Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

INTERVISTA A UN RAGAZZO DOWN di Pierluigi Lenzi

giugno 9, 2013

INTERVISTA DI PIERLUIGI LENZI

  

Mio caro Fabio, leggendo la lunga testimonianza di tuo padre Francesco, emerge chiaramente la forza del vostro rapporto. C’è qualcosa che gli vorresti dire e che non gli hai mai detto?

Con mio padre fin da piccolo abbiamo un legame forte di amicizia  per che mi da sempre degli ottimi consigli di ogni genere ci vogliamo bene e ci stimiamo, ma faccio di testa mia, anzi, spesso lo contesto e poi magari col tempo ci rimugino e mi accorgo che tutto sommato non aveva torto e questo capita anche con mia mamma. Con mamma però non scherzo come con mio padre.

 Al contrario, il rapporto con tua mamma Maria non è ugualmente approfondito. Parlamene un po’ tu…

Anche con mia mamma ogni tanto ricevo dei buoni consigli anche se a volte faccio di testa mia. Anche lei è un punto di riferimento a cui posso sempre attingere. Parlare di donne non se ne parla nemmeno… perché è un argomento molto delicato… magari capita di parlare con lei di colleghe del posto di lavoro, su come comportarmi.

Molti sono gli aspetti del libro che mi hanno appassionato. Ad esempio quello riguardante il tuo incontro con Anan o quelli che hanno a che fare con le cotte per personaggi della tv. Cosa guardi per prima cosa in una ragazza?

Anan riconosco che non poteva andare come amica perché viveva in un ambiente per me troppo sofisticato, non genuino. In seguito ho capito anche che non facevano per me neanche quelle dello spettacolo. Per prima cosa in una ragazza mi piacciono gli occhi, il sorriso spontaneo e come si muove, poi le mani e principalmente la femminilità. Magari cerco qualcosa che mi ispiri e mi dia fiducia, “la scossa” come la chiama Giorgio Albertini…

 Come vivi la tua intimità? Hai una ragazza al momento?

Con il mio corpo mi trovo bene e anche con la mia sessualità personale. Ho solo amiche per il momento. Non ho una ragazza e purtroppo non l’ho trovata perché ho un blocco psicologico che non mi fa capire  come le altre mi possono vedere con la mia sindrome, e anche per colpa mia perché non vorrei una ragazza down perché è difficile dialogare con questo genere di ragazze. Forse dipenderà anche dallo scioc della prima delusione per una ragazza della chiesa che frequentavo a Firenze quando avevo 13 anni.

 Qual è il tuo cibo preferito?

Pasta in genere, carne e assai pane. Non mi piacciono i dolci, soltanto la cioccolata a dismisura ma non più di tanto perché i miei genitori non vogliono che mi ingrassi. Peso intorno ai 65 chili e mi sta bene così perché se esagero avrò grandi difficoltà a camminare in quanto ho i piedi delicati .

 Anche politicamente sei un ragazzo impegnato. Cosa ami di Silvio Berlusconi?

Amo principalmente la sua umanità gentilezza e genialità, è un uomo di un grande carisma e molto umano, sai che lui ha un nipote Down? Sai che pochi lo sanno? Ammiro Silvio da quando era un grande imprenditore e ne sono rimasto affascinato per il suo modo di parlare diretto, tanto che quando è sceso in politica ho voluto incontrarlo e siamo stati assieme più di una volta invitato a casa sua. E’ un genio molto speciale. Purtroppo si è circondato di alcuni personaggi equivoci. Vorrei imitarlo perché lui pensa e agisce in grande.

 Chiudi gli occhi e immaginati tra vent’anni. Dove ti vedi?

Mi vedo in qualunque posto del mondo, in un posto pieno di gioia, spontaneità e sincerità, a Firenze o a Caserta. Oggi, domani Dio lo sa, mi vedo con una compagna che mi vuole bene, mi stimi,  mi apprezzi e mi accetti per come sono io con tutti i limiti e le difficoltà così come voglio a lei, vorrei che questi nostri limiti e difficoltà potremo superarli assieme e anche viaggiare. Adotterò una coppia di bambini dal Brasile che saranno con noi due in una casa che ci costruiremo giorno per giorno, e questa casa sarà il nostro nido d’amore. Comunque vorrei una famiglia dove ci sarà amore rispetto e bellezza di vivere e un posto pieno di allegria, gioia e di serenità. Questa è la mia prima ambizione, il mio senso della vita.

