Archive for marzo 2008

La figlia dell’ex-ambasciatore tunisino in Libia bolla di APOSTASIA Magdi Allam

marzo 29, 2008
 
Lo stesso giorno in cui “Avvenire” mi pubblica la lettera di complimenti per la conversione a Magdi Cristiano Allam (28 c.m.) (pura coincidenza)  dal titolo “Allam si converte al cristianesimo”, su “La Stampa” appare una vergognosa bordata al convertito da parte della svampita Afef Jnifen (riporto integralmente qui sotto):

Allam incita all’odio
 
 di AFEF JNIFEN

Mi sono decisa a parlare della conversione al cristianesimo di Magdi Allam avendo letto la presa di distanza del Vaticano dai giudizi critici sull’Islam che il giornalista ha rilasciato dopo la cerimonia del battesimo nella veglia pasquale in San Pietro.  
Voglio precisare che non mi permetto di giudicare Papa Benedetto XVI e che al tempo stesso sono profondamente convinta che debba essere a ogni costo difesa la libertà di professare la propria religione così come di convertirsi. Ma non posso più tacere sulla disinformazione riguardo al mondo musulmano che Magdi Allam porta avanti da anni. Pur essendo italiana, le mie origini si radicano nella cultura islamica e faccio parte della comunità araba in Italia. Non sono praticante, ma per rispetto della religione musulmana, la religione dei miei genitori in cui sono cresciuta, sento di dover intervenire.
Non sono interessata alla conversione di Magdi Allam, e così credo la maggioranza degli italiani, ma ho ben chiaro – e da diverso tempo – qual è il suo obiettivo. Magdi Allam grida al genocidio contro gli ebrei e i cristiani nel mondo islamico. Ci sono stati e ci sono casi, ce lo insegna la storia. Ma ci sono stati e ci sono conflitti anche all’interno di una stessa religione, tra sciiti e wahabiti, tra sunniti e sciiti, tra cattolici e protestanti. Di questo, però, Allam non scrive, come non scrive delle tante testimonianze e dei tanti sforzi per favorire il dialogo interreligioso. No, lui vuole soltanto alimentare i conflitti, infiammare lo scontro di civiltà per cercare di passare alla storia come un simbolo e una vittima di queste crisi. E’ diabolico, ma non ci riuscirà.

Nei giorni scorsi in Qatar – un Paese di soli 800 mila abitanti – è stata aperta la prima chiesa cristiana e negli Emirati Arabi la quinta, mentre in Oman sono quattro quelle già presenti. Ancora, in Tunisia c’è la più vecchia sinagoga di tutta l’Africa, il Marocco ha avuto un ministro del Turismo di religione ebraica così come oggi il re ha alcuni consiglieri che professano quella fede, mentre in Libano la Costituzione dice che il presidente debba essere cristiano. Insomma, ci sono tanti esempi di tolleranza e dialogo che la gente magari non conosce, ma Allam non ne parla mai. Lui cita soltanto esempi di conflitti. Certo che nel mondo musulmano ci sono gli integralisti, chi lo nega? E in presenza di conflitti gli integralisti esasperano il fattore religioso. Ma nessuno oserebbe dire che poiché Mussolini e Hitler erano cristiani il cristianesimo sia violento. Gli articoli che da anni scrive Magdi Allam sono stati molto dannosi per la comunità arabo-musulmana in Italia. Non c’è stato alcun esponente della destra, anche la più estrema, che abbia fatto un lavoro tanto negativo. Allam ha troppo astio dentro di sé, mi auguro che ora dopo il battesimo trovi pace interiore, lo dico senza ironia. Scommetto però che arriverà invece un libro sulla sua conversione, spero soltanto che darà i soldi in beneficenza a qualche parrocchia. Ci risparmi altre lezioni di malafede tra le religioni, anche il Vaticano ha capito che crea zizzania fra due mondi che cercano un dialogo difficile, ma molto importante.
Caro Magdi, alla faccia tua il dialogo continuerà
.

http://wpop2.libero.it/cgi-bin/webmail.cgi?ID=IRkNSopi1moNMc0BY09Vdr4wVE55WPkRZE4T2pXvzdAr4QHLsOoz&Act_Parse=login-inbox

Qui la mia risposta inviata alla stessa sul quotidiano La Stampa e Avvenire.

