pattinaggio; Axel Belig di Prato, appena quindicenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria. Che dire della trentaquattrenne umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini, che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”(9).

Con buona pace di questi illustri fautori della pianificazione familiare, sono certo che quando la recente “Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità” – che riguarda la tutela del 10% della popolazione mondiale – verrà inserita nelle legislazioni dei governi nazionali, sarà per loro un brutto giorno come lo fu per il nazismo (10).

Teniamo presente che l’eugenetica contemporanea è molto più pericolosa di quella di un tempo, perché possiede mezzi molto più subdoli e sofisticati da stravolgere l’equilibrio genetico del genere umano. Ne abbiamo un riscontro in Cina, dove mancano all’appello milioni di bambine e in Nord-Corea dove si persegue l’estinzione di bambini disabili nel totale silenzio della comunità internazionale.

Vorrei concludere questo quadro inquietante, facendo mie due osservazioni caustiche del fisico Welsey Smith laddove ci mette in guardia sull’operato di alcuni scienziati:

I medici olandesi hanno eliminato i malati che lo chiedevano, i disabili che lo chiedevano e, da ultimi, i nuovi nati che non lo hanno mai chiesto. …se si apre questa cultura non c’è più modo di fermarsi”.

E ancora:

Dopo la seconda guerra mondiale i medici tedeschi furono impiccati per crimini contro l’umanità e per aver ucciso bambini disabili. Tuttavia sotto la leadership di Peter Singer, l’infanticidio è diventato rispettabile. …Se questo trend continuerà, dovremo scusarci per aver giustiziato quei medici”.

NOTE

1.   Cfr. http://staminali.aduc.it/php_newsshow_0_1967.html .

2.   Cfr.  www.aduc.it, “Vivere e Morire di Eutanasia”.

3.   “Corriere della Sera” del 17 febbraio 1997.

4.  A. Brass, A. Gemelli, “L’origine dell’uomo e le falsificazioni di Haeckel”, Editrice Fiorentina, 1910 pag 99.

5.  Antonino Zichichi, “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo”, Il Saggiatore, Milano, 1999.

6.  G. Sermonti, “Dimenticare Darwin”, Rusconi, 1999 e “Tra le quinte della scienza-Profeti e Professori”, Di Renzo, Roma, 2007.

Altre esaurienti risposte ce le fornisce il genetista Innocenzo Timossi in “Oltre il Big Bang e il Dna, Elledici, Rivoli, 2007).

7. Cfr. http://www.zenit.org/article-16613?l=italian, 12 dicembre 2008.

8. Benedetto XVI, Lett. enc. “Caritas in Veritate”, San Paolo, Roma, luglio 2009, pp. 71-77.

9. Cfr. http://www.unoinpiu.org/blog/?p=45.

10. A Nizza nel 2002 il Consiglio dell’U.E., varando la “Carta dei Diritti fondamentali”, all’articolo 3 comma 2, ha espressamente vietato le pratiche eugenetiche negative e inserito uno stretto controllo sull’avanzamento delle biotecnologie; quelle che erano praticate i quei Paesi che fin dagli anni venti, prevedevano nelle loro legislazioni pratiche eugenetiche, comprese le sterilizzazioni.

N.B. L’adagio citato in cima è di Friedrich Egel

Aborti di embrioni e feti “imperfetti”

Febbraio 28, 2009

Lode a te, Padre del cielo e della terra,

per il fatto che non è una proprietà della scienza

riconoscere ciò che è dovere per ciascuno

e per il fatto che ogni cuore non corrotto può sentire, da sé,

la differenza tra il bene e il male.

FRIEDRICH HEGEL


Evoluzionisti e creazionisti (cenni)

Facendo leva sulla “buona” ignoranza dell’opinione pubblica, nel tentativo di espellere nuovamente gli handicappati dalla storia, gli epigoni dell’evoluzionismo darwiniano, in maniera sottile, dettagliata e con grande retorica, ci ripropongono una visione rozza dell’esistenza. Essi affermano che l’essere umano è il risultato della selezione naturale. Ritenendo la scimmia antropomorfa l’antenata dell’uomo, giudicano quest’ultimo un animale più evoluto, quindi “privo di anima” e dall’intelligenza limitata poiché la considerano “una secrezione del cervello”.