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UOMINI ILLUSTRI CHE HANNO RIPUDIATO I LORO FIGLI DISABILI

giugno 9, 2013

di Francesco Pugliarello

Non c’è da stupirsi se i cosiddetti “modernisti”, fautori dell’aborto facile, dichiarano che “si è più felici se non si hanno figli”. Forse per la crisi che angoscia, sicuramente per un malcelato edonismo dovuto a una sorta di distorsione mentale che porta a vedere solo le cose futili. Sta di fatto che faticano a riconoscere nello sguardo di un bambino una luce e una bellezza inspiegabile, cose che arrivano direttamente al cuore. Le quattro esperienze di vita che sto per delineare fanno riemergere la decadenza morale e l’amara realtà del secolo appena trascorso quando i disabili, forse per ignoranza o per vergogna, considerati come un marchio d’infamia, venivano tenuti accuratamente nascosti. In seguito le cose sono fortunatamente cambiate, grazie soprattutto a un nuovo atteggiamento delle famiglie che, affiancate da professionisti intelligenti e di grande carica umana oltre che deontologica, hanno compreso la necessità di comportarsi in maniera diversa.

Con la successiva scoperta della struttura del DNA, avvenuta a metà degli anni cinquanta, sappiamo che in alcuni settori accademici è iniziata la manipolazione del genoma umano che, pur essendo per certi versi un fatto positivo, rischia di riportarci indietro di millenni, verso una visione oscurantista della vita. La cosiddetta ‘valutazione’ degli embrioni, qualora non utilizzata sotto il vaglio dell’etica e della morale, ma solo per il gusto di sfidare l’ordine naturale dell’esistente, rischia di provocare una selezione indiscriminata dell’essere umano. Non è una novità se si pensa che in un passato non troppo lontano, presso le classi sociali colte e agiate i neonati “più bisognosi di amore”, per motivi altrettanto poco nobili, venivano occultati per essere rinchiusi in tetri Istituti. Un genitore sciagurato, il primo che mi viene in mente, è David Henry, un medico inglese vissuto negli anni sessanta, la cui storia è raccolta nel romanzo della Kim Edwards da cui è stato ricavato il famoso film “Figlia del Silenzio”. Identico misfatto l’avevano consumato nel secolo scorso (da molti definito il secolo più violento che l’umanità ricordi), il famoso drammaturgo Arthur Miller, Albert Einstein e J.F.Kennedy senior.     

Siamo a Lexington del Kentucky, nel 1964. Una notte la moglie Norah Henry avverte le prime doglie, ma la tempesta di neve che infuria sulla città rende praticamente impossibile raggiungere l’ospedale: è per questo che suo marito David decide di far nascere il bambino con l’aiuto di Caroline, la sua infermiera. Norah partorisce due gemelli: se il maschio è perfettamente sano, i tratti del viso della bambina rivelano immediatamente la Sindrome di Down. Travolto dalla disperazione, David affida la piccola a Caroline, ordinandole di rinchiuderla in un Istituto e a Norah, sedata dall’anestesia durante il parto, dice che la bambina è morta (1).

Per quanto riguarda Arthur Miller, l’uomo che per decenni si era pubblicamente scagliato contro soprusi e ingiustizie sociali, nel privato ha tradito tutti quei principi di cui si era fatto portavoce rivelandosi incoerente. Solo quando era ormai prossimo alla morte, avvenuta nel febbraio del 2005, confessò di avere abbandonato in un Istituto il figlio Daniel, anch’esso affetto da Sindrome di Down, e riconobbe che il suo gesto fu un vero e proprio crimine. Per tutto il tempo dell’internamento di Daniel, Arthur Miller aveva evitato di andarlo a trovare, e fu il figlio a voler conoscere colui che lo aveva ripudiato. L’incontro tra i due avvenne in occasione di un convegno sulla disabilità in cui Daniel, dopo trentanove anni di abbandono, fu invitato in veste di portavoce di un’Organizzazione di handicappati. “…Daniel gli corse incontro e lo abbracciò, tra l’imbarazzo del padre e l’incredulità del pubblico”: sono le parole apparse sul New York Times che descrivono l’emozionante incontro tra padre e figlio, quando il drammaturgo scoprì che, oltre ad essere indipendente e con un rispettabilissimo lavoro, Daniel godeva dell’ammirazione e della stima di tutti quelli che avevano avuto a che fare con lui (2).  Il controverso Arthur Miller (che dopo aver conosciuto Daniel lo citò nel testamento, quasi a voler tamponare i sensi di colpa derivanti dall’aver abbandonato un figlio fragile e al tempo stesso fiero), rappresenta, al meglio, l’immagine dell’uomo patetico che nell’arco della vita ha riflesso la propria immagine nei suoi numerosi drammi. Un dramma che egli stesso, in un’intervista del 1988, sorprendentemente dichiara essere stato provocato dal “malessere di un’esistenza priva degli affetti della famiglia…”, che è per eccellenza il luogo del sacrificio e del perdono. Miller si comportò secondo i pregiudizi del suo tempo, e allontanando il figlio down credette di difendere la propria famiglia dalla vergogna, agendo in base a preconcetti fortemente radicati in un periodo nel quale non esisteva ancora una ‘cultura sulla diversità’. E lo stesso fece l’inglese David Henry, che visse per sempre col senso di colpa per aver abbandonato la figlia in difficoltà.