Gentile signora Afef Jnifen,

la mia grande stima per lei in quanto a fascino ed intelligenza non è venuta meno quando a suo tempo in TV attaccò don Gianni Baget Bozzo. Ora però, dopo anni di astinenza pubblica piomba sulla scena mediatica mettendo sotto accusa Magdi Allam per essersi convertito al cattolicesimo, additandolo a fautore dell’odio tra la nostra e la Sua religione. Devo ricredermi. Può anche darsi che la Sua visione della società la faccia sentire nella ragione; mi permetterà però di dubitarne, dal momento che qui in Occidente gode della massima libertà, anche di offendere chi dedica la sua esistenza ad aprirci gli occhi. Può anche darsi che la maggioranza degli italiani siano disinteressati alla conversione di Magdi, ma le centinaia di musulmani battezzati residenti in Italia e le migliaia in Europa sicuramente no.
Vorrei pregarla di evitare certe equazioni fuorvianti prendendo a pretesto le lotte tra protestanti e cattolici per paragonarle alle numerose sette islamiche perennemente in conflitto tra loro, senza contare dei micidiali ricatti quotidiani che quelle comunità subiscono. Credo che lei soffra di strabismo e la capisco, ma non venga a lasciarci intendere che Hitler e Mussolini diffondevano la loro religione (peraltro acquisita opportunisticamente) fomentando terrorismo in nome di essa.
Quando parla di un imprescindibile dialogo interreligioso, gradirei che Lei mi illuminasse di quale dialogo parla. Dove vede l’empasse di questi ultimi decenni, tra la gente o nella politica? Vorrà forse alludere ai 138 saggi che confondono antico testamento con Vangelo a seconda della lingua in cui diffondono il loro invito al dialogo? Piuttosto che accusare di insipienza e di latitanza i vertici politici che sbarrano il passo all’incontro culturale e religioso tra i due mondi, Lei preferisce accusare Magdi Cristiano Allam per la sua libera scelta e non condanna pubblicamente chi questo tanto invocato dialogo lo manipola, gettando nella disperazione intere comunità, seminando terrore e panico in “casa” propria ed in “casa” altrui. Lo sa bene che la Chiesa è fatta di persone che vivono nella polis – nella città degli uomini – e ogni giorno contribuiscono con le proprie scelte, le parole e le azioni a migliorarla.
Secondo la Sua logica anche il gesuita Samir Khalil, il filosofo Daniel Pipes, il Mufti del Cairo Ali Montazeri, l’Ayatollah Ali Montazeri e tanti altri sarebbero incitatori all’odio e alla conseguente pena di morte da comminare agli apostati. Fortunatamente i miei amici di famiglia originari di Marrakesh e di Susah (Tunisia) non la pensano come Lei, non si sentono vittime di alcuno.
Mi vorrebbe spiegare infine chi e perché alla recente Chiesa del Qatar (peraltro ultima delle poche rimaste nel mondo islamico) ha impedito di esporre la croce sulla cattedrale e di costruire un attiguo campanile?
Un po’ di conoscenza della storia recente ed un po’ di umiltà forse non impedirebbe un dialogo anche tra noi comuni esseri mortali.
La saluto,

Francesco Pugliarello  

 
   
 Primo  Commento ricevuto:
 
 Il silenzio è oro.
 Scritto alle 29/03/08 alle 16:26:59 GMT da Wolf
Ma non così per la bella Afef.
Mi chiedo se la sua vita occidentale, sinora felicemente goduta, avrebbe avuto la stessa libertà e felicità in Arabia Saudita, Iran, Yemen, Algeria e via discorrendo.
Ne ho letteralmente le palle piene di questi pseudo islamici che fanno lezioni dietro i comforts della libertà occidentale.

Mi domando se le cosce al vento da sempre mostrate dalla Afef siano compatibili con i dettati coranici.

Ripeto, il silenzio è oro.

 
Annunci

Il richiamo della foresta: la conversione al cattolicesimo di Magdi Allam

marzo 25, 2008

Non credevo ai miei occhi quando domenica mattina in prima sul Corriere-della-Sera leggo che l'”amico” Magdi Allam, entra a far parte del consesso dei cattolici nel mondo.Sebbene lo sospettassi, quando ho realizzato mi sono commosso come ci si può commuovere per un fratello che, dopo aver smarrito la retta via, ritorna all’ovile.

Il musulmano Magdi aveva frequentato le scuole dei salesiani in Egitto. E’ comprensibile che quella fiammella covata mezzo secolo sotto la cenere, e riaccesa dopo l’11 settembre, fra sofferenze meditazioni, sia divampata in tutto il suo splendore in una notte di Pasqua chiedendo di essere battezzato, comunicato e cresimato in San Pietro dalle mani del primo rappresentante di Cristo nella notte della Resurrezione.  

Mite, dignitoso e combattivo Magdi Cristiano Allam come tutti i convertiti, lo diventa per “chiamata” personale, per amore della luce e della verità, quella luce della ragione e della fede per cui anche l’ebreo don Lorenzo Milani divenne un soldato di Cristo restandone per sempre invischiato: gli strali del Signore sono infiniti, come infinito è il suo amore per ciascuno di noi. Ora Magdi Cristiano Allam che si attenda il “martirio” sull’ideale croce morale!                                                                                                Mentre l’UCOII ipocritamente considera il fatto come una “sua libera scelta”, la prima bordata di piombo viene lanciata sulle colonne del quotidiano ex-veltroniano dal supponente tuttologo Furio Colombo: il che la dice lunga… 

Francesco Pugliarello 

Le prime critiche e i commenti, qui:  

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=24002

L’arlecchinata veltronian aora vuol gabbare anche il Nord-Italia

marzo 19, 2008
A Veltroni & company non  è bastato distruggere il tessuto economico e sociale del mezzogiorno d’Italia. In poco meno di due lustri hanno messo in ginocchio Roma ed in un decennio hanno finito per riempire di vergogna al cospetto del mondo un’altra antica e gloriosa capitale della cultura come Napoli , ora vuole inquinare anche il nord?  Sostanzialmente è quanto stamani su La Stampa vorrebbe rimbriottargli, ma senza il coraggio del parlar chiaro, nientemeno che il suo compagno di partito Macaluso!Ma si sa, questi personaggi mai hanno avuto il coraggio della verità, sempre alle prese delle pastoie ideologiche ch’essi stessi si sono costruite.

“Gli strateghi del Partito democratico sono convinti che la partita elettorale si gioca tutta al Nord e anche le candidature «nuove» riguardano le circoscrizioni di quella parte del Paese: l’operaio della Thyssen a Torino, Calearo capolista a Venezia assieme ai segretari della Cgil e della Cisl, Colaninno in Lombardia, assieme a Ichino e a Veronesi ecc. Io non contesto lo sforzo che sta facendo Veltroni con le candidature, i suoi discorsi e i raduni, per dare un segno diverso alla «questione settentrionale», rispetto a quello dato da Berlusconi e Bossi.”