Vediamo in merito cosa propongono i maggiori strateghi dell’eugenetica contemporanea, o meglio i “padroni del progressismo” come ironicamente li chiama René Girard, il filosofo Ronald Dworkin e i premi Nobel per la medicina James Watson e Francis Crick.

Il primo, ne “Il dominio della vita”, Einaudi, 1993, sostiene che “l’uccisione razionale dei più deboli può essere un metodo per migliorare il valore specifico della specie umana”, i secondi sono quelli che nel 1953 descrissero la struttura del codice genetico, noto con il termine Dna.

A Watson un giorno una coppia, dopo aver saputo che il loro nascituro avrebbe avuto la sindrome di Down, chiese consigli su cosa fare per lui. Il Nobel dette loro risposte sibilline ma altrettanto eloquenti:

E’ più opportuno che decidiate da voi”. “Non vorrei mai che qualcuno dicesse per me cosa devo fare“; “posso soltanto affermare che modificare significa rendere il mondo migliore”! (InNota:http://staminali.aduc.it/php_newsshow_0_1967.html). Successivamente chiariva il suo pensiero in maniera più esplicita:

“Ogni nuovo nato dovrebbe essere “dichiarato umano” fino a che non abbia passato certi test sulla sua dote genetica, e se fallisce questi test perde il diritto alla vita”. (cfr. www.aduc.it –Vivere e Morire di Eutanasia)

In un’intervista rilasciata al “Sunday Telegraph” del ’97 Crick e Watson furono ancora più circostanziati. Ribadirono il diritto di ogni donna ad “abortire un figlio che abbia imperfezioni, come la sindrome di Down”.

A queste ciniche affermazioni, le reazioni di larghissima parte del mondo accademico non si sono fatte attendere. Cito per tutti David Weatherall, ordinario di genetica umana ad Oxford: “Dire che le idee di Watson e di Crick sono discutibili è un modo generoso di giudicarle” perché non sono che un “ingombro” nel dibattito sulla genetica, non aiutano, “sono altamente emotive e del tutto grossolane“. (In Nota: Corriere della Sera del 17 febbraio 1997).

Nessuno avrebbe pensato che in un settore di fondamentale impatto antropologico come la scoperta della mappa cromosomica, si sarebbe giunti alla manipolazione del patrimonio genetico ed allo ‘screening’ dei nascituri.

Forse per timore della fine biologica, o chissà per quale recondito motivo, si ha la sensazione che un manipolo di scienziati, con l’idea della selezione ‘in vitro’, voglia scaricare le proprie angosce esistenziali sugli “ultimi” di questa Terra, attribuendo ad essi ogni responsabilità di malefatte, di errori o di eventi negativi. Sta di fatto che queste filosofie, prive di basi etiche e morali, rischiano di mettere in moto un processo di dissacrazione dell’esistenza.

E’ del tutto evidente che tali singolari desideri riemergono dai sotterranei dei secoli bui, il cui capostipite possiamo identificare nel teorico della futura socialdemocrazia tedesca, lo zoo-etologo Ernst Heackel il quale nel XIX secolo, alla sua generazione di scienziati parlava esplicitamente di “liceità dell’eutanasia di bambini handicappati e invalidi” (Brass A. e Gemelli A, “L’origine dell’uomo e le falsificazioni di Haeckel”, Editrice Fiorentina, 1910).

Haeckel, decantava la “selezione umana artificiale” praticata dagli spartani che rifiutavano l’arte, la filosofia, la letteratura e che era costruita solo sulla forza militare. Durante il periodo degli spartani, con leggi speciali, i bambini appena nati venivano sottoposti ad attenti controlli e quelli che erano deboli, malaticci o avevano difetti fisici venivano brutalmente uccisi. Il diritto alla vita era concesso solo ai bambini sani e robusti. Haeckel difendeva questa pratica barbarica che prevedeva l’uccisione di bambini innocenti. Secondo lui, i sentimenti dell’amore, della compassione, dell’affetto dovrebbero essere diretti solo alle persone “utili”. Questo atteggiamento egoista prospera sotto l’influenza del materialismo e del darwinismo.