Come il drammaturgo Miller anche il grande Albert Einstein, uomo di salda religiosità, abbandonò in una clinica psichiatrica il figlio Eduard, affetto da una tardiva forma di schizofrenia e, a suo dire, dotato di una sensibilità troppo delicata. Per tutta la vita lo scienziato non fu in grado di reggere il rapporto col figlio e lo lasciò per decenni rinchiuso in quella clinica senza trovare il coraggio di andarlo a trovare, perché riteneva che vederlo sarebbe stato uno stress insostenibile per la sua debole psiche. “Gli fa male vedermi…”, scriveva Einstein nelle sue memorie, esplicando un pensiero con cui non sono francamente d’accordo. Personalmente penso che il dolore cui lo scienziato alludeva non riguardasse Eduard, ma lui stesso, privo della forza necessaria a reggere tutto ciò che il confronto con un figlio emotivamente distrutto gli avrebbe “mosso dentro”! (3)

Prendiamo invece il caso di Eunice Kennedy Shiver, una sorella dell’ex presidente degli Stati Uniti d’America, J.F.Kennedy: motivata dal senso di colpa derivante dal fatto che la sorella maggiore, Rosemary minorata mentale, fu internata per volere del padre perché ritenuta una minaccia alle ambizioni politiche che nutriva per i figli, decise di creare dei momenti di coinvolgimento e di inclusione istituendo nel 1968  le “Special Olympics. Quelle che oggi si chiamano “Paralimpiadi” diventeranno il più grande movimento per l’accettazione e l’inclusione di milioni di disabili in tutto il Pianeta. “Eunice, per amore della sorella maggiore, spese mezzo secolo della sua vita in difesa dei diritti dei disabili mentali”(4).

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(1). Kim Edwards, “Figlia del silenzio”, Garzanti, 2009

(2). Corriere della Sera del 31 agosto 2007 p.21, “Daniel, il figlio segreto che Arthur Miller  cancellò dalla sua vita  perché Down”, di Alessandra Farkas.

(3). Barry Parker,” Einstein: the passions of a scientist, Prometheus Books”, New York 2003, pag. 237).

(4). Corriere della Sera del 12 Agosto 2009 p.15, Addio a Eunice Kennedy, ostinato angelo dei disabili”.

 

 

P/CHè LA SESSUALITA NEI DISABILI MENTALI IMBARAZZA?

giugno 9, 2013

 

       Nel vedere una coppia di ragazzi disabili che passeggiano per strada mano nella mano, la gente rimane sconvolta senza considerare neanche per un istante la fragilità affettiva – caratteristica del ritardo mentale – che, oltre a determinare insicurezza e bisogno di protezione, in alcuni casi provoca forte dipendenza. Per quanto ritardato, il disabile mentale sa di non poter provvedere da solo alle proprie esigenze, e la necessità di affidarsi a qualcuno deriva proprio dalla consapevolezza di non avere a disposizione riferimenti concreti nei momenti di bisogno.  Ancor più desolante è il dover ammettere che siamo spesso noi genitori a porre dei limiti, e in certo senso a frustrare questi giovani, ignorando il loro desiderio di vivere una soddisfacente dimensione affettiva e sessuale per ignoranza, preconcetti e una buona dose di imbarazzo. Perché il sesso imbarazza! E quello di un disabile spiazza. Anche se nel mondo in cui oggi ci ritroviamo a vivere, la libertà si confonde spesso con il libertinaggio e non sempre ci si rende conto che nel rapporto d’amore la sessualità è solo una componente del ben più vasto progetto di vita con l’altro (in cui il conforto, l’aiuto e il mutuo scambio di affetto e di amore si intrecciano), la problematica affettivo-sessuale dei disabili resta inespressa e inibita.

