Archive for dicembre 2007

Augurissimi

dicembre 21, 2007
 
Articoli degli UtentiNatale 2007

A  tutti  gli amici  e non un  caro  augurio  di  buon  Natale,  con  l’auspicio che  il  Salvatore  si  ricordi  delle sofferenze del mondo.

P.S. sarò assente fino al 14 gennaio.

 
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Pd: l’avvento del pensiero debole

dicembre 19, 2007

di Francesco Pugliarello – 20 ottobre 2007

La tanto strombazzata nascita del Partito Democratico certifica l’avvento di una nuova filosofia politica, quella del potere fine a se stesso e nel contempo segna l’affermazione del pensiero debole, incarnato dall’ecumenismo veltroniano. All’apparenza queste frasi suonano come slogan, ma nei fatti hanno un loro fondamento. Vediamone le ragioni. L’operazione che negli anni ’70 andò sotto il nome di «compromesso storico» tra i comunisti di Berlinguer e i democristiani di Aldo Moro, oggi riproposta dai Ds di Fassino con l’avallo di Prodi, riproduce né più né meno che una sorta di compromesso tra i due maggiori partiti storici che nell’immediato dopoguerra si spartirono il potere, un compromesso che gli Stati uniti d’America, in piena «guerra fredda» avevano tollerato, ma osteggiarono quando l’allora presidente della democrazia cristiana voleva sancirne l’ufficialità. Allora nasceva sotto le insegne della «Solidarietà nazionale» per combattere le brigate rosse, oggi per impedire la riconquista di Palazzo Chigi a Berlusconi e contrastare l’estrema sinistra assurta agli onori di governo del Paese.

Ds e Margherita, fondendosi nel Pd con lo scopo di riformare le istituzioni, tentano di consolidare l’operazione rimasta in sospeso dopo l’assassinio di Aldo Moro. I cosiddetti poteri forti che guidano l’economia, la cultura, le attività produttive, il terziario, rimaste da sempre ben salde nelle mani dei Ds e della Margherita, plaudono a questa operazione che ha il sapore di una manovra di vertice ammantata di democraticità e come tale politicamente non facile da digerire. Anche se è prematuro trarre delle conclusioni, dove ancora tutto dovrà misurarsi nelle assemblee costituenti, le prime avvisaglie si possono ravvisare nelle pretese dei Ds che, a seguito dei suffragi riscossi in sede di primarie, reclamano il doppio dei seggi. Conoscendo bene la natura di questi due partiti, smentendo Veltroni quando afferma che il Partito Democratico sarà un partito «senza correnti», Baget Bozzo già preconizza che i 2400 delegati verranno nuovamente sottoposti alla prova fedeltà. Il che non impedirà l’accentuarsi delle faide interne, rendendo ulteriormente instabile la governabilità del Paese. Questo l’aveva capito anzitempo Lamberto Dini, tanto che, da vecchio volpone, prevedendo di non essere gradito al nocciolo duro della «struttura», ha pensato bene di tirarsi fuori, fondando un proprio partito.

Molti pensano, che Prodi ne verrà indebolito, dimenticando che costui è un dossettiano di ferro come lo è lo stesso neo-vice segretario Dario Franceschini. Quando quest’ultimo afferma che la natura del nuovo partito è quello di essere «maggioritario», vuole intendere che l’unico partito maggioritario è stato per decenni la Dc che, tradotto dal politichese, significa che i Ds devono fare i conti con la Margherita perché ci mette la faccia per mostrare all’opinione pubblica che il nuovo Pd è il vero partito riformista e per converso la Cdl una coalizione conservatrice. La riprova sta nei prudenti comportamenti di Fassino e nelle risposte stizzite di Casini rivolte a Franceschini nella trasmissione di martedì scorso a Ballarò. Dunque Prodi potrebbe anche uscirne rafforzato, ma non sarà facile, perché l’«ecumenico» Veltroni tenterà con ogni mezzo di attirare a sé le simpatie di quei poteri legati ai loro specifici bisogni, che spingeranno verso nuove elezioni.

Tuttavia questa partita politica, in cui nella galassia della sinistra decine di parlamentari sono in sofferenza, potrebbe porre una pesante ipoteca sulla tenuta del nuovo partito e dello stesso Governo, facendo il gioco di Berlusconi.

Chi perde è ancora una volta il Paese reale, principalmente il Sud, dal momento che lo stesso neopresidente del Pd sventola la bandiera della «questione settentrionale». E’ un salto nel buio che riporta le lancette della politica indietro di almeno trent’anni, con l’aggravante che il governo Prodi, pur di non perdere la poltrona, dovrà accontentare l’antagonismo sinistro che spinge per un livellamento economico e sociale verso il basso. Se non vi riusciranno, dovranno dar fondo al serbatoio dei voti extracomunitari che stanno cinicamente coccolando. Il resto è la solita pantomima, buona a raggirare le loro «masse».