A chi lo criticava, Haeckel rispondeva:

Che bene apporta all’umanità mantenere artificialmente e allevare migliaia di storpi, sordomuti, dementi  ecc.., che nascono ogni anno con un fardello ereditario di malattie incurabili?”

In attesa di questo straordinario balzo progressivo, che avrebbe reso la razza umana (ovviamente quella del mondo evoluto cioè europeo e nord-americano) invincibilmente sana, bella, intelligente, totalmente vittoriosa su tutti i limiti della natura, si doveva cominciare ad eliminare tutti gli “inconvenienti di percorso”. Bisognava eliminare tutte le vite inutili, inguaribilmente malate, portatrici di handicaps mentali o fisici, vecchi e malati terminali…:

un enorme e cinico processo di eliminazione della sofferenza, per l’affermazione di una vita e di una società totalmente a misura dell’uomo e della sua ragione.

Ciò che stupisce e rattrista è la risonanza mediatica che dottrine aberranti come queste, imbevute di ideologie sul mondo della disabilità riescono ad assicurarsi. Fortunatamente vi è una prevalente e forte corrente di pensiero che fa capo ad eminenti accademici che ne dimostrano l’infondatezza.

Sono i cosiddetti creazionisti, ossia gli scienziati galileiani dello spessore del fisico Antonino Zichichi e del biologo Giuseppe Sermonti. Attraverso verifiche di laboratorio, questi scienziati dimostrano che le tesi di questi “pseudo-evoluzionisti” sono “pure supposizioni prive di fondamento scientifico”. Analizzando il codice genetico (Dna), essi ci confermano che in tutte le prove mostra delle variazioni all’interno della medesima specie e mai dei passaggi da una specie all’altra.

In “Perché credo in Colui che ha fatto il mondo” (Il Saggiatore, 1999) Zichichi così definisce gli evoluzionisti atei:

Coloro che pretendono di fare assurgere al rango di verità scientifica una teoria priva di una pur elementare struttura matematica di stampo galileiano”. Proseguendo ribadisce: “Mettere in discussione una legge naturale millenaria, significa privilegiare un salto nel buio da creare un vuoto esistenziale di una portata storica inimmaginabile”. (In Nota: G. Sermonti, “Dimenticare Darwin”, Rusconi 1999 e “Tra le quinte della scienza-Profeti e Professori”, Di Renzo editore, 2007. Altre esaurienti risposte ce le fornisce il genetista Innocenzo Timossi in “Oltre il Big Bang e il Dna, Elledici, 2007).

Sappiamo che le religioni nascono nel tentativo di dare un senso alla vita e di salvarsi da una condizione di disperazione al pensiero della morte, così la grandezza dell’uomo, elaborata dalla saggezza millenaria, sta proprio nel saper produrre arte, scienza, religione. E’ dal tempo di Aristotele che l’animale non umano “ha un’anima istintiva” poiché manca di queste dimensioni spirituali e speculative. Per tali ragioni il rispetto e la stima che esso riscuote è un sentimento diverso da quello che può riscuotere il figlio di uomo. L’animale non ha pensiero, né coscienza e non possiede spirito critico, cose che gli evoluzionisti, ‘giocando’ con la biotecnologia, vorrebbero mettere in dubbio.

In questo dibattito, persino un conservatore quale Giovanni Paolo II ha avallato l’evoluzionismo, purché si lasciasse aperto il principio dell’instillazione divina dell’anima, e la scienza ufficiale di certo non ha nulla in contrario su questo. Ciononostante un manipolo di scienziati-filosofi insistono nel negare qualità umane nei cosiddetti “malformati”. Nel recentissimo documento “Dignitas personae”, della Congregazione per la Dottrina della Fede, si legge: “Ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta la dignità di persona e il diritto alla vita”. Non v’è dubbio che è una affermazione di grande portata etica, riconoscibile come vera e conforme alla legge morale naturale dalla stessa ragione, a partire da solide conoscenze scientifiche in linea con le Carte costituzionali di tutto il mondo. (Nota: http://www.zenit.org/article-16613?l=italian).