Un’insalata russa che sa di racido predisposta su un piatto a stellee strisce alla Obama maniera o meglio, di un’arlecchianata idonea a gabbare i gonzi, ma non certo il laboriooso popolo del Nord’Italia…

Leggere per credere.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4294&ID_sezione=&sezione=

A proposito di aborto: il diritto alla vita del Down, un diritto a lungo negato

marzo 16, 2008

                     

                                                                                     E’ la sofferenza che fa vivere il profondo.

                                                             Il Down è una fonte di profondo amore e di generosità.                                                                                      

       Fabio, come molti  ragazzi Down nati dopo gli anni sessanta, deve ritenersi un ragazzo fortunato perché, per gran parte dell’opinione pubblica, oggi può anche rappresentare un valore. Fino ai giorni nostri questi ragazzi vivevano nell’oblio, quando addirittura non venivano soppressi prematuramente.        

    Il “furore genocida” risale al tempo in cui Platone, vagheggiando una “Città Ideale”, fecondava, con l’idea della purezza della razza umana, i millenni successivi, culminati con la ferocia nazi-comunista del secolo scorso. Questo principio di morte fu non solo assorbito e codificato nel Diritto Romano, ma riaffermato nel Medioevo Cristiano in cui le levatrici avevano precise istruzioni per eliminare neonati malformati.        Nonostante Gesù Cristo proteggesse e guarisse storpi e ciechi, questi “figli del peccato” – considerati tali dai pagani e dagli ebrei –  hanno rappresentato un dramma per molte famiglie: tanto incisivo fu l’influsso di Atene e di Roma sulla nostra civiltà.        Per fare due soli esempi dell’ignominia che ha attraversato fino a qualche lustro addietro ogni strato della società, ricordiamo la recentissima rivelazione del  grande scrittore e drammaturgo  Arthur Miller che solo verso la fine dei suoi giorni riconosce come un crimine l’aver abbandonato in un Istituto il proprio figlio Down, oggi quarantunenne. Fu il figlio Daniel a voler incontrare chi decise di abbandonarlo senza volerlo vedere più e l’occasione la ebbe in un congresso dopo trentanove anni di segregazione. Preso allora da lancinanti sensi di colpa e prossimo alla fine, lo scrittore lo citò nel testamento. L’intera vicenda è venuta fuori alla fine di agosto 2007, scatenando un uragano di polemiche e di “rivisitazioni” dell’uomo Miller.       Per l’altra testimonianza riporto di seguito parte della recensione del famoso romanzo, di Kim Edwards, ambientato negli anni ’60 e uscito agli inizi del 2007 da cui è stato tratto un film che ha commosso il mondo – “La figlia del silenzio”. In esso si rappresenta l’angoscia di un padre, anch’egli ossessionato dal senso di colpa per aver rinchiuso in un istituto la propria neonata gemella Down all’insaputa della moglie: “…David sceglie in fretta e la sua decisione sarà destinata a cambiargli la vita per sempre: affida la piccola a Caroline, ordinandole di rinchiuderla in un istituto e di non rivelare mai a nessuno la verità. A Norah, che non si è accorta di nulla perché durante il parto era sotto anestesia, dice che la bambina è morta. Ma Caroline non può abbandonare la piccola Phoebe in quell’edificio triste e squallido. Con un coraggio che non credeva di avere, fugge in un’altra città, determinata a prendersi cura della bambina e a conservare ben custodito un segreto che solo lei e David conoscono. Un segreto che nel tempo si farà sempre più insopportabile e, come una piovra, allungherà i suoi tentacoli sulla vita di David e della sua famiglia: lui, ossessionato dal senso di colpa e dai rimpianti, ma incapace di affrontare la realtà, Norah, inconsolabile per la figlia che crede morta, e Paul, il fratellino di Phoebe, un bambino timido che cresce solo in una casa piena di dolore. Intanto Caroline, a centinaia di chilometri da Lexington, vivrà con gioia l’inaspettata maternità ma dovrà affrontare anche molte difficoltà: Phoebe è una bambina vivace e sensibile ma i suoi problemi e i pregiudizi che la circondano costringeranno Caroline a combattere una dura battaglia contro il mondo. Fino al giorno in cui i destini delle due famiglie torneranno a incrociarsi…”        

     E’ raccapricciante leggere nell’enciclopedia medica Labor dell’edizione del  1948 che questi esseri, “tra le varie forme di deficienza mentale”, sono “i meno capaci di apprendere” e che oltre i due terzi dei bambini colpiti dalla sindrome di Down non riescono a vivere al di là della pubertà e quindi è “conveniente l’internamento in speciali Istituti” perché ritenuti “inadatti a vivere nella società…”.        Ma tant’è.  Questa è la cultura che ci portiamo sulle nostre spalle di contemporanei!  Una cultura della morte che contraddittoriamente si è tentato di debellare negli anni ’70 sull’onda della contestazione sessantottina e approdata nella legislazione con la 194 e la 40 con la ferma intenzione di frenare la millenaria  “strage degli innocenti”.           Sembrerà assurdo tutto questo, ma chi vive o lavora nel campo della disabilità sa che fino agli anni ´70 ai ciechi, i sordi, agli handicappati intellettivi e psichici, spesso anche dalle persone colpite nel fisico, non veniva riconosciuto il diritto di vivere in famiglia, né di essere curati e riabilitati.  A tali soggetti non era consentita neanche la frequenza della scuola normale; a maggior ragione era preclusa ogni possibilità di un inserimento nella vita sociale e produttiva.            Fu a partire dall’ ambito dell’”adozione speciale”  che si compì una vera e propria rivoluzione copernicana, nel senso che lo scopo dell’adozione di bambini disabili e non, non era più quello di concederla a persone desiderose di genitorialità, ma di dare una famiglia ai minori completamente privi di un’assistenza morale e materiale. Questo grazie alle iniziative di associazioni spontanee di famiglie a cui aderirono parlamentari, giuristi, magistrati, donne e uomini di cultura, amministratori, operatori e organizzazioni sociali che fin dai primi degli anni ’70 si mobilitarono in difesa dei diritti di questi innocenti.     