Francesco Pugliarello

da: ragionpolitica.it

Se le parole hanno un senso…

dicembre 16, 2007

 

Se le parole sono pietre, come recita un vecchio adagio, le frasi pronunciate da quella maestra della Villani  di Firenze ad un alunno di nove anni e poi ripetute con rabbia alla mamma del suo alunno, sono macigni lanciati contro i sentimenti del “prossimo”.

E’ il frutto di un clima di intolleranza generale che ha contaminato  anche la patria della civiltà e della tolleranza. E’ lo scatto d’ira di una personalità depressa e frastornata che non trova di meglio che scagliarsi che contro i più deboli ed indifesi.

Qui non si tratta solo di un’offesa al sentimento religioso altrui , che potrebbe anche non essere condiviso da quella maestra, ma di una rivolta contro le proprie tradizioni, contro i padri che hanno fatto grande, libera e civile questa terra.  Bene ha fatto il padre del bambino a reagire chiedendo spiegazioni sul gesto di quella maestrina che dopo aver indicato alla classe di dipingere la natività, si arroga il diritto di affermare che parlare e raffigurare Gesù Bambino proprio nelle feste a Lui dedicate sarebbe una “scemenza”. Bene ha fatto il dirigente della scuola ad emanare una circolare conciliante ma ferma e chiara, che la prossima celebrazione natalizia sia “conforme ai canoni  e alle tradizioni in uso nella nostra cultura e nostro Paese, in  prospettiva di una valorizzazione dei contenuti più profondi e spirituali della festività”. Bene ha fatto la Curia a stigmatizzare il fatto come frutto di “pura follia”.  Le frasi insensate pronunciate da  quella maestrina  sono la tangibile materializzazione di una isteria generale. Ora possiamo riconoscerne gli autori di una non meglio precisata ricerca di “dialogo” con chi il dialogo lo considera debolezza e che sta tutto in quel dossier distribuito l’altro giorno al Mandela forum in migliaia di copie a ragazzi e insegnati in cui si sintetizza visivamente  in donne velate che chiedono “la libertà religiosa come diritto” e in un dubbio insinuante in chi vorrebbe tenere nelle aule scolastiche ed in luogo pubblico il crocifisso esposto! E gli autori, così velatamente schierati, attraverso quella maestria, perdono anche l’unica arma che erano in grado di usare: l’ambiguità. Che però non ha alcuna attinenza con il coraggio, tanto che il giorno dopo, la stessa prova a rimangiarsi quanto affermato ieri. Signor Direttore, non è questo un segno di arroganza, figlia della sicumera e parente della stupidità, per cui si arriva dove mai prima si sarebbe voluto arrivare: ad infangare sé stessi?

 