Quanto riaffermato ed esplicitato dalla Chiesa, ci avvia alla conclusione che in merito alla dignità della persona è totalmente precluso ogni criterio di discriminazione, sia in base allo sviluppo biologico che a quello psichico, sia culturale che allo stato di salute.La Chiesa in questi anni ha accentuato il richiamo al rispetto della vita umana, qualunque essa sia, come bene sacro e inviolabile, per le tragedie storiche che nel Novecento hanno portato a una tremenda sua svalorizzazione”. (Nota: A.Socci, “Tuttavia per la chiesa la vita terrena non è un bene assoluto; lo sono invece la salute dell’anima e la vita eterna”, Libero, 12.febbraio.2009

Sappiamo che in tutte le culture, fin dalla preistoria, si pensa che nell’essere umano coesiste una duplice natura, quella spirituale (anima) e quella animale (corpo fisico). D’altro canto da memoria biblica, tutta la creazione è orientata all’uomo; la sua immagine nasce da un atto di amore fisico e dall’intervento di un Ente imperscrutabile che ogni civiltà ha elaborato secondo le proprie credenze. Pertanto, se alla scienza è affidata la competenza di studiare l’origine del corpo fisico, alla fede è demandato il compito di indagare sull’origine dell’anima: e nel disabile l’anima è visibilissima.

Persino Friedrich Nietzsche, dissacratore del sentimento religioso, riconosce in Gesù Cristo Colui che ha preso le difese dei “deboli, reietti e disprezzati”. Non essendo un filosofo, lascio le considerazioni decisive a questo personaggio amato anche dagli evoluzionisti. Con l’intento di percorrere la strada non della negazione, ma dell’affermazione e dell’identità della vita umana, Nietzsche ha riflettuto a lungo sulle conseguenze del darwinismo ateo. La deduzione più triste alla quale approdò, fu la scoperta che l’uomo potesse perdere ciò a cui tende la sua auto-trascendenza. Infatti, attribuì al cristianesimo “il più grande acquisto”: quello di “aver insegnato ad amare l’uomo per amore di Dio”, come “il sentimento finora più nobile e alto raggiunto fra gli uomini”. ( Nota: Robert Spaemann, “La diceria immortale”, Cantagalli, 2008).

Per Karol Wojtyla, nell’”Evangelium Vitae”, gli scienziati della “cultura della morte”, respingono persone come i Down perché hanno il senso del soprannaturale”. Essi si rifiutano di capire che ciò che ci appare umanamente drammatico, può rappresentare il dono della sapienza dell’Onnipotente che ci permette di osservare con l’occhio del Divino l’essenza delle cose.

Lo studioso Welsey Smith si domanda quali gravi motivi spingono questi pensatori alla Peter Singer a caldeggiare l’infanticidio. La risposta è a pagina 213 di “Rathing Life and Death” del 1994 dello stesso Singer, dove egli elenca le diverse attività che una persona con sindrome di Down, non sarà mai in grado di affrontare:

Suonare una chitarra,

“sviluppare un apprezzamento della fantascienza”,

“imparare una lingua straniera”,

“commentare l’ultimo film di Woody Allen”,

“essere un atleta stimato, un giocatore di basketball o di tennis”.

Nulla di più ridicolo, di più falso e fuorviante.

Piuttosto che esaltare il mito della biotecnologia eutanasica, non sarebbe meglio che questi filosofi si cimentassero ad osservare l’individuo nella sua peculiarità? Scoprirebbero quali mete queste persone potrebbero raggiungere, offrendo loro le giuste opportunità.

Per giudicare bisogna conoscere, avere l’umiltà di frequentare, approfondire le emozioni e le aspettative del soggetto che si sta esaminando.