      Nello stesso tempo, le famiglie di origine, essendosi rese conto delle conseguenze negative provocate da un internamento in istituto, accettarono sempre meno la pratica del ricovero. Maturarono così le prime esperienze positive di inserimento in famiglie adottive dei piccoli sottratti agli istituti.       Se volessimo segnare un ideale spartiacque tra il buio dell’esistenza ed il giorno del riscatto, possiamo convenzionalmente fissarlo al 1967,  anno in cui gradualmente ed inesorabilmente comincia a crescere la pressione delle organizzazioni sociali e delle prime associazioni di famiglie contro l’emarginazione e per la regolamentazione dell’adozione dei minori stranieri; contemporaneamente sorsero i primi servizi di “affidamento familiare a scopo educativo”. Vennero così create le condizioni per ottenere dal Parlamento l’approvazione della legge 4 maggio 1983, n. 184, che va sotto il nome di “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”.      Ciononostante, ancora ai nostri giorni, si susseguono interruzioni volontarie di gravidanza allorché una madre viene a conoscenza di avere in grembo un embrione con un cromosoma in più.                                      E’ pur vero che il disabile intellettivo ti assorbe al punto che ti costringe a rinunciare alla carriera, al successo, alle tue recondite ambizioni, ma è anche vero che egli è un essere provvisto di una umanità superiore.  Ma gli arrampicatori sociali, gli “utilitaristi”, i puristi della razza non la pensano così, come non la pensavano il segretario di Hitler Martin Barman e Joseph Mengele o, più vicino a noi Peter Singer, il guru  mondiale della eugenetica che sostiene: “ se si vuole un altro figlio, è giusto eliminare quello Down”! (Il Foglio 11.03.2008).          La clinica Jerome Lejeune, di Londra, per bambini con la Sindrome di Down, durante la sua audizione presso la Commissione parlamentare ha affermato che nel solo anno 2005 sono stati effettuati 429 aborti di bambini Down. La Clinica ha osservato che, dopo aver diagnosticato la Sindrome di Down, le madri si sentono in qualche modo indotte ad abortire.
       Poche di esse sono informate sull’assistenza che viene offerta a sostegno dei figli con malformazioni genetiche. Secondo la Clinica molti di questi  bambini sono felici, socievoli e amichevoli.
      Attualmente circa l’80 per cento di loro frequenta le normali scuole primarie, sia a tempo pieno che a tempo ridotto, e quasi tutti si integrano armoniosamente nelle proprie famiglie ed anche nel lavoro. Nelle sue conclusioni la Clinica Lejeune di Londra ha sostenuto che «…è triste vedere come i bambini affetti dalla Sindrome di Down rientrino nella categoria degli aborti per gravi malformazioni». Senza una adeguata informazione continuerà la triste selezione fra bambini abili e disabili.
        Ma, come accennavo, sarà solo a seguito della contestazione studentesca del ’68 che l’opinione pubblica comincia a prendere coscienza del rispetto delle minoranze ed in particolare della presenza attiva di ogni tipologia di disabilità, quella intellettiva compresa.        Attualmente, nelle altre culture del Pianeta siamo ancora ai primordi.  Mentre in qualche clan del mondo islamico la figura del Down viene considerata un valore da tutelare, da proteggere,  dobbiamo attendere la fine degli anni ’90 per vedere un principio di attenzioni da parte dei pubblici poteri.         Ricordiamo che l’Oman è uno dei primi stati islamici, dal 1987, che si interessa al sostegno, alla cura ed alla riabilitazione, rivolti principalmente nel campo dello sport.        Nella patria del sunnismo, solo di recente l’Arabia Saudita ha aperto alla disabilità  offrendo il privilegio di viaggiare gratuitamente nel periodo del pellegrinaggio a La Mecca. Anche in Marocco re Mohammed VI ha iniziato da poco a prevedere la necessità di sostegni specialistici nei confronti di questi bambini.        Purtroppo nel  mondo comunista come per esempio in Russia, vige ancora il regime del ricovero in istituti, tutti rigorosamente lontani dalle città “perché non disturbino gli abitanti!”