       Essendo venuta alla luce molto tardi, tale argomento ci coglie tutti impreparati e se qualcosa sta iniziando a cambiare, il merito va a quei disabili che sono riusciti a esprimere le proprie esigenze nella loro globalità di persona. Fu solo agli inizi degli anni settanta, quando cioè cominciarono a essere organizzati una serie di convegni per denunciarne l’emarginazione, che si iniziò a prendere coscienza del diritto all’amore del disabile. Il primo incontro in assoluto dedicato all’handicap motorio e incentrato sul diritto all’eros per i “minorati”, fu promosso da Rosanna Benzi e dalla sua equipe di operatori (1). Perché possiamo trovare in letteratura qualcosa di specifico e avviare un discorso sul riconoscimento della sessualità nei soggetti con ritardo mentale, dobbiamo attendere la seconda metà degli anni novanta, quando cominciano a circolare nelle sale cinematografiche dei cortometraggi predisposti da alcune associazioni di volontariato, coordinate dalle famiglie. Tuttavia, sebbene nel 1999 cinque coppie down ottenessero la Palma D’oro a Venezia per la migliore interpretazione in un corto nel quale parlavano del loro amore (fatto di slanci, fisicità, desideri e speranze), la sessualità dei disabili non veniva ancora riconosciuta dal corpo sociale: la tematica restava infatti relegata nel chiuso dei gruppi di volontariato o nelle tesi di laurea di qualche volenteroso (2).

       Il motivo della scarsa informazione riguardante il tema  dell’affettività dei disabili è, come detto poc’anzi, l’imbarazzo che un argomento del genere è in grado di scatenare. Imbarazzo che non è uguale dappertutto e cambia da regione a regione, se non addirittura da provincia a provincia; imbarazzo dell’opinione pubblica, ma ancor prima dei genitori che in tal modo condannano inconsapevolmente i loro figli al ruolo grottesco di eterni bambini. E questo anche se una gran parte di loro, specialmente quelli con disabilità meno gravi, avvertono abbastanza presto l’esigenza di avere una vita affettiva autonoma rivendicando, oggi più che mai, il diritto a crescere e a scrollarsi di dosso lo stereotipo che li considera degli asessuati Peter Pan. Ciò che vogliono è raggiungere la massima autonomia possibile, diventare finalmente ‘persona’ e dimostrare di avere anche la capacità di portare avanti un rapporto amoroso con un partner.  A Firenze, che si sappia, abbiamo l’unico esempio di due giovani down che si sono sposai tre anni fa e attualmente risiedono all’estero presso il fratello del marito. “Elena e Mario – mi dice Marta la madre della ragazza – vivono una permanente luna di miele, difficilmente riscontrabile nei rapporti coniugali…”.  È vero, casi come quelli di Elena e Mario sono piuttosto rari. Ma l’importante è che ci siano. 

           Per superare le resistenze a queste unioni, il Parlamento italiano con Legge 18 del 3 marzo 2009 ha ratificato una convenzione delle Nazioni Unite che ha assunto rilievo internazionale. Essa prevede di estendere la piena attuazione della Carta costituzionale anche a chi “presenta delle disabilità”, al fine di “…eliminare le discriminazioni in tutte le questioni che riguardano il matrimonio, la famiglia, la paternità e le relazioni personali, sulla base di eguaglianza con gli altri, in modo da assicurare ogni diritto in età di matrimonio, sposarsi e fondare una famiglia sulla base del consenso libero e pieno dei contraenti”(3).

     Francesco Pugliarello

 

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1.  Rosanna Benzi, “Il vizio di vivere – Vent’anni nel polmone d’acciaio”, Rusconi, Milano 1984.

2. Documentario di Daniele Segre “A proposito di sentimenti”. Altri film in cui appaiono giovani down: “Johnny stecchino” di Roberto Benigni (1991) e  “L’ ottavo giorno” di Jaco van Dormael (1996), palma d’ oro a Cannes per Pascal Duquenne.

3.  Il 3 marzo 2009, con Legge n. 18 il Parlamento italiano ha ratificato e reso esecutiva

      la Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006.   http://www.normattiva.it/

 

La doppia morale della sinistra sta divorando sé stessa

marzo 26, 2012
 
di Francesco Pugliarello 
(da:  Magna Carta Toscana-Circolo dei Liberi) 

Sappiamo chi è Feltri: è uno che quando c’è da rovistare nei meandri del potere non si tira indietro, è uno dei pochi giornalisti di inchiesta ancora presenti in Italia, insieme a D’Avanzo. La critica sferrata alla Bocassini è un’azione senza precedenti. Essa investe gli equilibri dei più alti livelli istituzionali con risvolti futuri ancora da vedersi. Se è vero che Berlusconi ha il “difetto” di essere un brianzolo arricchito, anziché un salottiero romano, e che da sempre gode di poche simpatie in certi ambienti dell’alta finanza e dei giornali da essa sostenuti, è anche vero che di cosucce da rivedere ce n’è tante. Infilarle nel tritacarne alla fine è rischioso per tutti, gli schizzi volano ovunque.

L’errore del giornalismo di sinistra e di repubblica in primis, non è tanto quello di pubblicare le notizie di escort e veline berlusconiane, ma quello di insistervi, a volte non avendo in realtà nulla di serio da dire. Veramente pensavano di far cadere Berlusconi? …O vogliono fare concorrenza a Eva 2000? Era proprio urgente, per la propria bella faccia, tentare di sfregiare l’immagine dell’Italia all’estero? Ad alcuni come Francia, o Gran Bretagna non par vero indebolire un concorrente!