Evidentemente Singer e i suoi seguaci ignorano i passi da gigante fatti negli ultimi decenni dalle cure riabilitative. Ignorano che mio figlio Fabio ed altri suoi compagni ed amici che frequenta o ha frequentato, anch’essi Down, residenti in tutta Italia (a Padova, a Treviso, a Chieti, a Cagliari, a Prato), non solo lavorano e producono, ma alcuni di essi praticano anche sport agonistico. La 38enne Daniela Melluso di Treviso fa l’aiuto istruttrice di ballo latino-americano. Il 26enne di Cagliari, Mauro Muscas, è campione nazionale di pattinaggio, e Axel Belig di Prato, appena quindicenne è campione italiano di nuoto nella sua categoria. Che dire della trentaquattrenne Down umbra, Cristina Acquistapace, ordinata suora da Monsignor Maggiolini, che ora affianca le missionarie in Kenia? “La sindrome di Down” – spiega suor Cristina – per me non è stata né una benedizione né una maledizione, ma il modo per capire che sono portata per certe cose piuttosto che per altre, e sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto”. (Nota: http://www.unoinpiu.org/blog/?p=45).

Con buona pace di questi illustri fautori della pianificazione familiare, sono certo che quando la recente “Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità” – che riguarda la tutela del 10% della popolazione mondiale – verrà inserita nelle legislazioni dei governi nazionali, sarà per loro un brutto giorno come lo fu per il nazismo.

Non v’è dubbio che l’eugenetica contemporanea è molto più pericolosa di quella di un tempo, perché possiede mezzi molto più subdoli e sofisticati. Secondo moltissimi studiosi può stravolgere l’equilibrio genetico del genere umano. Ne abbiamo un riscontro in Cina, dove mancano all’appello milioni di bambine ed in Corea del Nord, dove si persegue l’estinzione di bambini disabili nel totale silenzio della comunità internazionale.

Vorrei concludere questo quadro inquietante facendo mie due osservazioni caustiche del fisico Welsey Smith laddove ci mette in guardia sull’ operato di alcuni scienziati:

I medici olandesi hanno eliminato i malati che lo chiedevano, i disabili che lo chiedevano e, da ultimi, i nuovi nati che non lo hanno mai chiesto. …se si apre questa cultura non c’è più modo di fermarsi”.

E ancora:

Dopo la seconda guerra mondiale i medici tedeschi furono impiccati per crimini contro l’umanità e per aver ucciso bambini disabili. Tuttavia sotto la leadership di Peter Singer, l’infanticidio è diventato rispettabile. …Se questo trend continuerà, dovremo scusarci per aver giustiziato quei medici”.

A proposito di aborto: il diritto alla vita del Down, un diritto a lungo negato

Marzo 16, 2008

                     

                                                                                     E’ la sofferenza che fa vivere il profondo.

                                                             Il Down è una fonte di profondo amore e di generosità.                                                                                      

       Fabio, come molti  ragazzi Down nati dopo gli anni sessanta, deve ritenersi un ragazzo fortunato perché, per gran parte dell’opinione pubblica, oggi può anche rappresentare un valore. Fino ai giorni nostri questi ragazzi vivevano nell’oblio, quando addirittura non venivano soppressi prematuramente.        