.       Raccapricciante è la misera fine subita dallo scopritore della causa della sindrome di Down nel 21/mo cromosoma, Jerome Lejeune (1926-1994). Applaudito dai grandi della Terra, candidato al premio Nobel e nominato esperto in genetica umana nella Organizzazione Mondiale della Sanità, ma quando nel 1970 in un congresso si oppose tenacemente al progetto di legge sull’aborto eugenetico, fu oscurato dai media di tutto il mondo e perseguitato dai suoi stessi colleghi; ragione per cui sfumò il premio Nobel.        Fu uno dei pochi scienziati a difendere strenuamente in tutti i consessi mondiali il DIRITTO ALL’ESISTENZA di qualsiasi essere umano a partire dal suo concepimento, basandosi più su argomenti scientifico-razionali che su una  visione filosofico-religiosa, considerando l’aborto un “crimine abominevole”.  Dove diritto all’esistenza significa essere presenti, essere considerati, essere chiamati a partecipare alla costruzione del futuro di sé e della società con le proprie “abilità”.        Certamente erano i primi approcci ad una problematica radicata nel DNA dell’opinione pubblica, ma che successivamente verrà affrontata in tutti i suoi risvolti e da noi resa norma con la Legge 40 del 19 febbraio 2004 sulla “procreazione medicalmente assistita”.         La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 16123/2006, ha ribadito il no all’aborto eugenetico. Il caso è emerso da una coppia di coniugi friulani che si erano rivolti al Tribunale di Pordenone, citando in giudizio l’ospedale di Sacile perché la loro bambina, ancora nel grembo materno, era affetta da alcune patologie genetiche che i medici non avevano riscontrato. Il Tribunale e anche la Corte di Appello di Trieste avevano condannato la struttura sanitaria per la responsabilità penale della mancata informazione. I due coniugi hanno promosso ricorso per Cassazione chiedendo il risarcimento del danno per mancato esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza. Ma la Cassazione ha ribadito che, “se esiste un diritto a nascere sani, non è invece configurabile un diritto a non nascere se non sani”. Il nostro ordinamento, infatti, prevede la tutela del concepito e l’evoluzione della gravidanza esclusivamente verso la nascita. Pertanto l’aborto eugenetico è una ipotesi non configurabile nel nostro ordinamento giuridico: “…non potendosi ammettere un diritto a non nascere se non sano, la nascita di un bambino affetto da malattie genetiche non configura l’ipotesi di un danno risarcibile”.           In un convegno del 15 ottobre 1978 tenutosi ad Alassio, in cui lo scienziato descriveva l’origine della sua scoperta e le caratteristiche di un trisomico, mi ha colpito la semplicità con cui spiegava la ragione della lentezza congenita in questi ragazzi e le conseguenze sull’intelligenza. Osservando la lentezza nella dilatazione e nel restringimento della loro pupilla, iniettando atropina,  si accorse che questi movimenti involontari avvenivano meno in fretta che nei soggetti normodotati. Da questa osservazione dedusse che la causa del rallentamento nei movimenti e nelle reazioni  – una delle caratteristiche comuni tutte le malattie che provocano l’indebolimento dell’intelligenza – era dovuta ad una minor quantità di certe sostanze chimiche necessarie per inviare un segnale da una cellula all’altra.            Per Jerome Lejeune è in corso il processo di Beatificazione proposto a suo tempo da Giovanni Paolo II il quale, a seguito delle certezze espresse dallo scienziato, fonda la “Pontificia Accademia per la Vita”.  Da quel momento la scoperta di questo piccolo grande uomo, riaffermando i valori di cui possono essere portatori i disabili intellettivi, mette in moto una rivoluzione culturale copernicana nel campo dei diritti umani, al punto di cambiare radicalmente la visione  del senso dell’esistenza.  Ora sta alla Chiesa di papa Benedetto XVI l’impegno di difendere la natura umana e la persona dalla riduzione alla totalità della scienza e della tecnica.