Anche se noi italiani siamo grandi consumatori di giornaletti scandalistici, ci sono pure quelli che se ne fregano degli scandali sessuali: questi ultimi sono molto più interessati alle notizie che possono migliorare il loro tenore di vita, e sono la stragrande maggioranza. Quando si comincerà a parlare di temi concreti? Perché continuiamo a farci coinvolgere nelle guerre tra potenti e farci distrarre da cose più importanti? Stiamo davvero perdendo le coordinate del vivere civile, e ha ragione Veltroni quando afferma che “non è tutta colpa di Berlusconi”.

Giustamente Stefano Zecchi tempo fa si domandava: “Perché, nessuno inibisce questi eroi della rivoluzione [parolaia] di sguazzare nei salotti borghesi servendosi di ciò che affiora da quella che loro definiscono “iniquità” capitalista”? E’ la doppia morale che consente, oggi come allora, di predicare in un modo e razzolare in un altro. Essi son furbi, si servono del paravento del momento per coprire i loro scheletri. Iri Prodi, oggi Fini. Ma oggi è più difficile praticare questa doppia morale, essa viene immediatamente smascherata. I “vizi” di De Benedetti, degli Agnelli li hanno già pubblicati, ma le anime belle hanno la memoria corta: c’è la condanna dell’UE a Prodi, pronta nel cassetto se il prof dovesse rialzare la testa; i rimborsi truccati di Ignazio Marino; le coop rosse (Unipol-BNL) pronte per il duo D’Alema-Bersani; il vecchio scandalo di Affittopoli, la Campania, la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo. Su Franceschini si potrebbe andare a scavare in quel fantastico mondo di scambio di voti che era la margherita al sud….; Di Pietro, “Bè su Di Pietro ci si potrebbe scrivere un libro”, dice Adinolfi leader della ex margherita.

Arriva Berlusconi, e cosa ti combina? Ha la spudoratezza di dire che la storia del comunismo internazionale è una crudele avventura di distruzione della libertà e di annientamento della persona; che i nostri vecchi comunisti continuano a imbrogliare le carte per rendersi presentabili in un mondo che ha seppellito il comunismo. Quel comunismo che sul “Libro nero” illustra, come nessun altro, le nefandezze di un capitalismo di Stato che tanti lutti ha provocato nelle famiglie dei loro compagni. “Come si permette quel maniaco di Berlusconi di criticare?” Si chiede il vecchio pensionato della casa del popolo di Firenze che ha abbandonato la lotta di classe per diventare portavoce del conformismo moralizzatore! E allora, preso atto che il mondo non si può cambiare, lui e i suoi compagni decidono di censurarlo: “moralisti di tutto il mondo unitevi”, è la nuova parola d’ordine. Incalza la Rossanda, che però spera nell’ex aennino Fini: “Berlusconi è un gaffeur, un bauscia, lui e i suoi alleati con quel Bossi in canottiera sono l’unica vera tendenza di fascismo localista in abiti nuovi”.

E’ la disperazione di un manipolo di cittadini frastornati dai suoi ex sessantottini al potere che non sa più a che santo votarsi. A questo si sono ridotti certi politici e intellettuali della sinistra nostrana, orfani della doppia morale? Guardano la pagliuzza nell’occhio del nemico, incapaci di guardare la trave nel proprio, presumono di dare un giudizio morale sul premier prima ancora che politico e su chi lo sostiene. Ma ecco che appena questi ‘benpensanti’ vengono pizzicati nelle loro manie piccolo borghesi, urlano, gridano all’aggressiore, alla democrazia in pericolo, alla libertà di parola minacciata, addirittura al fascismo che ritorna, e si accingono a raccogliere dieci milioni di firme contro il satrapo-pedofilo. È ovvio, solo loro hanno il diritto di interdizione perché possono autoassolversi, ritenendosi moralmente e culturalmente ineccepibili. Perché se sciaguratamente vengono smascherati, non riescono più a predicare in un modo e a razzolare in un altro, restano convinti di poter giudicare dall’alto le proprie qualità estetiche e la moralità di chi non è bello come la loro ‘gay-tudine’.