    Il “furore genocida” risale al tempo in cui Platone, vagheggiando una “Città Ideale”, fecondava, con l’idea della purezza della razza umana, i millenni successivi, culminati con la ferocia nazi-comunista del secolo scorso. Questo principio di morte fu non solo assorbito e codificato nel Diritto Romano, ma riaffermato nel Medioevo Cristiano in cui le levatrici avevano precise istruzioni per eliminare neonati malformati.        Nonostante Gesù Cristo proteggesse e guarisse storpi e ciechi, questi “figli del peccato” – considerati tali dai pagani e dagli ebrei -  hanno rappresentato un dramma per molte famiglie: tanto incisivo fu l’influsso di Atene e di Roma sulla nostra civiltà.        Per fare due soli esempi dell’ignominia che ha attraversato fino a qualche lustro addietro ogni strato della società, ricordiamo la recentissima rivelazione del  grande scrittore e drammaturgo  Arthur Miller che solo verso la fine dei suoi giorni riconosce come un crimine l’aver abbandonato in un Istituto il proprio figlio Down, oggi quarantunenne. Fu il figlio Daniel a voler incontrare chi decise di abbandonarlo senza volerlo vedere più e l’occasione la ebbe in un congresso dopo trentanove anni di segregazione. Preso allora da lancinanti sensi di colpa e prossimo alla fine, lo scrittore lo citò nel testamento. L’intera vicenda è venuta fuori alla fine di agosto 2007, scatenando un uragano di polemiche e di “rivisitazioni” dell’uomo Miller.       Per l’altra testimonianza riporto di seguito parte della recensione del famoso romanzo, di Kim Edwards, ambientato negli anni ’60 e uscito agli inizi del 2007 da cui è stato tratto un film che ha commosso il mondo – “La figlia del silenzio”. In esso si rappresenta l’angoscia di un padre, anch’egli ossessionato dal senso di colpa per aver rinchiuso in un istituto la propria neonata gemella Down all’insaputa della moglie: “…David sceglie in fretta e la sua decisione sarà destinata a cambiargli la vita per sempre: affida la piccola a Caroline, ordinandole di rinchiuderla in un istituto e di non rivelare mai a nessuno la verità. A Norah, che non si è accorta di nulla perché durante il parto era sotto anestesia, dice che la bambina è morta. Ma Caroline non può abbandonare la piccola Phoebe in quell’edificio triste e squallido. Con un coraggio che non credeva di avere, fugge in un’altra città, determinata a prendersi cura della bambina e a conservare ben custodito un segreto che solo lei e David conoscono. Un segreto che nel tempo si farà sempre più insopportabile e, come una piovra, allungherà i suoi tentacoli sulla vita di David e della sua famiglia: lui, ossessionato dal senso di colpa e dai rimpianti, ma incapace di affrontare la realtà, Norah, inconsolabile per la figlia che crede morta, e Paul, il fratellino di Phoebe, un bambino timido che cresce solo in una casa piena di dolore. Intanto Caroline, a centinaia di chilometri da Lexington, vivrà con gioia l’inaspettata maternità ma dovrà affrontare anche molte difficoltà: Phoebe è una bambina vivace e sensibile ma i suoi problemi e i pregiudizi che la circondano costringeranno Caroline a combattere una dura battaglia contro il mondo. Fino al giorno in cui i destini delle due famiglie torneranno a incrociarsi…”        

     E’ raccapricciante leggere nell’enciclopedia medica Labor dell’edizione del  1948 che questi esseri, “tra le varie forme di deficienza mentale”, sono “i meno capaci di apprendere” e che oltre i due terzi dei bambini colpiti dalla sindrome di Down non riescono a vivere al di là della pubertà e quindi è “conveniente l’internamento in speciali Istituti” perché ritenuti “inadatti a vivere nella società…”.        Ma tant’è.  Questa è la cultura che ci portiamo sulle nostre spalle di contemporanei!  Una cultura della morte che contraddittoriamente si è tentato di debellare negli anni ’70 sull’onda della contestazione sessantottina e approdata nella legislazione con la 194 e la 40 con la ferma intenzione di frenare la millenaria  “strage degli innocenti”.           Sembrerà assurdo tutto questo, ma chi vive o lavora nel campo della disabilità sa che fino agli anni ´70 ai ciechi, i sordi, agli handicappati intellettivi e psichici, spesso anche dalle persone colpite nel fisico, non veniva riconosciuto il diritto di vivere in famiglia, né di essere curati e riabilitati.  A tali soggetti non era consentita neanche la frequenza della scuola normale; a maggior ragione era preclusa ogni possibilità di un inserimento nella vita sociale e produttiva.            Fu a partire dall’ ambito dell’”adozione speciale”  che si compì una vera e propria rivoluzione copernicana, nel senso che lo scopo dell’adozione di bambini disabili e non, non era più quello di concederla a persone desiderose di genitorialità, ma di dare una famiglia ai minori completamente privi di un’assistenza morale e materiale. Questo grazie alle iniziative di associazioni spontanee di famiglie a cui aderirono parlamentari, giuristi, magistrati, donne e uomini di cultura, amministratori, operatori e organizzazioni sociali che fin dai primi degli anni ’70 si mobilitarono in difesa dei diritti di questi innocenti.     