Francesco Pugliarello

Il difficile “DIALOGO” con l’islam e la tenacia di Benedetto XVI

dicembre 16, 2007

Le ideologie del secolo scorso culminate con la shohà hanno scosso le coscienze degli europei assumendo su di sé un senso di colpa collettiva accompagnata da un diffuso affievolimento spirituale. L’arricchimento dei “signori del petrolio” e la tecnologia hanno finito per spazzare via quel residuo di valori che nel tempo si erano radicati nella coscienza delle nostre comunità, al punto da far esprimere l’Islam: avete visto? Voi siete i corrotti; noi siamo i migliori; ora dovete venire a patti con noi perché siamo noi che conserviamo il significato religioso dell’esistenza; voi siete gli infedeli e noi vi correggeremo. Rendendolo laico, questo potrebbe essere sostanzialmente il pensiero Papa Benedetto XVI, quando parlando di relativismo valoriale ci richiama al rispetto della tradizione e alla difesa della nostra identità cristiana. Lo ribadisce in ogni occasione: in particolare ricordiamo quanto affermò, nel corso dell’udienza in Vaticano ai Capi di Stato al congresso per i 50 anni dei Trattati di Roma sul tema “Valori e prospettive per l’Europa di domani”, che l’Europa sarebbe destinata ad uscire dalla storia se dimentica le sue radici cristiane. Questo forte monito deve farci riflettere proprio alla vigilia del Santo Natale. Ratzinger è un uomo di fede che vive intensamente il nostro tempo per cui, nella sua missione apostolica, riesce a coglierne intimamente i risvolti. Il Suo “manifesto pontificale” era già tracciato da tempo e reso pubblico, sia in una intervista con Peter Seewald, pubblicata per le Edizioni San Paolo: “Il sale della terra, cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo”, sia nel convegno di Cracovia sulla “Nuova evangelizzazione” (2005).
Le Sue direttrici pastorali sono chiaramente definite: da un lato difendere il messaggio evangelico e dall’altro, cercare di proseguire l’edificazione di quel ponte di dialogo che Papa Giovanni Paolo II aveva intrapreso col mondo islamico. Un mondo diviso in mille correnti e fazioni, ideologicamente e politicamente contrapposte, in cui è impossibile individuare un referente unico. E’ appena il caso citare la corrente maggioritaria riferita all’organizzazione dei Fratelli Musulmani capeggiata da Al-Qaradawi: rappresentante “spirituale” delle masse diseredate sparse tra il miliardo e più di musulmani. Ma questo è l’islam fondamentalista, secondo Magdi Allam molto vicino al terrorismo internazionale. Nei due tracciati si inseriscono alcuni contrasti interni che provengono dalla difficile convivenza delle gerarchie ecclesiastiche in quei Paesi dove la recrudescenza islamica è più attiva. Si tratta di una sfida complessa, difficile e molto diversificata perché riferita a religioni in concorrenza tra loro che, per effetto della globalizzazione, ognuna ha la pretesa di validità sull’altra. La minaccia di una guerra fra civiltà ed il proseguimento di un’intesa senza cedimenti è irreversibile ed impellente.
Dalle Sue esternazioni più recenti, compresa le lectio di Ratisbona, e la “Spe salvi” traspaiono nettamente le differenze di visione di due civiltà perfettamente contrapposte. Sebbene da qualche parte viene criticato di non riuscire ancora a parlare al cuore dei cattolici come il Suo predecessore, Benedetto XVI, con la saldezza del teutonico, ci ripropone un Dio stimolante che si rivela all’uomo con le sue stesse debolezze in attesa di essere scoperto usando la ragione e l’amore, contrapposto alla visione musulmana di un Dio occulto ma incombente, riconosciuto solo attraverso le scritture con il quale il singolo non può e non sa dialogare perché lontano e invisibile. La loro religione ci appare ermetica, di difficile interpretazione, comprensibile solo a pochi eletti: è sì un linguaggio poetico, ma mitologico e pervasivo che impregna di sé tutta la sfera vitale della umma. Un linguaggio zeppo di contraddizioni, fermo nel tempo e “non sorprende, che per il rischio di ricatti o di minacce, alcuni commenti testuali sono pubblicati sotto degli pseudonimi” (Gorge Pell). Nonostante l’islam sia una religione viva e molto seguita, Papa Ratzinger non crede nel suo rinnovamento in funzione del fatto che la Parola che Dio ha dato a Maometto è parola eterna, mentre la nostra è diversa in quanto è Dio che si serve degli uomini per diffondere il Verbo interpretandolo e adattandolo alle mutate situazioni. Maometto o meglio “i nuovi profeti” quelli che hanno rispolverato il Corano e lo hanno riscritto a proprio uso e consumo, hanno fatto sì che venisse dichiarata l’universalità e l’immutabilità di Allah, dimenticando che se è universale, è soggetta alle leggi dell’universo, che sono state create in divenire e non statiche. Va inoltre ricordato che la rigidità lessicale coranica è quella che ha forgiato la taqiyya, la dissimulazione o del doppio linguaggio, uno per l’interno della congrega, un altro per l’esterno, col preciso scopo di poter penetrare “dolcemente” in territori altrui; questo pone la difficile ricerca di interlocutori con cui instaurare un dialogo concreto; una trappola collaudata nei secoli dalla corrente sciita.
Posto in questi termini è difficile, per non dire impossibile, intavolare un dialogo con le Istituzioni islamiche, ma Ratzinger ci prova, rischiando di persona: si presenta in casa loro (ad Istambul) con l’umiltà dell’uomo di fede.
Il Papa non demorde, usando i media come il Suo predecessore, ripresenta la Sua teologia in maniera sempre più incalzante e concreta che a molti può apparire conservatrice. Così dev’essere se si vuole spezzare quel muro di buonismo e di lassismo dilagante nel vecchio Continente e se si vuole veicolare un dialogo con quel mondo fluido, sfuggente che dice e non dice e se dice subito smentisce. Purtroppo quello islamico non è il mondo laico, razionale, dubbioso, ma macchinoso, machiavellico ancorché fantasioso che schiva e teme la verità. Chi ha vissuto tra loro, sa bene che non è un mondo del si o del no, ma del ni perché insicuro, timido al dialogo concreto, suscettibile alla critica. Il Papa sa benissimo che la prima condizione per trovare dei punti di intesa col diverso è il rafforzamento delle propria identità da svelare all’altro, anche se può disturbarlo. Perciò ridurre lo spessore della propria fede per non offendere l’altro non farebbe che confermare nell’altro la nostra insicurezza: “per i seguaci di Maometto questo significherebbe una sorta di resa, di abdicazione alla propria fede ed un implicito riconoscimento della superiorità dell’Islam” (Samir Khalil).
Se solo pensassimo alle umiliazioni ed alle torture subite durante la conquista dei popoli iberici e balcanici (avvenuta non sempre con la spada), ridotti a dhimmitudine e con quale e quanta arroganza trattano i nostri rappresentanti istituzionali, poco avremmo da consolarci sul nostro futuro. Al momento non abbiamo che da affidarci alla secolare saggezza della nostra Chiesa. Se viceversa accettassimo il principio della legge islamica secondo cui è impedito di pronunciarci sulla sharia, “allora saremo davvero sulla strada che ci condurrà verso la loro sottomissione” (Daniel Pipes): questo potrà avvenire fintanto che in Occidente continueremo a non mostrare compattezza.

