Archive for the ‘Berlisconi’ Category

Chi è contro Berlusconi e perché

gennaio 29, 2010

Tra le colonne dei quotidiani di queste ultime settimane trapela un inusitato cauto ottimismo per il nuovo clima che si sarebbe instaurato fra le opposte coalizioni, pd-pdl. Sembra che il tempo dell’aggressione subìta a Milano da Berlusconi sia ormai un ricordo da far pensare che la bufera sia definitivamente passata. Molti commentatori si sono cimentati nell’analizzare le ragioni di questo repentino cambiamento attribuendolo probabilmente a un fatto umanitario, altri ancora hanno voluto ricordare il tempo dell’acredine della stampa nazionale e non solo, quando il famoso romanziere Josè Saramago, sulle pagine del Paìs del 6 giugno 2009 – ripreso il giorno successivo dalla rivista del “marchese sanculotto”, Flores de Arcais, dipingeva il nostro premier come una “cosa appiccicosa”, “saltimbanco organizzatore di orge”, o quando Barbara Spinelli su La Stampa arrivava a definire noi italiani “clintes e sudditi di un boss mafioso”: forse memore di Martin Schulz, presidente del gruppo dei socialisti europei, definito da Berlusconi “kapò”.

Mai i media erano scesi così in basso come in quel tempo! Non illudiamoci però che quest’idillio possa durare. Prima o poi ci sarà un ingrato peone giustizialista che non esiterà a pugnalare il detestato “nemico” quand’anche si apprestasse a varare un decreto volto a salvaguardare anche il suo “particulare”. Nelle cosiddette società dell’opulenza come la nostra, i peones sono gli utili idioti, funzionali all’intelligencija e da essa prodotti perché buoni a creare confusione nell’elettorato per mantenere lo status quo. Giova ricordare a tal proposito di quale cultura si abbevera il “nemico” del potere legittimo. Lo storico Massimo Borghesi in un articolo su Il Giornale del 10 gennaio u.s., mutuando il termine da Alfredo Oriani – in “La lotta politica in Italia” e “La rivolta ideale”, La Voce, 1908 – definisce “Ideologia italica” quella che si rifà alle filosofie nicciana e stirneriana, perfettamente assimilate dalle élites della vecchia borghesia che, millantando una supposta “superiorità morale”, si riconoscono in una certa sinistra nostrana. Esse, tenendo in scacco il potere legittimo nei periodi di maggiori difficoltà politiche o di grandi svolte democratiche, si auto attribuiscono la funzione di tutela degli interessi popolari.

Questa mentalità, progressista a parole, conservatrice nei fatti, secondo Borghesi, affonderebbe le sue radici nella “mancata riforma religiosa” che avrebbe fatto maturare nell’italiano piccolo borghese una predisposizione “ideologico-emotiva” destinata a fare proseliti tra gli intellettuali dei “salotti buoni”, sì da creare un grumo di interessi particolari che nel tempo si sono saldati nel ribellismo militante fascista e comunista. E’ il solito pauperismo che le nostre sinistre vanno ancora millantando usando e abusando le classi indigenti. Non è un caso che per un certo periodo si era diffusa l’idea che i “rifondaroli” amano tanto i poveri che li vorrebbero moltiplicati. “Insomma – ripeteva Gianni Baget Bozzo – le élites, ritenendo l’Italia un Paese da redimersi mediante l’assimilazione della cultura illuminista [impregnata di catto-comunismo], pensano non alla sua storia vera, ma “all’antistoria” come cultura politica nell’Italia repubblicana” (in “La cultura politica di Forza Italia”, Roma, 1998, pag.14). L’odio verso Craxi, il quale negli anni settanta aveva tentato di mettere in crisi quegli schemi ideologici alquanto raffinati, si è automaticamente trasferito sul suo “compare in affari”, Silvio Berlusconi.

Lo storico Silvio Lanaro in un pregevole lavoro pubblicato per Einaudi nel 1988, “L’Italia Nuova”, a pagina 7 conferma questo assunto, secondo cui “l’attitudine all’innovazione non sembra costituire il tratto dominante della mentalità imprenditoriale italiana”. Pertanto, quando nel panorama politico si è presentato un grande riformatore come Silvio Berlusconi – che per giunta proveniva dalla società civile – sarebbe scattata quella “conventio ad excludendum” che durerà fin quando non vedrà la sua scomparsa dalla scena politica, come a suo tempo si augurava D’Alema. L’acrimonia verso “l’outsider senza storia”, che Pietro De Marco definisce ontologica, col passare del tempo si è andata sempre più acuendo chiamando a supporto un giustizialista come Di Pietro. Per convincersi di quanto esaminato, basta osservare l’ostilità che Barak Obama sta subendo da parte dei cosiddetti “progressisti americani” per le riforme annunciate. Certo è che queste lobby operando senza alcun vincolo, sono irresponsabili giacché non devono dar conto all’elettorato: avendo il privilegio di esprimersi attraverso i media (asserviti alle élites padronali), possono permettersi di giocare impunemente al tiro al piccione contro chi non sia loro funzionale. In uno Stato dove ancora sopravvivono corporazioni costituzionalmente protette, come certi settori della magistratura, esse hanno buon gioco agendo da vero e proprio contropotere.