      Nello stesso tempo, le famiglie di origine, essendosi rese conto delle conseguenze negative provocate da un internamento in istituto, accettarono sempre meno la pratica del ricovero. Maturarono così le prime esperienze positive di inserimento in famiglie adottive dei piccoli sottratti agli istituti.       Se volessimo segnare un ideale spartiacque tra il buio dell’esistenza ed il giorno del riscatto, possiamo convenzionalmente fissarlo al 1967,  anno in cui gradualmente ed inesorabilmente comincia a crescere la pressione delle organizzazioni sociali e delle prime associazioni di famiglie contro l’emarginazione e per la regolamentazione dell’adozione dei minori stranieri; contemporaneamente sorsero i primi servizi di “affidamento familiare a scopo educativo”. Vennero così create le condizioni per ottenere dal Parlamento l’approvazione della legge 4 maggio 1983, n. 184, che va sotto il nome di “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”.      Ciononostante, ancora ai nostri giorni, si susseguono interruzioni volontarie di gravidanza allorché una madre viene a conoscenza di avere in grembo un embrione con un cromosoma in più.                                      E’ pur vero che il disabile intellettivo ti assorbe al punto che ti costringe a rinunciare alla carriera, al successo, alle tue recondite ambizioni, ma è anche vero che egli è un essere provvisto di una umanità superiore.  Ma gli arrampicatori sociali, gli “utilitaristi”, i puristi della razza non la pensano così, come non la pensavano il segretario di Hitler Martin Barman e Joseph Mengele o, più vicino a noi Peter Singer, il guru  mondiale della eugenetica che sostiene: “ se si vuole un altro figlio, è giusto eliminare quello Down”! (Il Foglio 11.03.2008).          La clinica Jerome Lejeune, di Londra, per bambini con la Sindrome di Down, durante la sua audizione presso la Commissione parlamentare ha affermato che nel solo anno 2005 sono stati effettuati 429 aborti di bambini Down. La Clinica ha osservato che, dopo aver diagnosticato la Sindrome di Down, le madri si sentono in qualche modo indotte ad abortire.
       Poche di esse sono informate sull’assistenza che viene offerta a sostegno dei figli con malformazioni genetiche. Secondo la Clinica molti di questi  bambini sono felici, socievoli e amichevoli.
      Attualmente circa l’80 per cento di loro frequenta le normali scuole primarie, sia a tempo pieno che a tempo ridotto, e quasi tutti si integrano armoniosamente nelle proprie famiglie ed anche nel lavoro. Nelle sue conclusioni la Clinica Lejeune di Londra ha sostenuto che «…è triste vedere come i bambini affetti dalla Sindrome di Down rientrino nella categoria degli aborti per gravi malformazioni». Senza una adeguata informazione continuerà la triste selezione fra bambini abili e disabili.
        Ma, come accennavo, sarà solo a seguito della contestazione studentesca del ’68 che l’opinione pubblica comincia a prendere coscienza del rispetto delle minoranze ed in particolare della presenza attiva di ogni tipologia di disabilità, quella intellettiva compresa.        Attualmente, nelle altre culture del Pianeta siamo ancora ai primordi.  Mentre in qualche clan del mondo islamico la figura del Down viene considerata un valore da tutelare, da proteggere,  dobbiamo attendere la fine degli anni ’90 per vedere un principio di attenzioni da parte dei pubblici poteri.         Ricordiamo che l’Oman è uno dei primi stati islamici, dal 1987, che si interessa al sostegno, alla cura ed alla riabilitazione, rivolti principalmente nel campo dello sport.        Nella patria del sunnismo, solo di recente l’Arabia Saudita ha aperto alla disabilità  offrendo il privilegio di viaggiare gratuitamente nel periodo del pellegrinaggio a La Mecca. Anche in Marocco re Mohammed VI ha iniziato da poco a prevedere la necessità di sostegni specialistici nei confronti di questi bambini.        Purtroppo nel  mondo comunista come per esempio in Russia, vige ancora il regime del ricovero in istituti, tutti rigorosamente lontani dalle città “perché non disturbino gli abitanti!”.       