Francesco Pugliarello

SE LE PAROLE HANNO UN SENSO

dicembre 15, 2007

Se le parole sono pietre, come recita un vecchio adagio, le frasi pronunciate da quella maestra della Villani  di Firenze ad un alunno di nove anni e poi ripetute con rabbia alla mamma del suo alunno, sono macigni lanciati contro i sentimenti del “prossimo”. E’ il frutto di un clima di intolleranza generale che ha contaminato  anche la patria della civiltà e della tolleranza. E’ lo scatto d’ira di una personalità depressa e frastornata che non trova di meglio che scagliarsi che contro i più deboli ed indifesi. Qui non si tratta solo di un’offesa al sentimento religioso altrui , che potrebbe anche non essere condiviso da quella maestra, ma di una rivolta contro le proprie tradizioni, contro i padri che hanno fatto grande, libera e civile questa terra.  Bene ha fatto il padre del bambino a reagire chiedendo spiegazioni sul gesto di quella maestrina che dopo aver indicato alla classe di dipingere la natività, si arroga il diritto di affermare che parlare e raffigurare Gesù Bambino proprio nelle feste a Lui dedicate sarebbe una “scemenza”. Bene ha fatto il dirigente della scuola ad emanare una circolare conciliante ma ferma e chiara, che la prossima celebrazione natalizia sia “conforme ai canoni  e alle tradizioni in uso nella nostra cultura e nostro Paese, in  prospettiva di una valorizzazione dei contenuti più profondi e spirituali della festività”. Bene ha fatto la Curia a stigmatizzare il fatto come frutto di “pura follia”.  Le frasi insensate pronunciate da  quella maestrina  sono la tangibile materializzazione di una isteria generale. Ora possiamo riconoscerne gli autori di una non meglio precisata ricerca di “dialogo” con chi il dialogo lo considera debolezza e che sta tutto in quel dossier distribuito l’altro giorno al Mandela forum in migliaia di copie a ragazzi e insegnati in cui si sintetizza visivamente  in donne velate che chiedono “la libertà religiosa come diritto” e in un dubbio insinuante in chi vorrebbe tenere nelle aule scolastiche ed in luogo pubblico il crocifisso esposto! E gli autori, così velatamente schierati, attraverso quella maestria, perdono anche l’unica arma che erano in grado di usare: l’ambiguità. Che però non ha alcuna attinenza con il coraggio, tanto che il giorno dopo, la stessa prova a rimangiarsi quanto affermato ieri. Signor Direttore, non è questo un segno di arroganza, figlia della sicumera e parente della stupidità, per cui si arriva dove mai prima si sarebbe voluto arrivare: ad infangare sé stessi?

 

Francesco Pugliarello

VERSO L’EPILOGO DEL CASO MAESTRA DI FIRENZE (14/12.2007)

dicembre 15, 2007

La reazione di alcuni cittadini, in primis il padre del bambino al quale è stato impedito dalla sua maestra di disegnare il Bambino Gesù, l’avv. Walter Vecchi, al momento ha sortito il suo effetto.
La maestrina è stata sospesa dalla scuola, temporaneamente, con provvedimento disciplinare del Dirrettoredidattico regionale, sanzionata didatticamente “insufficiente”; mentre è in atto una ispezione dove molte maestre ora si scherniscono!
La maestrina, non è una di primo pelo; è una di quelle donne prepotenti e intolleranti che circolano per questa città con aria da saccenti pronte a contraddire tutto e tutti, magari contraddicendosi il giorno dopo. Donne di paglia. Un pò il carattere del fiero-imbecille fiorentino: qui in città ne circolano tanti.
Ella avrebbe ritrattato a seguito del perdono del padre del ragazzino.
La Curia ha finalmente preso posizione dichiarando pubblicamente che “è questione di laicità” cioè che “prima ancora che la Chiesa, “a preoccuparsene sulla difesa dell’dentità” devono essere le istituzioni, locali e nazionali”. In altre parole si è in parte defilata! Questa è la Chiesa Fiorentina! Son finiti i tempi di La Pira e di don Milani, e queste sono le conseguenze…. Francesco Pugliarello

La Toscana in mano all’UCOII ?!

dicembre 13, 2007

                                 Se le parole hanno un senso

C’era da espettarselo…!

La m***a covava da tempo, ma non ancora era emersa in tutto il suo putrido fetore, finchè un padre ed una madre un giorno, per “ripulire” la mortificazione subìta in classe dal figlioletto da parte di un’insegnate arrogante, non la espongono in piazza.
Preferisco raccontare gli eventi di cronaca nella loro crudità lasciando a voi, amici che seguite questo blog, il giudizio su quanto in brevissimo tempo questa mefitica giunta di sinistra ha fatto precipitare nel baratro della vergogna nazionale una Regione che fu la culla della cività e del rinascimento nel mondo occidentale, in balia di una politica arrogante e superciliosa.