Il “basso“, dove Napoli muore per il disinteresse della politica

marzo 26, 2012

 da http://lOccidentale.it 

del 12 Febbraio 2012

di Francesco Pugliariello (alias Francesco Pugliarello)

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Lo stillicidio di infezioni che si registrano periodicamente a Napoli,  non è più tollerabile. L’essere un porto di mare non assolve la città,  dal momento che i dati epidemiologici rilevati negli ultimi due secoli  ci confermano che la prima ad essere colpita con il più alto tasso di  infezioni è proprio quest’antica capitale del nostro Mezzogiorno. Da  tempo ci si sofferma sulle cause che condannano questa meravigliosa  metropoli e il suo hinterland a soccombere a causa dell’altissima  densità di abitanti nei bassi assiepati nei vicoli malfamati, e per la  loro fatiscenza, senza mai venir a capo di una soluzione.

Sui bassi di Napoli si è molto scritto, spesso facendo la fortuna di molti personaggi. Con i vicoli, gli angiporti, i fondachi, visti come simboli di un mondo fantastico e pittoresco, esso ci è stato presentato meno nella sua realtà sociale ed economia, tanto che la sua reale fisionomia resta sconosciuta ai più. Non vi si è sottratto neppure il teatro di Eduardo quando in “Napoli Milionaria” ci presentava – a mo’ di documentario – gli abitanti di quei tuguri come i classici di una cultura tutta partenopea che, nonostante “l’abbandono di dio e degli uomini”, riuscivano a sopravvivere sorretti da una filosofia del tutto originale.

Del basso cominciò a parlarne Giovanni Boccaccio nel lontano 1325 quando fu condotto dal padre in questa città all’età di dodici anni da restarne favorevolmente colpito, per poi descriverlo nel suo Decamerone: “…guardo quelle che siedono presso la porta delle loro case in via Capuana; di ciò gli occhi porgendo grazioso diletto…”. E più di recente E.A.Mario nella canzonetta “O vascio”, il quale, tessendo l’elogio di quel tipo di abitazione, declamava: “…Se ospita una bella ragazza, esso è migliore di una reggia”. Ma, poiché il basso investe una cultura secolare, la sua tragica realtà esula da un semplice problema esistenziale locale per divenire una questione di politica nazionale e di legalità connesse ai fenomeni della emarginazione e della endemica disoccupazione.

E’ noto che “ ’o vascio” è un’abitazione unicellulare, al massimo di due stanzette a piano matto , ricavata da antichissimi locali destinati a depositi che in successione si aprono nei numerosi vicoli della Napoli del centro storico e in alcuni paesini della periferia. In poco più di una dozzina di metri quadri ci vive una famiglia di almeno 5 persone. La funzione di questo locale è praticamente quella di mero dormitorio dato che la maggiore attività, fatta di piccoli espedienti, è vissuta lungo i vicoli, sì da conferire ad essi un carattere di intimità e da suscitare nel visitatore la sensazione di trovarsi non in una strada, ma in una calda, accogliente grossa abitazione. In senso lato, il nome di basso può essere attribuito sia a quei gruppi di edifici a piano terra che si costruivano nel medioevo come magazzini per il commercio delle merci provenienti dal mare, sia riferito a un processo di differenziazione sociale e ambientale delle zone destinate al basso ceto. Vale a dire un fondaco che, a spregio della modernità, ancora sopravvive (sebbene limitatamente) in città di mare come Dublino e Anversa.

A differenza di queste ultime, però, nei bassi di Napoli è racchiusa una parte della storia di una Capitale. Terra ambita da poeti, scrittori e curiosi d’ogni sorta per la dolcezza del suo clima, la natura voluttuosa, il folclore multiforme dato dalle diversissime e antichissime origini antropologiche del suo entroterra che poco hanno a che vedere con la ‘grande’ storia, Napoli, da città impegnata qual era destinata a essere, negli ultimi decenni è divenuta un luogo irreale. In verità, questa Napoli leggendaria non è mai esistita se non nella fantasia dei suoi (ignari?) detrattori. Oggi questa facciata sta sgretolandosi sotto il peso di enormi contraddizioni e, come tutte le megalopoli mostra le sue disfunzioni più visibili dovute a un’inammissibile incuria amministrativa, al sottosviluppo, alla malavita e alla diffusa sottocultura, da cui una insanabile frattura sociale tra il popolo comune e un’èlite di grande spessore culturale ma eccessivamente dottrinale, che stoicamente, e diciamo pure, eroicamente, ancora resiste: fattori che hanno impedito il consolidarsi di una vera democrazia, come in quasi tutto il nostro mezzogiorno.

