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I musulmani moderati, testa di ponte per l’islam in Occidente?

aprile 2, 2008

La maggioranza dei musulmani sono “moderati”, come dire che a rigor di logica non sono buoni musulmani. In realtà non è così. Ambiguità e opportunismo alberga nel variegato mondo islamico tale da farlo sentire  terrorizzato al solo pensiero di dover reagire, imponendosi  l’autodistruzione  (martirio) in nome di in dio invisibile e lontano. I loro idoli, imposti con pressioni fisiche e morali sin dalla nascita, sono i versetti coranici che Maometto fece redigere a Medina, al tempo dell’egira: scritti di un profeta politico  in armi.Più si approfondisce la prassi fondamentalista islamica, più emerge il volto di una comunità di fedeli fragili, contraddittori e affetti da vittimismo, protesi all’arroccamento sul panteon della mistificazione della realtà. Ma “l’islam è pace…”. E’ la frase che echeggia da un minareto all’altro, lanciata dai rifugi di Al-Qaeda e dal “Grande Fratello” del Qatar, Yusuf al Qaradawi.  Questa frase, pronunciata da chi incita alla rivolta contro gli “infedeli”, è poco credibile, ma è molto diffusa nel mondo occidentale per timore della forte reazione anti-islamica(Samir Khalil).

Significative le condanne dei Consigli dei Musulmani presenti in Europa contro gli attentati di Londra e di Madrid. Quale seguito esse  hanno avuto? Nessuno! Il recente coro di condanne sul cortometraggio dell’olandese Geert Wilders, “Fitna”, che riprende alcuni squarci delle stragi perpetrate dai loro fondamentalisti, peraltro incredibilmente criticato dal segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon e dall’Unione Eropea, sono cadute nel vuoto. Perché? Christopher Dickey, editorialista dello statunitense Newsweek, sull’onda di queste critiche, in un articolo destinato a far discutere, ci risponde che gli esempi di moderazione provengono dall’interno dell’islam che punta sul dialogo anziché sullo scontro di civiltà, lasciando chiaramente intendere la scarsa responsabilità di molti cristiani che, con la spettacolarizzazione della conversione di Magdi Allam, troverebbero comodo soffiare sul fuoco dell’odio reciproco anziché “ricercare le perdute ragioni del dialogo interreligioso”. Il governo Turco che ha deciso di “sostenere una lettura modernizzante del Libro Sacro”; il re saudita Abdullah al Saud ha fatto “rimuovere migliaia di mullah radicali”, e il Libano, finanche l’Ayatollah Fadlallah, noto “teologo” di Hezbollah, invita i fedeli a rispondere alle “aggressioni occidentalicon mezzi squisitamente legali”. Qui in Occidente se v’è qualche voce musulmana che condanna il fondamentalismo, viene subito perseguita con minacce di morte. E’ il caso della somala Ayaam Hirsi Ali che scrisse la sceneggiatura di “Submission”, dello scrittore Shaker al Nabulsi e di tantissimi altri.  Strano mondo quello della politica filo-islamica che, malgrado certi timidi segnali distensivi, c’è sempre qualche personaggio nostrano a soffiare sul fuoco.

Ma di quale dialogo si parla. Di quello invocato dal Vaticano o di quello chiesto dai 138 saggi musulmani che, come il dotto Tarik Ramadan, scambiano l’Antico Testamento per Vangelo a seconda della lingua in cui diffondono il loro invito al dialogo? L’ultima a non aver capito l’aria che tira è Afef Jnifen Tronchetti Provera. Nel suo “Allam incita all’odio” (La Stampa 28.03.2008) piuttosto che accusare di insipienza e di latitanza i nostri vertici politici che sbarrano il passo all’incontro culturale e religioso tra i due mondi, preferisce accusare Magdi C.Allam per la sua libera scelta di convertirsi al cattolicesimo e non condanna pubblicamente chi questo tanto scongiurato dialogo lo manipola gettando nella disperazione intere comunità, seminando terrore e panico in “casa” propria ed in “casa” altrui. La signora sa bene, ma anche Christopher Dickey sa che la Chiesa è fatta di persone che vivono nella polis – nella città degli uomini – e che ogni giorno contribuiscono con le proprie scelte, con le parole e le azioni a migliorarla.Essi non sanno o meglio non vogliono sapere però, che i migliori affabulatori nonché dissimulatori sono inviati in Occidente dalla “dawa” islamica proprio per creare problemi ai correligionari ivi residenti. Così per l’uso del “velo” quale strumento di rivendicazione politica distintiva; così per l’apertura di macellerie e di ristoranti di carne “halal”, peraltro non prescritti nel Corano ma dalle nimerose “fatwe” emesse dai dottori della legge; così per le pressanti richieste di edificazioni di luoghi di culto; così per le cliniche ostetriche nelle quali si vieta di usare disinfettanti a base di alcool, ecc. Sappiamo che il fondamentalismo islamico è né più né meno che un progetto politico che abusa della religione per fiaccare l’avversario dall’interno delle sue istituzioni al fine di riconquistare il califfato perso nella notte dei secoli, il cui primo rivale è nel suo seno e che per combatterlo occorre fermezza, quella fermezza che certi musulmani, sedicenti moderati, temono di affermare!   

Francesco Pugliarello

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