Ma l’elettore contemporaneo, più attento di certa classe politica, ha capito che operazioni denigratorie e caricaturali volte a destabilizzare del potere legittimo, impediscono la sua evoluzione e quindi quella democratica. Lo capì fin dal secolo scorso il primo riformatore della storia moderna, Giovanni Giolitti, quando trattandosi di votare il primo intervento in Libia, tra minacce, agitazioni di piazza e campagne di stampa contro l’Italia, bollava la sinistra di codardia e di incapacità, rilasciando ai posteri una frase quanto mai profetica: “La sinistra non sa governare e non fa governare!”. Hic stantibus rebus non si può che sollecitare il premier a continuare a non lasciarsi irretire da quei lobbisti che tendono ad inquinare il processo democratico e proseguire speditamente sulla strada delle riforme istituzionali così come annunciato all’indomani dell’attentato subìto in piazza del Duomo.

Francesco Pugliarello

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SCALFARI ALLE CORDE

aprile 1, 2009



! di Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it

«Meno male che c’è Fini», scrive Eugenio Scalfari. Non avevo mai immaginato di leggere una simile affermazione nella prosa del fondatore di Repubblica. Il presidente della Camera non è mai stato un allievo di Scalfari, non ha mai beneficiato della sua attenzione. Ora basta che Fini prenda qualche distanza da Berlusconi sul testamento biologico e sul referendum per pensare che egli rappresenti l’alternativa democratica a chi viene rappresentato a volte sotto il segno del nulla, a volte sotto il segno del male. Ma, ridotto ad elogiare Gianfranco Fini, il fondatore di Repubblica mostra il fallimento della sua opera, che aveva avuto tanto successo nell’indottrinare il pubblico italiano all’egemonia della sinistra postcomunista come chiave della democrazia. Non è solo una sconfitta politica, ma è una sconfitta culturale, perché vuol dire che è fuori della cultura di Repubblica e della politica di sinistra l’unica alternativa a Berlusconi oggi esistente. Ed è Scalfari a crearla, quando essa nella realtà non esiste: Gianfranco Fini può pensare di essere il successore di Berlusconi, non la sua alternativa.

Ma vi è di più in questa scelta di Scalfari di continuare, in queste condizioni, a delegittimare Berlusconi. Ciò significa delegittimare la democrazia italiana, indicare che essa è già vicino al para-fascismo in forme demitizzate. Insomma, significa che il popolo non è democratico. La democrazia non ha più seguito elettorale. Ma Scalfari non sceglie l’Aventino e Repubblica continua ad avere successo. La democrazia non conosce ostacoli. Berlusconi governa con il consenso e il Popolo della Libertà contiene molte voci ma nessuna alternativa. Scalfari, che ha concentrato su di sé la direzione della politica italiana in chiave culturale, non deve meravigliarsi che un popolo da lui sempre disprezzato si raccolga attorno a un volto in cui ha scelto di ritrovarsi. Perché Repubblica giunge a delegittimare la democrazia italiana nel suo elettorato e nelle sue scelte? Il laicismo italiano ha sempre considerato il nostro popolo come alienato dalla cultura cattolica e quindi alieno all’Occidente e redento soltanto da élites culturali non cattoliche che si sottraevano, con la loro opposizione alla Chiesa, al peccato originale del popolo italiano: il suo cattolicesimo popolare.

Ora la democrazia italiana si raccoglie attorno all’identità di un partito che potremmo chiamare nazionale e popolare, anche se nazionale e popolare, nella cultura laicista, è tradotto come populismo, cioè in chiave di disprezzo del popolo e di chi esso esprime. Può la sinistra sottrarsi al fascino di questa scomunica della democrazia italiana, che significa la sconfitta storica della politica di sinistra, la dichiarazione che essa non è più un’alternativa? Può la sinistra essere organica alla cultura laicista che condanna nella vittoria di Berlusconi la dimensione popolare della politica italiana? Ciò non toglie il fatto che il nuovo partito appaia come una forza nazionale e popolare e che abbia già una classe dirigente di governo capace di affrontare la crisi del sistema economico mondiale. E la sinistra non fa parte di essa. È ridotta a manifestare con la Cgil e con l’Onda studentesca. Ciò significa chiamarsi fuori dalla società e dalla storia. È lecito sperare che la sinistra italiana possa giungere a pensare diversamente del fondatore di Repubblica e a comprendere che egli è stato un cattivo maestro.

(da Il Giornale del 31 marzo 2009)