Antefatto: l’altro giorno come qualcuno saprà, si è tenuto al Mandela Forun forentino un Meeting dal titolo “La Libertà religiosa” al quale hanno partecipato migliaia di ragazzi, bambini ed insegnanti di tutte le scuole di ordine e grado con dibattiti diversi compresi il vescovo, il rabbino e l’imam. In quell’occasione è stato distribuita una corposa pubblicazione di oltre seimila copie (a nostre spese, 40.000 Euro) a tutti i presenti.
Giusto per capire quale aria tirava in quella manifestazione, l’assessore “al perdono e alla riconciliazione” (questa è la esatta dizione!), Massimo Toschi, sposa subito le accuse che sono piovute dalla Turchia sulla squadra dell’Inter per quella maglia con la croce rossa in campo bianco, copia della originale al tempo della fondazione della squadra 1908 (ispirata al simbolo di Milano) reputata troppo simile a quella dei tempi dei crociati.
Il predetto al cospetto di migliaia di astanti fa risuonare le seguenti frasi: “sarebbe stato meglio, in tempi come questi, evitare delle provocazioni!”.
A giustificare, camuffando contorcimenti dialettici, in quel contesto pronta la voce di Martini (presidente della regione Toscana, presente per l’occasione): “la libertà religiosa è una delle libertà fondamentali, uno dei basilari diritti dell’uomo moderno, quindi dobbiamo fare il possibile di instaurare un DIA-LO-GO per aprire una breccia in tutte le società, anche le più chiuse”.

Ma la pantomima non finisce qua.
In quella pubblicazione il sociologo dell’Università di Siena, Fabio Berti, si cimenta, tra l’altro, a dimostrare che sulla contestata vicenda della moschea di Colle Valdelsa non bisogna essere contrari ma guardare alla sua positività “…in quanto, chi è contrario è colpevole delle false rappresentazioni della realtà, di ostinazioni, di interessi, di non voler capire nel tentativo di trarre vantaggi politici”. “…il diniego alla sua costruzione è stato strumentalizzato da giornalisti e da politici per trarre un proprio tornaconto”.
Non è finita. (scusate la lunghezza)
Si legge inoltre in questo bestiario di nefandezze contro le nostre tradizioni e la nostra cultura di uomini liberi, che “l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche, in nome della “neutralità” di un luogo pubblico, non andrebbe esposto”. In questo dossier per le scuole secondarie,(magari i bimbi non sapessero ancora interpretare il pensiero dell’autore), figura un eloquente messaggio iconografico: su dieci foto, quattro rappresentano donne velate, su una delle quali c’è la seguente scritta: “la libertà religiosa come diritto”.
Indovinate cari amici chi è stato invitato a parlare di libertà religiosa? l’imam di Firenze, attuale portavoce nazionale dell’UCOII, Elzir Izzedim che da grande dissimulatore ha la foia, la faccia di bronzo, di criticare alcuni Paesi islamici perché dice: “…sono lontani dal Corano, in quanto in esso si parla di libertà religiosa!”.

E’ quanto basta per scatenare l’euforia di qualche ivasata tanto che stamane 12/07/2007 appare in prima pagina su “Il Giornale” e su “La Nazione” una lettera di un genitore indignato per aver saputo che al proprio figlio, l’insegnate di disegno della scuola elementare Villani, dopo che aveva programmato per queste feste natalizie di addobbare con disegni le pareti della classe, ha impedito ad un alunno, mentre disegnava, di raffigurare il Bambin Gesù.
Alle richieste della mamma di ottenere spiegazioni per quel gesto di diniego che aveva “amareggiato” il figlioletto di 9 anni, ha risposto che
sarebbe una scemenza voler rappresentare la nascita di Gesù Cristo ed associarla al Natale perché in tal modo rischierebbe di offendere il sentimento religioso di chi non è cristiano!” (sic),(conferma ricevuta dalla stessa contattata telefonicamente).
Alla richiesta di conoscere a quale norma facesse riferimento, “l’insegnante mi ha girato le spalle e se n’è andata senza neppure salutarmi”.
Nello specifico il direttore didattico, come minimo, dovrebbe affrontare questa dipendente arrogante, censurarla per il comportamento ignobile verso una mamma e obbligarla ad una pubblica scusa. Staremo avedere.
Dal canto suo il direttore didattico, Marco Panti, (che conosco personalmente per essere stato insegnate di mio figlio), ci informa che emanerà una circolare che presepi ed altre manifestazioni natalizie nelle sue scuole sono non solo consentite, ma sollecitate “senza timore di scontentare qualcuno, anche nella regione più laicista d’Italia”.
Questa la cronaca dei fatti nudi e crudi.
Personalmente resto in attesa di una presa di posizione pubblica da parte del cardinale Antonelli da me umilmente contattato via e-mail.
So già che finirà tutto nel nulla perchè la chiesa fiorentina non è quella di Bologna: è da tempo ad essere accusata di essersi addormentata.
Lascio a voi i commenti.

Francesco Pugliarello

Siamo al fallimento dello Stato di diritto?

dicembre 5, 2007

Franco Frattini, vicepresidente della Commissione di Bruxelles incaricato dell’immigrazione, ritiene che l’Italia resti la sola dei grandi paesi europei a non essersi conformata alla direttiva 30 del febbraio 2007 di respingere i cittadini “non aventi mezzi per soddisfare i loro bisogni”.