         Prima di Lejeune v’era stato un altro uomo che, con la sua serafica spiritualità, continua tuttora ad ispirare generazioni di attivisti contro il razzismo e la segregazione di quelli che don Lorenzo Milani chiamava gli “ultimi”. E’ il Mahatma Ghandi che, ai primi del secolo scorso, propugna una sorta di protesta non violenta come mezzo di rivoluzione culturale. Gandhi era solito dire che “una società può dirsi civile solo se rispetta le minoranze”.

francesco.pugliarello                          

Tibet libero!

marzo 16, 2008

Non boicottiamo le olimpiadi ma facciamo di tutto per evidenziare l’inciviltà e la satrapia del governo  capital-comunista cinese.

Impulsi ed emozioni relativi alla problematica sessuale nel ragazzo Down

marzo 10, 2008

Si guardò intorno e non vide che se stesso. Dapprima gridò: “Io sono”, e poi si spaventò; poiché ognuno è atterrito quando è solo”.da le UPANISHAD            “La sessualità è una occasione di crescita personale”, è la libertà di prendere decisioni per la propria vita. E ancora, “ la sessualità è una grande organizzatrice della vita umana; è il motore di tutte le autonomie, di tutte le abilità latenti”. Quindi “privare un essere dell’amore, vuol dire privarlo del senso della vita” (Fabio Veglia e Jole Baldaro Verde).       Senza dubbio in tema di sesso i nostri figli vivono un dramma esistenziale. Nel mondo contemporaneo, in cui la libertà sta travalicando i limiti elaborati dal buon senso comune,  scivolando inesorabilmente verso il libertinaggio, non sempre ci si rende conto che  il rapporto d’amore non è solo fare sesso, ma principalmente  un progetto di vita con l’altro da sé, incardinato in un rapporto di mutuo scambio, di conforto, di aiuto.       Spesso la gente è scettica o incredula quando vede una coppia di ragazzi trisomici passeggiare per le strade. Ma più sconcertante è sapere che siamo noi stessi genitori a porre dei limiti a questi giovani che manifestano il loro amore per qualcuno. Il motivo sicuramente risiede nella ignoranza diffusa circa questi casi. I problemi affettivo-sessuali dei disabili sono venuti alla luce molto tardi e pertanto ci trovano tutti impreparati.        Solo verso la fine degli anni settanta una forte presa di coscienza dei diretti interessati permise che si organizzassero una serie di convegni, dove veniva denunciata la condizione d’emarginazione in cui versavano queste persone. Gli incontri, promossi dall’equipe di Rosanna Benzi e da alcuni operatori, erano però incentrati sul settore dell’handicap motorio.       Perché si possa trovare qualcosa di specifico sul versante della disabilità intellettiva, dobbiamo aspettare ancora per più di un decennio.        Solo negli anni novanta cominciano a circolare nelle sale cinematografiche dei filmati perché si possa cominciare a parlare di un certo riconoscimento alla sessualità del disabile intellettivo; tuttavia, nonostante nel 1996 un trisomico otterrà la palma d’oro a Cannes per la miglior recitazione nel cortometraggio “A proposito di sentimenti”, ancora non si può dire che la sessualità del trisomico 21 sia legittimata nel corpo sociale. La tematica resta ancora relegata nel chiuso delle associazioni o in alcune tesi di laurea di qualche giovane volenteroso.        Da più parti si sottolinea che la scarsa informazione in merito al delicato problematica, andrebbe imputata ad una resistenza da parte degli stessi genitori a causa di un elevato pudore che coinvolgerebbe emotivamente la loro stessa esistenza che, di converso, influenzerebbe il disinteresse del mondo scientifico dovuto anche alla mancanza di matrimoni fra persone affette da trisomia 21.        Il timore di un distacco e la vergogna nell’ammettere che il proprio figlio possa avere delle pulsioni sessuali giocano sicuramente un ruolo fondamentale. Difatti siamo proprio noi, con i nostri comportamenti e le nostre reticenze, a condannarli al ruolo grottesco dell’eterno bambino.  Le più recenti osservazioni “sul campo”, ci dicono che gran parte dei soggetti trisomici avvertono l’esigenza di avere una vita sentimentale autonoma ed oggi come non mai, essi rivendicano il diritto a crescere “a scrollarsi di dosso lo stereotipo che lo vuole eterno Peter Pan, per raggiungere la massima autonomia possibile e diventare finalmente” “persona”, tanto che “…qualche volta essi hanno dimostrato anche  la capacità di portare avanti un rapporto amoroso con un partner” (A.Mannucci, “Anch’io voglio crescere”, Pisa 1995). Tuttavia alla prova dei fatti, quest’ultima affermazione è stata smentita, restando nel limbo dei puri desideri.      Quanto osservato trova conferma in mio figlio Fabio in un passo rinvenuto tra le carte che avevo conservato. Leggo tra l’altro: “…ho impazienza a crescere perché, una volta diventato maggiorenne potrei andarmene da casa, perché così mi potrei costruire una vita da solo… una volta trovato il lavoro io mi vorrei sposare…”.              Dato che la gestione della sessualità è certamente una conquista importante che coinvolge tutta la sfera emotiva del singolo, c’è da domandarsi innanzitutto come possa una famiglia promuovere, agevolare e gestire questa integrazione e come potrebbe aiutarlo ad appropriarsi degli strumenti per acquisire una strada verso l’autonomia affettiva?      Quasi sempre il ragazzo trisomico deve elaborare tutto da sé, con un dispendio d’energie che gli procurano un accumulo di tensioni che nel tempo incidono sul suo equilibrio emotivo, sulla sua serenità, sulla sua felicità, sul suo connaturato altruismo. Ne sono pertanto inibite la disinvoltura e la capacità di approccio con l’altro sesso e quindi resta una persona dimezzata, insicura, avulsa dalla realtà, rigida, inflessibile.      Ne “L’arte di amare”, Erich Fromm sostiene che il bisogno di amare sorge dalla sensazione di solitudine o di separazione da qualche cosa o da qualcuno che ci attrae. Poiché questi ragazzi, in genere, non sono avari nel concedere il loro affetto, d’animo nobile, capaci di emozioni profonde, diventa centrale la necessità di procedere ad elidere la dipendenza psichica e fisica dalla famiglia e dal mondo degli anziani per lanciarli nel mondo dei coetanei. E quando?       Sono domande che hanno un ruolo importante sull’equilibrio finale del ragazzo e della famiglia, alle quali la letteratura in materia non ha ancora dato una risposta.      I nostri figli di abilità diversa hanno la fortuna di vivere in un Paese tra i più avanzati al mondo sul versante dell’integrazione sociale a partire da quella scolastica per finire al mondo del lavoro, con una legislazione che fa invidia a tutti i Paesi del mondo occidentale, ma, ribadisco, ancora poco o nulla sul versante affettivo-sessuale.          