Raccapricciante è la misera fine subita dallo scopritore della causa della sindrome di Down nel 21/mo cromosoma, Jerome Lejeune (1926-1994). Applaudito dai grandi della Terra, candidato al premio Nobel e nominato esperto in genetica umana nella Organizzazione Mondiale della Sanità, ma quando nel 1970 in un congresso si oppose tenacemente al progetto di legge sull’aborto eugenetico, fu oscurato dai media di tutto il mondo e perseguitato dai suoi stessi colleghi; ragione per cui sfumò il premio Nobel.        Fu uno dei pochi scienziati a difendere strenuamente in tutti i consessi mondiali il DIRITTO ALL’ESISTENZA di qualsiasi essere umano a partire dal suo concepimento, basandosi più su argomenti scientifico-razionali che su una  visione filosofico-religiosa, considerando l’aborto un “crimine abominevole”.  Dove diritto all’esistenza significa essere presenti, essere considerati, essere chiamati a partecipare alla costruzione del futuro di sé e della società con le proprie “abilità”.        Certamente erano i primi approcci ad una problematica radicata nel DNA dell’opinione pubblica, ma che successivamente verrà affrontata in tutti i suoi risvolti e da noi resa norma con la Legge 40 del 19 febbraio 2004 sulla “procreazione medicalmente assistita”.         La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 16123/2006, ha ribadito il no all’aborto eugenetico. Il caso è emerso da una coppia di coniugi friulani che si erano rivolti al Tribunale di Pordenone, citando in giudizio l’ospedale di Sacile perché la loro bambina, ancora nel grembo materno, era affetta da alcune patologie genetiche che i medici non avevano riscontrato. Il Tribunale e anche la Corte di Appello di Trieste avevano condannato la struttura sanitaria per la responsabilità penale della mancata informazione. I due coniugi hanno promosso ricorso per Cassazione chiedendo il risarcimento del danno per mancato esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza. Ma la Cassazione ha ribadito che, “se esiste un diritto a nascere sani, non è invece configurabile un diritto a non nascere se non sani”. Il nostro ordinamento, infatti, prevede la tutela del concepito e l’evoluzione della gravidanza esclusivamente verso la nascita. Pertanto l’aborto eugenetico è una ipotesi non configurabile nel nostro ordinamento giuridico: “…non potendosi ammettere un diritto a non nascere se non sano, la nascita di un bambino affetto da malattie genetiche non configura l’ipotesi di un danno risarcibile”.           In un convegno del 15 ottobre 1978 tenutosi ad Alassio, in cui lo scienziato descriveva l’origine della sua scoperta e le caratteristiche di un trisomico, mi ha colpito la semplicità con cui spiegava la ragione della lentezza congenita in questi ragazzi e le conseguenze sull’intelligenza. Osservando la lentezza nella dilatazione e nel restringimento della loro pupilla, iniettando atropina,  si accorse che questi movimenti involontari avvenivano meno in fretta che nei soggetti normodotati. Da questa osservazione dedusse che la causa del rallentamento nei movimenti e nelle reazioni  - una delle caratteristiche comuni tutte le malattie che provocano l’indebolimento dell’intelligenza – era dovuta ad una minor quantità di certe sostanze chimiche necessarie per inviare un segnale da una cellula all’altra.            Per Jerome Lejeune è in corso il processo di Beatificazione proposto a suo tempo da Giovanni Paolo II il quale, a seguito delle certezze espresse dallo scienziato, fonda la “Pontificia Accademia per la Vita”.  Da quel momento la scoperta di questo piccolo grande uomo, riaffermando i valori di cui possono essere portatori i disabili intellettivi, mette in moto una rivoluzione culturale copernicana nel campo dei diritti umani, al punto di cambiare radicalmente la visione  del senso dell’esistenza.  Ora sta alla Chiesa di papa Benedetto XVI l’impegno di difendere la natura umana e la persona dalla riduzione alla totalità della scienza e della tecnica.

         Prima di Lejeune v’era stato un altro uomo che, con la sua serafica spiritualità, continua tuttora ad ispirare generazioni di attivisti contro il razzismo e la segregazione di quelli che don Lorenzo Milani chiamava gli “ultimi”. E’ il Mahatma Ghandi che, ai primi del secolo scorso, propugna una sorta di protesta non violenta come mezzo di rivoluzione culturale. Gandhi era solito dire che “una società può dirsi civile solo se rispetta le minoranze”.

francesco.pugliarello