Lo accusa in particolare di una tolleranza “eccessiva” nei confronti dei rumeni per avere abolito le misure adottate nel 2004 che sottoponevano la loro entrata sul territorio al conseguimento di un’occupazione.
Il governo Prodi “si è spiegato la gravità della situazione soltanto quando ne non ha più avuto il controllo”,
Questo si legge su alcuni giornali francesi.

I rom sono emarginati ed usati nel loro Paese, ma se combinano qualche guaio vengono sottoposti a pesantissime pene restrittive. Qualcuno da noi si permette di condannare i nostri che li sfruttano col caporalato.
Prodi lo sapeva quando stava per aprire la frontiera alla Romania a cosa saremmo andati incontro. Poco è cambiato in quello Stato da quando per scappare dalla tirannia si tuffavano nel Danubio rischiando le mitragliate dei cecchini. Lo sapevano tutti. Lo sapevo anch’io.

Al tempo di Cheausescu (fine anni ‘70) soggiornai per circa un mese in quel paese. Sapendo da me ch’ero stato in quel di Craiova ed avevo rischiato la vita per una piacevole avventura, il capo dei vigili del fuoco di Timisoara mi confidò : “vedrai faremo quanto prima la rivoluzione contro il satrapo, chiameremo i disperati di quelle zone malfamate come la Transilvania e la regione di Craiova (infestate di rom) al momento giusto, per dare sostegno alla cittadinanza che non ce la fa più”.

Ricordate il ministro Ferrero quando appena il mese scorso in una riunione alla Camera del Lavoro di Milano incitava alla rivolta i rappresentanti degli immigrati contro i Consolati per la lentezza delle pratiche di ricongiungimento? Ebbene ora se ne lava le mani: in Consiglio dei Ministri, sul decreto sicurezza si astiene.

Tutti sanno che molti Comuni, almeno per certo qui a Firenze, fino ad ieri hanno elargito 30 euro a capo a quelli dei campi nomadi per tenerli buoni, imponendo ai loro figli di frequentare le nostre scuole e tanti altri benefici a carico delle nostre comunità, oggi che Veltroni deve far “carriera” Prodi cavalca l’ira della gente cacciandoli brutalmente.

Per decenni ci hanno abbuffato di pietismo verso i diseredati, i negletti del mondo (pensiamo ai viaggi in africa “der nutella”), solo oggi si accorgono che costoro sono irrecuperabili.

Un pietismo ed una ipocrisia stucchevoli che smascherano chiaramente le loro intenzioni elettoralistiche per la fame di potere.

L’unica cosa che posso augurarmi è che questi signori del pietismo d’accatto si tolgano dalle scatole al più presto, prima che combinino altri danni.

Francesco Pugliarello

Il mio “sessantotto” a Napoli: amore, femminismo e maschilismo

dicembre 5, 2007

Riflessioni e contributi

Posso solo immaginare quali sensazioni ha potuto suscitare nella gente veder sfilare migliaia di donne e qualche uomo nella tanto discussa manifestazione di Roma contro la violenza alle donne. Credo che in alcuni ha evocato squarci di vita vissuta di un’epoca che, per ragioni anagrafiche, quei giovani partecipanti non conoscono direttamente ma noto sotto i termini di “contestazione sessantottina”. Per me, che nell’autunno del fatidico 1968 ero studente-lavoratore, la sensazione immediata è stata la lunga occupazione dell’Ateneo che mi costrinse a ritardare di un anno la discussione della tesi. Ma il tempo ha sanato i fatti sgradevoli lasciando riaffiorare i momenti più gratificanti.

Ricordo che nell’atrio dell’ateneo era stato portato un vecchio ciclostile attorno al quale gruppi di colleghi, rigorosamente in eskimo e scarponcini, a turno, preparavano “l’arma segreta dell’agitazione” stampando migliaia di volantini che successivamente servirono a redigere le famose “tesi” da distribuire in piazza, poi riportate in parte nei famosi “Quaderni Piacentini”. Questo compito meramente esecutivo, ma gratificante, venne affidato alle donne: le eroine del ’68 che coralmente chiamammo “gli angeli del ciclostile”. Ai piani superiori si tenevano assemblee fiume in cui si parlava dell’universo mondo: passi ripresi a memoria da alcuni testi della scuola di Francoforte e dell’idolo del momento, Herbert Marcuse, “l’uomo a una dimensione”, in cui si metteva sotto accusa la società… mai letti integralmente. Ricordo tanto esercizio di retorica e di enfasi in quelle frasi sconnesse, espresse con veemenza, talvolta con rabbia, infarcite da migliaia di “cioè” che incitavano alla violenza, alla prevaricazione, alla conquista del mondo, della femmina, della strada, della libertà. Un puro e semplice antagonismo contro le strutture sociali dei decenni precedenti che, secondo molti osservatori, si serviva delle rielaborazioni di vecchie ideologie ottocentesche, perciò prive di nuove proposte politiche. Ciononostante è stato un periodo esaltante per chiunque, anche per chi non l’ha vissuto dall’interno quel movimento, tanto da marcare profondamente la storia politica e sociale successiva.