Tornando ai “ricoveri”, parte di essi sopravvive fin dal secolo XV, legati al fenomeno del primo grosso inurbamento europeo. Mentre i governi di molte città dell’epoca procedevano alla trasformazione edilizia adattandola ai mutati tempi, gli Aragonesi per evitare lo spopolamento delle campagne circostanti si limitavano a emettere una serie di ‘Prammatiche’ (Ordinanze) contro lo sviluppo edilizio. Gli immigrati, composti per lo più di contadini, piccoli artigiani e trafficanti di diversa natura non trovando alloggi, perché quelli restanti erano occupati dalle numerose famiglie dei funzionari e militari spagnoli, finirono per adattarsi in questi “tuguri” destinati inizialmente a depositi. Da allora, i cosiddetti bassi si moltiplicarono a vista d’occhio senza che nessun Governo se ne curasse, tanto che verso la metà del XVIII secolo, invece di diminuire a causa del perdurante divieto urbanistico, la popolazione superò il mezzo milione, portando Napoli al primo posto tra le città europee per densità demografica. Nonostante i Borboni ampliassero le mura, si dovette attendere il colera del 1884 per riconoscere che questi agglomerati, prossimi al porto, costituivano un terreno fertile per malattie a carattere epidemico.

In tale occasione il censimento denunciò 22.785 locali di quel tipo, occupati da 105.257 abitanti. L’intera Italia trasalì, richiamando l’attenzione dell’Europa. “Bisogna sventrare Napoli”, fu allora la frase alla moda; sembrava che il Governo centrale non desiderasse altro che far sparire da Napoli le abitazioni malsane. Difatti qualche anno dopo, sulla spinta del sindaco Nicola Amore (magistrato di spicco dell’epoca, cui oggi è intitolata una delle maggiori piazze di Napoli, che Matilde Serao definì “il miglior sindaco che mai Napoli avesse avuto”), con la sua “Legge per il risanamento della città” da cui scaturì la “Società pel Risanamento di Napoli”, si diede inizio ai lavori limitandosi a elevare una specie di paravento dinanzi alla Napoli dei vicoli. Furono abbattute anche vecchie case patrizie, ma il sudiciume dei bassi rimase. Ne “Il ventre di Napoli” la lungimirante Matilde Serao su Il Mattino lanciò una furibonda invettiva al premier di allora, Agostino De Pretis: “Sventrare Napoli? Credete che basterà? Voi vi illudete che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli”. “Voi non potete lasciare in piedi le case lesionate dall’umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all’ultimo piano si brucia nell’estate e si gela nell’inverno, dove le strade sono ricettacoli d’immondizie, nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti […] il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione, bisogna ricostruire Napoli quasi daccapo…”.

Negli ultimi decenni i crolli dei palazzi nei vicoli dei quartieri spagnoli e una chiesa di Forcella che cade a pezzi, sono l’emblema di questo degrado. C´è un vecchietto in questo rione, che tra l’altro ha dato i natali a Nino Taranto e a Bud Spencer, che raccoglie e conserva i bulloni che cadono dalle impalcature di un’antica Chiesa: “Faccio la collezione, così quando moriremo tutti, troveranno il mio tesoro e sapranno che è stata colpa dell´indifferenza”. I bombardamenti dell’ultima guerra che distrussero oltre centomila appartamenti in tutta Napoli non evitarono che si ricostruissero nuovi bassi! Oggi questi terranei fatiscenti sono molto più puliti e meno squallidi di come apparvero a Renato Fucini nel 1877 che li descrisse in “Napoli a occhio nudo”. Anzi appaiono illeggiadriti da tendaggi e vivacizzati da televisori, poster ed elettrodomestici, magari raccattati a quattro soldi alla Duchesca.

Nati come ricoveri temporanei, questi locali sono divenuti dimore stabili per emarginati. Vero è che negli anni sessanta furono creati altri rioni popolari in alcune zone periferiche, ma è anche vero che gli appartamenti di quei rioni finiscono per essere assegnati a famiglie di nuova formazione che, abbandonando le campagne si trasferiscono in città. Ma l’appartamento per tutte non c’è, e alcune vanno a occupare i nuovi depositi e li trasformano in nuovi bassi. Talvolta qualche inquilino di questi tuguri riesce a farsi assegnare un alloggio popolare, com’è avvenuto con la legge 167 del ‘62 a Scampia, Pianura e Ponticelli. Ma essendo questi alquanto distanti dal centro, adattando a sé le leggi vigenti, danno in affitto l’alloggio buono e rimangono compiaciuti nelle loro ‘tane’: lì se non altro possono continuare i loro commerci abusivi provenienti dal porto al riparo da occhi ‘indiscreti’, semprecchè non vengono affittati a cittadini extracomunitari, spesso irregolari a prezzi “proibitivi”. Si è così ricreato l’antico circolo vizioso, difficilissimo da stroncare.

Non essendovi ancora un censimento ufficiale, a tutt’oggi ci si deve basare sulla rilevazione compiuta dalla Doxa del 1965 che contava circa 45.000 abitazioni come “bassi” con un numero di abitanti che superava le 200.000 unità, vale a dire una ogni 6-7 napoletani. All’esterno di ciascuna di queste case censite nel 1931 (con intenzioni risanatorie che la guerra vanificò), c’è una targa di marmo con una scritta significativa: “Terraneo non destinabile ad abitazione”. E’ una frase provocatoria che sta a testimoniare una volontà fatta solo di belle intenzioni.

