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Se le parole hanno un senso…

dicembre 16, 2007

 

Se le parole sono pietre, come recita un vecchio adagio, le frasi pronunciate da quella maestra della Villani  di Firenze ad un alunno di nove anni e poi ripetute con rabbia alla mamma del suo alunno, sono macigni lanciati contro i sentimenti del “prossimo”.

E’ il frutto di un clima di intolleranza generale che ha contaminato  anche la patria della civiltà e della tolleranza. E’ lo scatto d’ira di una personalità depressa e frastornata che non trova di meglio che scagliarsi che contro i più deboli ed indifesi.

Qui non si tratta solo di un’offesa al sentimento religioso altrui , che potrebbe anche non essere condiviso da quella maestra, ma di una rivolta contro le proprie tradizioni, contro i padri che hanno fatto grande, libera e civile questa terra.  Bene ha fatto il padre del bambino a reagire chiedendo spiegazioni sul gesto di quella maestrina che dopo aver indicato alla classe di dipingere la natività, si arroga il diritto di affermare che parlare e raffigurare Gesù Bambino proprio nelle feste a Lui dedicate sarebbe una “scemenza”. Bene ha fatto il dirigente della scuola ad emanare una circolare conciliante ma ferma e chiara, che la prossima celebrazione natalizia sia “conforme ai canoni  e alle tradizioni in uso nella nostra cultura e nostro Paese, in  prospettiva di una valorizzazione dei contenuti più profondi e spirituali della festività”. Bene ha fatto la Curia a stigmatizzare il fatto come frutto di “pura follia”.  Le frasi insensate pronunciate da  quella maestrina  sono la tangibile materializzazione di una isteria generale. Ora possiamo riconoscerne gli autori di una non meglio precisata ricerca di “dialogo” con chi il dialogo lo considera debolezza e che sta tutto in quel dossier distribuito l’altro giorno al Mandela forum in migliaia di copie a ragazzi e insegnati in cui si sintetizza visivamente  in donne velate che chiedono “la libertà religiosa come diritto” e in un dubbio insinuante in chi vorrebbe tenere nelle aule scolastiche ed in luogo pubblico il crocifisso esposto! E gli autori, così velatamente schierati, attraverso quella maestria, perdono anche l’unica arma che erano in grado di usare: l’ambiguità. Che però non ha alcuna attinenza con il coraggio, tanto che il giorno dopo, la stessa prova a rimangiarsi quanto affermato ieri. Signor Direttore, non è questo un segno di arroganza, figlia della sicumera e parente della stupidità, per cui si arriva dove mai prima si sarebbe voluto arrivare: ad infangare sé stessi?

 

Francesco Pugliarello
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