Di seguito la testimonianza di una “vecchia” compagna, Rossella: “Abbiamo sognato e la forza del sogno ci è rimasta dentro, anche ora che siamo svegli. Abbiamo avuto il coraggio di abbandonare la strada vecchia senza sapere minimamente come costruire la nuova, ma ci abbiamo provato ed ancora non ci siamo rassegnate”. “…abbiamo vissuto la primavera del cuore ed abbiamo sfidato il mondo a viso aperto. Ho scoperto, avendo un figlio di 20 anni, quanto è difficile raccontare il 68 a chi non lo ha vissuto”. “I fatti sono poca cosa in confronto ai sentimenti, le emozioni, l’esaltazione e la paura, la grinta e l’istinto di sopravvivenza. Noi donne dovevamo combattere su più fronti, spesso al fianco e contro i nostri stessi compagni”. “Ogni giorno, andando in facoltà, avevi la consapevolezza che potevi non tornare a casa, potevi passare la notte in galera o in un ospedale. Eppure ti armavi di coraggio e andavi a combattere la tua guerra, sapendo di essere nell’ombelico del mondo e che stavi scrivendo una pagina della storia, non solo italiana, ma universale. Sapevi di far parte di un girotondo planetario e le tue mani si univano aquelle di tutti i ragazzi del mondo. Come si fa a spiegare tutto questo ai nostri figli?”

Successivamente, nel 1976, in memoria di quei giorni, Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, due giovani intellettuali di sinistra, pubblicano per la Savelli un libro provocatorio a sfondo sessuo-politico dal titolo “Porci con le ali”: una sorta di diario a quattro mani di due adolescenti che si incontrano, si amano, poi si lasciano per ritrovarsi in una delle tante manifestazioni “di sangue” negli anni settanta, divenuto immediatamente un caso letterario e cinematografico, apprezzato dai giovani dell’epoca e salutato con entusiasmo dai critici. Oggi l’autrice giudica il suo romanzo “una prova dei nervi e dell’equilibrio, del tasso di autostima, della modestia e dell’ambizione”, sensazioni di onnipotenza e di debolezza che sorreggevano noi giovani di quell’epoca. Alcuni sostengono che questo è un libro che abbatte i miti: “in primis, quello del maschio forte a tutti i costi, che non potrebbe star male per una donna che lo rifiuta, ma anche quello del femminismo esasperato, che in realtà genera egocentrismo e soprattutto solitudine”. Probabilmente è quanto è successo nella manifestazione di quel sabato di novembre a Roma in cui convivevano istinto e sentimenti nobili, gli stessi che provammo noi genitori in quel lontano millenovecentosessantotto. Taluni vedono quel periodo come un tragico imbroglio, tal’altri la vera liberazione dallo schiavismo politico e sociale, io lo vedo come il momento più esaltante della nostra esistenza che nel tempo è degenerato in vecchi rottami che si riparano sotto la lugubre ombra dell’integralismo islamico: estremo, sanguinario rifugio di tutte le ideologie dell’odio e della massificazione.A quel tempo mi interessava solo crescere e in fretta, studiare, scoprire la mia identità, trovare il mio equilibrio nel rapporto con chi dell’altro sesso volesse condividere l’angoscia adolescenziale. Il primo interesse degli “arringatori di turno” era farsi notare dalle ragazze per fare “movimento”. Fuori, sotto le finestre dell’università le mattine seguenti, si potevano rinvenire decine di preservativi, simboli delle notti d’amore trascorse dai compagni asserragliati all’interno dell’ateneo. Inizialmente per molti di noi era questo il miglior diletto e lo scopo del movimento, dove, “fare movimento”, almeno a Napoli, si intende fare all’amore. Un’orgia di sesso e di idee in cui il maschio e la femmina denudavano la loro anima al cospetto dell’altro/a, non solo per la ricerca del piacere ma principalmente per conoscersi, per scoprire che in fondo cercavamo la stessa cosa: liberarci dal giogo che la famiglia e la società ci avevano cucito addosso. In quel tripudio giovanile scoprimmo che la donna era allo stesso tempo Angelo e Demonio e l’equilibrio poteva ritrovarsi unicamente nell’armonia dei contrasti. Oggi però i termini equilibrio e “identità” sono parole che a molti non piacciono, soprattutto a coloro che di quel periodo hanno assorbito la mentalità del pensiero debole, secondo cui “non bisogna parlare né di identità dell’io o del soggetto umano, né di identità italiana, né di identità europea o di identità occidentale, né di identità cristiana, né di qualsivoglia identità”.Di quelle gratificanti esperienze sono rimaste le ambizioni di certe femministe che, appiattite su istanze antagoniste hanno ridotto la figura femminile a mero oggetto di seduzione. Al rapporto impostato sul consenso in quel movimento studentesco, è subentrato quello fondato sulla violenza e sulla prevaricazione: più o meno quanto in certi momenti abbiamo rivissuto in quel pomeriggio di sabato 24 novembre. Una manifestazione femminista, bella, pacifica, gioiosa ed anche commovente, che certi post-sessantottini, oggi al potere, nel tentativo di oscurare la rinascita di un movimento più maturo e con la complicità dei giornali e della TV hanno tentato cinicamente di “mettere il cappello” su una tematica che nel tempo avevano fatto incancrenire, avallando un’immagine distorta della realtà femminile. Quel gesto, tipico di certe culture minoritarie estreme, ha rivelato tutto il bagaglio autoritario che, come afferma Lidia Ravera, già serpeggiava nel coacervo di emozioni viscerali dei giovani del 68, poi incarnato in un femminismo sfrenato che intende riaffermare l’emarginazione sessista e la differenza di genere.