Ciononostante possiamo affermare che nel modo di affrontare la sessualità è possibile notare un maggior progresso di quello dei tempi dei nostri nonni, perché specialisti ed operatori ai quali compete la diffusione del sapere, ci hanno liberati dall’ignoranza presentando l’amore, l’innamoramento, il rapporto e la funzione sessuale come qualcosa tutt’altro che disonorevole  o di osceno appurando che il sesso, oltre ad un fatto salutare ed igienico in sé, è una forza ispiratrice e liberatrice che porta ad un maggior senso di sicurezza personale e di equilibrio tanto che “…vige una liberazione ed un progresso come negli altri campi dell’esistenza individuale” (W.S.Kroger). Allora perché di queste conoscenze vengono ancora privati i nostri ragazzi?       Il sesso, secondo William S. Kroger, uno dei massimi ginecologi statunitensi e affermato medico psicosomatico, è un mezzo che ci offre la gioia in luogo della confusione, la speranza in luogo della disperazione della solitudine; questo avviene di solito col giusto partner e nel momento giusto. Affermazioni bellissime, ma che non si attagliano ai nostri figli e non ci offrono alcun indirizzo pratico.      Chiarito cosa si intendere per sessualità ed i suoi effetti, cerchiamo di vedere come può essere affrontato il tema  in un portatore di trisomia21.                                          ——————–Molte, troppe sono molte domande che attendono delle risposte di ordine neurologico e psichico prima di poter decidere se, come e quando affrontare la problematica con i nostri ragazzi.       Prima di procedere ad una rapida disamina del fenomeno, bisognerebbe fare un’ulteriore distinzione tra “fare sesso” e “amare qualcuno”.  Nel primo caso la risposta si risolve in un semplice accoppiamento per il soddisfacimento di un bisogno meramente fisiologico. In questo caso non sorge alcun problema come per qualunque essere vivente, se non quello del rischio di una malattia con una prostituta. Si potrà ottenere un puro e semplice rilassamento fisico che dura poco ed il più delle volte non è gratificante.      Nell’altro caso, trattandosi di unione sessuale desiderata tra due esseri umani che si amano realmente, le cose si complicano.      Poiché l’amore verso una ragazza o un ragazzo comprende capacità complesse che coinvolgono due personalità, sé stesso e l’altro, in tal caso occorre senso di responsabilità, dedizione, comprensione, rispetto dell’emotività dell’altro, percezione della disponibilità e quant’altro possa soddisfare un bisogno di protezione, di sacrificio o magari capacità di coinvolgimento. Pertanto, la domanda da porsi è questa: è in grado una persona Down di saper controllare tutte queste emozioni? In  altre parole, qual è la sessualità sostenibile?       Come sappiamo, questo soggetto non manca di sensibilità e di compenetrazione nell’altro; ma fino a che punto è in grado di controllare tutti i fattori elencati contemporaneamente? E inoltre, è in grado di affrontare con senso di responsabilità, la progettualità di un futuro insieme, per il quale, l’essere stato tenuto sotto tutela per essere considerato un “eterno bambino”, non è abituato? Quali garanzie di equilibrio può offrire una persona affetta da trisomaia21? Anche consentendogli una convivenza protetta non si sentirà, ancora una volta, una persona di serie B? Se accettasse in questo caso di essere “controllato”, sarà in grado a sua volta di gestire i “moti dell’anima” della persona amata? Come reagirà il momento che si accorgerà di non essere più riamato come immaginava? Sarà sicuramente preso dalla disperazione più di un qualunque normodotato a causa della difficoltà di elaborazione del sentimento del dolore.               Poiché nella nostra società l’amore può manifestarsi anche sotto forma di amore distorto, distruttivo, di mera conquista, di possesso, e ciò non a causa del sesso in sé, ma per un falso atteggiamento rispetto al fatto sessuale, ed essendo, come accennavo, il rapporto amoroso-sessuale un rapporto emozionale e molto soggettivo, per quel che se ne sa, essendo il trisomico un essere emotivamente fragile, potrà assorbire i colpi delle delusioni?          In tal caso bisognerebbe mostrare al proprio figlio una notevole capacità di coinvolgimento, mostrando di essere vicino ai suoi problemi. Bisognerebbe fortificarlo in modo da poter affrontare il “dolore” facendogli capire che l’amore è anche causa di molta sofferenza per chiunque, anche per i più dotati. Quando infine si riscontra che, nonostante gli sforzi, il ragazzo (o la ragazza) non riesce a realizzare il suo desiderio, bisognerebbe dirgli chiaramente che vi sono altre cose che possono dare la felicità, non necessariamente unendosi ad una donna o ad un uomo. Ciò potrà avvenire solo quando si sia prefigurato un sistema di compensazione. Questi ed altri quesiti ci deve ancora spiegare la ricerca scientifica.      Nel frattempo non resta che illuderci che questi giovani Peter Pan, possano vivere una vita che si avvicini alla normalità. Al momento, oltre ad  “amoreggiare” o magari a far sesso genitalmente, in giro non vedo altro. Se però crediamo che sia gratificante mandarli “a letto” solo per offrirgli il gusto di uno sfogo, allora non stiamo trattando di sentimenti e men che meno di relazione duratura. In tal caso quale evoluzione, quale rispetto di sé, quale autostima può emergere? Solo quella di aver posseduto per un certo periodo qualcuno: cosicché la ricerca di “equilibrio” con l’altro resta un fatto squisitamente illusorio.       E allora, se un trisomico non fosse realmente in grado di affrontare l’altro da sé pena uno sconvolgimento del suo già precario equilibrio emotivo, sarà bene augurarsi che mai provi cosa significhi fare all’amore? Il fatto stesso che il corpo fisico,  è un recettore di emozioni sin dal grembo materno, l’atto sessuale in sé  rappresenta un “ritorno” al piacere, come può essere quello del mangiare, che a mio avviso va comunque soddisfatto. Ciò vale ancor più quando trattasi di un essere emotivamente fragile come può essere un handicappato grave.       In attesa di risposte esaurienti da parte della ricerca e degli educatori e di una forte presa di coscienza della famiglia, credo che al momento, come sostiene l’Albertini e tanti altri, sia meglio tollerare la masturbazione, magari col supporto di riviste porno, prima che imploda e irrimediabilmente ripieghi su se stesso, così come avveniva nei secoli scorsi per le vergini di famiglie nobili che, prima di essere “contaminate”, venivano spedite in convento a farsi suora.

