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La risposta del Pontefice alla lettera-appello dei 138 saggi islamici

dicembre 5, 2007

chiarisce che non ci saranno sconti con chi pratica il terrorismo ,

E’ quanto ho cercato di dimostrare nel mio commento alla lettera-appello dei 138 saggi musulmani.

Avevano speso fiumi di inchiostro per citare versetti del Corano, dei Vangeli e della Bibbia da cui trarre il fondamento della comunanza tra i seguaci di Maometto e di Gesù sulla base dell’amore per l’unico Dio e per il prossimo che legittimerebbe la nascita di un’alleanza privilegiata tra musulmani e cristiani per realizzare la pace nel mondo, e si sono ritrovati in cambio una secca nota di Benedetto XVI che, pur apprezzando il gesto di tendere la mano e la volontà del dialogo, premette che non si possono «ignorare o sminuire le nostre differenze» e considera «l’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana» come la condizione per creare un rapporto costruttivo tra le due maggiori religioni mondiali.

È possibile che non saranno del tutto soddisfatte le 138 «guide religiose musulmane» che il 13 ottobre scorso avevano inviato una sterminata «Lettera aperta e appello» al Papa e altri leader religiosi cristiani, facendo leva su una dissertazione teologica e filosofica che decontestualizza il discorso religioso e dissimula la realtà, rifuggendo dal confronto diretto ed esplicito con le questioni che concretamente e oggettivamente rendono oggi l’islam e i musulmani un fattore di preoccupazione e di destabilizzazione nel mondo. Per contro la risposta del Papa, contenuta nella nota che reca la firma del segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, è un’affermazione netta del primato del sodalizio indissolubile tra fede e ragione, il cardine del pensiero ratzingeriano, che si coniuga con la certezza che i valori trascendenti sul piano della spiritualità non possono non essere condivisi dall’umanità e assumere assoluti e universali sul piano della laicità. Ecco perché, come ha affermato ieri in un’intervista a l’Avvenire il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il dialogo con l’islam «ora viene rilanciato su nuove basi». Evidenziando che «con l’islam che predica e pratica il terrorismo — che non è un islam autentico ma una perversione dell’islam —non è possibile alcun dialogo». Bene ha fatto quindi il Papa ad assumere un atteggiamento di cautela, dato che sussistono perplessità sulla condivisione della sacralità della vita di tanti firmatari dell’Appello, dal momento che negano il diritto all’esistenza di Israele e legittimano il terrorismo palestinese.

Ma c’è dell’altro. La risposta del Papa va letta e interpretata non solo in relazione alle 138 «guide religiose musulmane», ma anche alla sconcertante iniziativa del «Centro Fede e Cultura » dell’università di Yale di raccogliere le firme di 300 esponenti cristiani, in prevalenza accademici americani, in calce al manifesto «Amando sia Dio sia il prossimo», pubblicato sul New York Times del 18 novembre scorso. Nell’avvallare entusiasticamente la proposta di un asse mondiale tra musulmani e cristiani, si legge: «Vogliamo premettere riconoscendo che in passato (ad esempio nelle crociate) e nel presente (ad esempio negli eccessi della “guerra al terrorismo”), molti cristiani si sono macchiati di colpe contro i nostri vicini musulmani. Prima di “stringervi la mano” in risposta alla vostra lettera, noi chiediamo perdono all’unico Misericordioso e alla comunità islamica in tutto il mondo».
MAGDI ALLAM

Ebbene come non rilevare la differenza di fondo tra l’atteggiamento del Papa che, pur nell’apertura al dialogo, non fa sconti sui valori assoluti, universali e trascendenti e l’atteggiamento dei 300 cristiani che, in preda al relativismo etico, sposano la tesi dei dissimulatori islamici revisionando arbitrariamente la storia, attribuendo a Bush, non a Bin Laden, la responsabilità del terrorismo, escludendo totalmente gli ebrei e tacendo sulla negazione di Israele. Piaccia o meno ma c’è rimasto Benedetto XVI a difendere quei valori cristiani e laici che sono il fondamento della comune civiltà dell’uomo.
01.12.2007

Vedi mio commento alla lettera del 01.11.2007 in: http://francoazzurro-politicaeconomia.blogspot.com/search/label/lettera%20dei%20138%20musulmani

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IL GRIDO DI ALLARME DEI 138 SAGGI MUSULMANI

dicembre 5, 2007

N.B. Pubblicata l’11.02.2007 (vedi in questo stesso blog) 

L’Islam cerca il dialogo ma non condanna il suo terrorismo

Poco o nulla di particolarmente degno di interesse nella lettera dei 138 saggi musulmani del 13 ottobre indirizzata al Papa ed ai Capi cristiani diffusi nel mondo. Un modo abile per accattivarsi la simpatia del mondo occidentale, “erroneamente considerato ancora cristiano”; la consueta tattica del bastone e della carota, di cui gli islamici sono maestri. Unica nota positiva è quella di veder condiviso un possibile confronto tra sunniti, sciiti e sette che per secoli si sono combattuti tra loro alla conquista di “Dar al-Harb”, una civiltà come la nostra: una sorta “hudna” tregua, armistizio, in una fase storica molto delicata per i destini del mondo.