Francesco Pugliarello

da: http://francoazzurro-politicaeconomia.blogspot.com/2007/12/il mio-primo-sessantotto-amore-e-femminismo.html

La risposta del Pontefice alla lettera-appello dei 138 saggi islamici

dicembre 5, 2007

chiarisce che non ci saranno sconti con chi pratica il terrorismo ,

E’ quanto ho cercato di dimostrare nel mio commento alla lettera-appello dei 138 saggi musulmani.

Avevano speso fiumi di inchiostro per citare versetti del Corano, dei Vangeli e della Bibbia da cui trarre il fondamento della comunanza tra i seguaci di Maometto e di Gesù sulla base dell’amore per l’unico Dio e per il prossimo che legittimerebbe la nascita di un’alleanza privilegiata tra musulmani e cristiani per realizzare la pace nel mondo, e si sono ritrovati in cambio una secca nota di Benedetto XVI che, pur apprezzando il gesto di tendere la mano e la volontà del dialogo, premette che non si possono «ignorare o sminuire le nostre differenze» e considera «l’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana» come la condizione per creare un rapporto costruttivo tra le due maggiori religioni mondiali.

È possibile che non saranno del tutto soddisfatte le 138 «guide religiose musulmane» che il 13 ottobre scorso avevano inviato una sterminata «Lettera aperta e appello» al Papa e altri leader religiosi cristiani, facendo leva su una dissertazione teologica e filosofica che decontestualizza il discorso religioso e dissimula la realtà, rifuggendo dal confronto diretto ed esplicito con le questioni che concretamente e oggettivamente rendono oggi l’islam e i musulmani un fattore di preoccupazione e di destabilizzazione nel mondo. Per contro la risposta del Papa, contenuta nella nota che reca la firma del segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, è un’affermazione netta del primato del sodalizio indissolubile tra fede e ragione, il cardine del pensiero ratzingeriano, che si coniuga con la certezza che i valori trascendenti sul piano della spiritualità non possono non essere condivisi dall’umanità e assumere assoluti e universali sul piano della laicità. Ecco perché, come ha affermato ieri in un’intervista a l’Avvenire il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il dialogo con l’islam «ora viene rilanciato su nuove basi». Evidenziando che «con l’islam che predica e pratica il terrorismo — che non è un islam autentico ma una perversione dell’islam —non è possibile alcun dialogo». Bene ha fatto quindi il Papa ad assumere un atteggiamento di cautela, dato che sussistono perplessità sulla condivisione della sacralità della vita di tanti firmatari dell’Appello, dal momento che negano il diritto all’esistenza di Israele e legittimano il terrorismo palestinese.

Ma c’è dell’altro. La risposta del Papa va letta e interpretata non solo in relazione alle 138 «guide religiose musulmane», ma anche alla sconcertante iniziativa del «Centro Fede e Cultura » dell’università di Yale di raccogliere le firme di 300 esponenti cristiani, in prevalenza accademici americani, in calce al manifesto «Amando sia Dio sia il prossimo», pubblicato sul New York Times del 18 novembre scorso. Nell’avvallare entusiasticamente la proposta di un asse mondiale tra musulmani e cristiani, si legge: «Vogliamo premettere riconoscendo che in passato (ad esempio nelle crociate) e nel presente (ad esempio negli eccessi della “guerra al terrorismo”), molti cristiani si sono macchiati di colpe contro i nostri vicini musulmani. Prima di “stringervi la mano” in risposta alla vostra lettera, noi chiediamo perdono all’unico Misericordioso e alla comunità islamica in tutto il mondo».
MAGDI ALLAM

Ebbene come non rilevare la differenza di fondo tra l’atteggiamento del Papa che, pur nell’apertura al dialogo, non fa sconti sui valori assoluti, universali e trascendenti e l’atteggiamento dei 300 cristiani che, in preda al relativismo etico, sposano la tesi dei dissimulatori islamici revisionando arbitrariamente la storia, attribuendo a Bush, non a Bin Laden, la responsabilità del terrorismo, escludendo totalmente gli ebrei e tacendo sulla negazione di Israele. Piaccia o meno ma c’è rimasto Benedetto XVI a difendere quei valori cristiani e laici che sono il fondamento della comune civiltà dell’uomo.
01.12.2007

Vedi mio commento alla lettera del 01.11.2007 in: http://francoazzurro-politicaeconomia.blogspot.com/search/label/lettera%20dei%20138%20musulmani