      In ultima analisi, come si vede il problema è ancora una volta rinviato al grado di percezione di noi genitori. Se non saremo in grado di offrire loro delle opportunità, i nostri figli lotteranno ancora per la ricerca dell’affetto fuori dell’ambito familiare, in quanto sentono istintivamente che da esso dipenderà la possibilità di arrivare ad un più completo sviluppo della loro personalità, come la sola realtà che conti.

Francesco Pugliarello 

La 194 così com’è nuoce al rapporto di coppia

marzo 5, 2008
Natalia Aspesi, che dagli anni ‘90 tiene una rubrica confidenziale su “questioni di cuore”, prendendo ad esempio il caso di quella signora trentanovenne di Napoli che, va ad espellere nel bagno del policlinico l’embrione che portava in grembo, dalle colonne di Repubblica del 13.02.08 deplora la latitanza dei maschi definendoli “restii a condividere questa esperienza”, dimenticando però che vi sono casi altrettanto criticabili come quelli di certe donne che, come segno di emancipazione dal maschio, escludono a priori il padre del concepito. Tenendo presente che nessuna donna di buon senso priverebbe il padre dal condividere un momento così fondamentale come la sua esperienza di maternità, vi sono alcune minoranze, alla Aspesi maniera che stentano a capire che la decisione di abortire non è patrimonio della gestante – tranne il caso di pericolo di vita della stessa – ma è anche e principalmente del “gestito”, il quale è altro dalla madre. E per tal ragione trova nel padre, o in quello indicato come tale, un potenziale “tutor” che va in ogni caso consultato e messo davanti alle proprie responsabilità. Rileggendo con cura la legge 194, si ha la sensazione che dietro il diritto all’autodeterminazione della donna, in un momento di particolare emotività esistenziale, vi sia la mistificazione del criterio diritto-dovere per cui l’embrione sia considerato un “oggetto” di cui poter disporre secondo le proprie esigenze, senza pensare che così si offre all’uomo l’alibi della deresponsabilizzazione, purtuttavia della 194 ne hanno fatto una bandiera . Quel “ove la donna lo consenta”, più volte ripetuto nell’articolo 5 e successivi, lascia molto spazio a questa interpretazione. L’equivoco di fondo che spinge certe femministe ancora a gridare sulle piazze slogan post-sessantottini del tipo “l’utero è mio e lo gestisco io” lascia sconcertati. Oppure quando aprioristicamente dichiarano pubblicamente “giù le mani dalla 194, mentre i dati recenti testimoniano che questa legge è di per sé già in mora dal fatto che ha tradito le attese. I dati più recenti, riferiti al 2005, ci rivelano che la tutela della maternità ha finito per diventare uno strumento di controllo delle nascite in mano a operatori sanitari senza scrupoli ed a consultori pubblici svuotati nella loro funzione preventiva, peraltro ridotti nel numero (da 3000 a 2000). Ciò è testimoniato dall’aumento vertiginoso degli aborti fra le giovani generazioni e le straniere. Tra i 20 ed i 24 anni di età la percentuale delle IVG è la più alta, ricorre ogni 15 ragazze su 100, mentre per le straniere raddoppia, raggiungendo la cifra di una donna ogni 3. Forse è venuto il momento di scuotere il muro dell’indifferenza e della rassegnazione riportando il dibattito su un piano di etica pubblica e di morale privata: la 194 così com’è nuoce al rapporto di coppia.  Quando Giuliano Ferrara e tanti altri come lui, parlano di “cappa di disperazione delle famiglie”, quando parlano di moratoria essi non intendono abolirla, ma rafforzarla, renderla più efficace alla luce dei progressi medico-scientifici e dei mutati costumi degli ultimi decenni, ripartendo dalla prevenzione e dalla cultura della sessualità; questa volta però muovendo dal rispetto dei sentimenti altrui. Un ministro della repubblica, Livia Turco, alla vigilia della campagna elettorale (con quale credibilità?), per la prima volta lascia intendere di essersi convinta della necessità di coinvolgere anche il padre in un “dibattito etico della responsabilità circa la nascita di un figlio”, mentre nel passaggio successivo si smentisce clamorosamente quando afferma che “si nasce dal corpo di una donna… “se lei lo vuole”! (La Stampa 11.01.2008). Come si può dar credito ad una sinistra affetta da una così ammirevole cinica ambiguità? La verità è che il culto della personalità, incarnato nel radicalismo elitario che ha contaminato anche il “nuovo” PD, nel timore di veder trasformare l’Italia in uno Stato confessionale e nell’ansia di liberarsi dalla gabbia degli affetti, non lascia spazio a realizzare che il rapporto tra i sessi in questi decenni è radicalmente cambiato. E’ di sentimenti che si tratta, quelli che i giovani come il sottoscritto provavano i primi tempi delle occupazioni degli atenei e non solo di rapporti sessuali che possono rivelarsi traumatici, specialmente quando sono escludenti. Perchè l’aborto o il diritto alla vita deve essere una questione esclusiva della donna quando l’amore si fa in due? Se fare all’amore è anche ricerca di equilibrio e di identità tra due esseri di genere diverso, perché nella cultura di sinistra il rapporto di coppia è reso problematico? Forse la  “provocazione” di Giuliano Ferrara, magari criticabile nella forma ma non nella sostanza, potrebbe aver sortito il suo effetto: quello di rimette in discussione le cause dello svuotamento etico-antropologico del concetto di famiglia, o più semplicemente dei rapporti umani. Se ricordassimo che proprio in Toscana sul diritto alla vita siamo stati i primi al mondo a cancellare la pena di morte e se tutti riflettessimo che la libertà di non interrompere la gravidanza sarebbe il dono più grande che la solidarietà può fare alle madri, solo allora potremmo ritrovare la strada di una vera democrazia ripartendo proprio dalla centralità della famiglia, quale prima cellula della società occidentale, in cui i diritti-doveri sono anche in questi casi paritari. Francesco Pugliarello