Il documento, pur ispirandosi a principii di ordine religioso, assume un valore prevalentemente etico e politico dal momento che viene sottoscritto da studiosi e consulenti appartenenti a ben 43 Stati a maggioranza islamica e promosso da un sovrano illuminato come il re di Giordania, Abd Allah II, alleato degli USA e di Israele. Sebbene indirizzata alla cristianità, la lettera ha un carattere multifronte. Vuole essere un monito lanciato a tutti i fondamentalismi, a quelli cioè “che provano piacere nel conflitto e nella distruzione, mettendo in gioco la stessa sopravvivenza del mondo”.
Il nocciolo della lettera è permeata da un malcelato timore di un incombente conflitto laddove invoca: “….facciamo almeno in modo che le nostre differenze non provochino odio e conflitti tra noi che rappresentiamo il 55% della popolazione di questa terra” (Capo III). Ma non si capisce se questo appello all’unitarietà sia indirettamente indirizzata a contrastare la corrente religiosa wahabo-salafita – quella che sparge terrore nel mondo – oppure è un messaggio trasversale rivolto all’Occidente quando denuncia che tutto potrà andare come previsto “…a condizione che i cristiani non dichiarino la guerra”.

Richiamando per analogia le citazioni degli evangelisti e delle sure coraniche del periodo meccano che figurano nella “Sura della tavola imbandita”, essi sostengono che “è possibile una convivenza nella diversità”, astenendosi però cautamente dal citarle. Un buonismo stucchevole, peraltro intempestivo che mette in guardia alcuni maggiori osservatori dell’islam come Magdi Allam, Lee Harris e Carlo Panella, quando ci avvertono che il documento può essere una “trappola” o peggio un “falso ideologico”, dal momento che tacciono sul resto dei passaggi cranici più controversi, specialmente quelli riferiti al periodo medinese, dopo l’”egira”. Difatti fra tanta deferenza stridono le firme di alcuni antisemiti come Yasser Ahmed al Tayeb rettore dell’università sunnita al Hazar o come Ahmed al Kubaisi ex consigliere di Saddam Ussein, che sostengono apertamente le azioni di martirio, tacendo che la guerra all’Occidente è già stata dichiarata dal fondamentalismo maturato in seno alla loro civiltà. Per questa ragione i nostri critici, la considerano una spudorata dissimulazione per la retorica e per le forti ambiguità di cui è intriso il documento.

Come ci fa notare l’arabista Samir Khalil Samir, le maggiori ambiguità si riscontrano in alcuni passi tradotti dall’arabo alle nostre lingue. Fra le tante, sicuramente la più inquietante, riscontrata peraltro anche dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, mentre il testo arabo si richiama al Nuovo Testamento, nelle nostre lingue viene tradotto in “Bibbia”, lasciando intendere ai lettori arabi di aver escluso la realtà ebraica che in questo momento storico invece è centrale. Samir ci riferisce inoltre che nelle nostre versioni (italiano, inglese, francese, e tedesco) si cita genericamente Gesù Cristo, mentre nel testo originale si insiste nel considerarLo non figlio di Dio ma il Messia, “Issa al Massih”. Stesso peso lo si riscontra nelle affermazioni “come si legge nel Vangelo…”, mentre, citando il Corano, essi scrivono “Dio ha detto …”. Infine, per sostenere l’unicità di Dio, che tale è nella visione islamica, mettono ancora una volta in discussione la validità dei testi di San Paolo allorché, introducendo la Trinità divina, avrebbe violato il messaggio originale cristiano.

Da queste brevi considerazioni, il tentativo di ricerca di un dialogo col mondo cristiano testimonia le insormontabili difficoltà interne in cui si dibatte l’islam a causa di elementi spuri che negli ultimi decenni, sfruttando la superstizione e la fede, dopo qualche secolo di straordinario splendore, avrebbero mutato radicalmente tutti i presupposti coranici su cui per millenni si è fondata una religione che, all’impatto con la modernità non è stata in grado di trovare alcuna via d’uscita dalla tribalità in cui si era cacciata. In buona sostanza questo documento rappresenta una invocazione di aiuto, ancora una volta però privo del coraggio di denunciare i loro carnefici. Ciononostante, considerato lo sforzo profuso per un confronto, a fronte dei tanti intrapresi dalla cristianità, questo secondo tentativo, dopo quello dei 38 dell’anno scorso, potrebbe anche essere accolto, a condizione che si prendano di petto le questioni concrete, della libertà religiosa, del rispetto assoluto dei diritti umani, del rapporto tra religione e politica e dell’uso della violenza, non dimenticando le lezioni della storia e cercando si evitare atteggiamenti aggressivi che possano provocare reazioni negative: la scaltrezza, la suscettibilità ed il vittimismo degli islamici non ha pari in tutto il mondo .

Francesco Pugliarello

da: l’Occidentale.it
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con il titolo: \L’Islam cerca il dialogo ma non condanna il terrorismo 3.10.2007.mht