Fra le numerose conclusioni che il lettore può trarre, a me ne viene in mente una, la più ovvia: sarà in grado il nuovo sindaco de Magistris (anch’egli proveniente dalla magistratura come Nicola Amore, il sindaco del famoso Risanamento di fine ‘800) di accogliere questo pressante invito dei suoi concittadini? Se prendo in considerazione la sua determinazione, ci potrei anche sperare. Ma, fintanto che i miei conterranei non si mettono in testa di pagare tutti i tributi, non ci credo; vale a dire che, nonostante l’impegno civile di sempre più numerosi cittadini, il basso, con la sua gente, resta il vergognoso emblema di un secolare disinteresse politico-amministrativo nei confronti di una metropoli che, ciononostante, assieme ad altre fu ed è giustamente considerata la culla di una cultura umanistica di prim’ordine.

 

 

Il jihadismo è ancora forte in Europa: l’attentato di Tolosa docet

marzo 26, 2012

                  

La guerra santa dei musulmani europei

da ” http://l’Occidentale.it

 di

Francesco Pugliariello (alias Pugliarello)

del  22 Marzo 2012

 

Il fatto di sangue di Tolosa segue di pochi giorni il fallito attentato alla Sinagoga di via Guastalla a Milano. Chi stava pianificando l’attentato in Italia era un giovane 20enne marocchino, considerato “integrato” nella società italiana nella provincia di Brescia. E il marocchino in questione aveva complici, in tutta Europa. Il primo pensiero, dunque, è andato alle cellule del terrorismo jihadista disseminate nel vecchio Continente.

Il caso di Tolosa la cui strage al momento pare debba risalire alla mente esaltata di un certo Mohammed Merah, soldato francese di ritorno dall’Afghanistan dove potrebbe essere entrato in contatto con gli attivisti di al-Qaeda. Si ha la sensazione che nella adolescenza sia stato indottrinato, come quasi tutti i suoi compagni in Francia, vediamo cosa uscirà fuori dalle indagini che la sicurezza francese sta rovistando sul suo passato. Insomma, un convertito all’islam fondamentalista, che avrebbe ritrovato le sue radici durante una missione militare.

Qualche anno addietro, precisamente ai primi di febbraio 2007, uno dei tanti monitoraggi dei Servizi di Informazione della Direzione Centrale della polizia francese (DCRG) effettuato su 1610 convertiti all’islam, riportato da Piotr Smolar su ‘Le Monde’, rivelava che dopo gli attentati dell’11 Settembre il passaggio alla nuova fede ha subìto una vertiginosa impennata grazie ad un frenetico risveglio del proselitismo. La notizia più raccapricciante è che gran parte di questi nuovi adepti sono andati ad occupare posti di lavoro in settori altamente sensibili. Così, mentre alcuni Paesi di provenienza si ‘aprono’ alla ‘democrazia’, il nostro Continente si appresta a diventare la palestra del jihad islamico. Lo stesso fenomeno trova riscontro anche in Inghilterra (quando verrà monitorato in Italia?).

E’ indubbio che la fame di religiosità, come riconosce il Papa Benedetto XVI, segna il fallimento delle politiche nazionali degli Stati. Però il fascino che l’islam esercita sui figli e sui nipoti degli immigrati musulmani, testimonia la sconfitta di un modello multiculturale alimentato da una sinistra post-comunista e progressista rea di aver forzato ideologicamente la realtà. L’islam, in un mondo globalizzato, privo di modelli culturali alternativi, tende ad appropriarsi di questa ideologia che si pensava definitivamente scomparsa con la fine della guerra fredda, ma che è riemersa prepotentemente alla fine degli anni Sessanta. L’Occidente affascina perché è qui che si può ottenere il pieno godimento dei diritti umani. Tuttavia questa attrazione, che porta allo sradicamento delle proprie origini, se non è supportata da politiche più severe nei confronti dell’integrazione «facile», spinge all’abbraccio con queste filosofie di vita nichiliste.

Modelli criticati da Hannah Arendt e da Alain Finkielkraut, sempre più contigui a certe illusioni che Karl Bracher definisce totalitarie di sinistra e di destra, ai quali fa eco il filosofo di sinistra doc, Andrè Glucksmann, il quale nella campagna presidenziale si schierò al fianco di Nicolas Sarkozy e che accusa i loro fautori di essere “narcisisti” perché “… si credono di essere moralmente infallibili e mentalmente intoccabili”.

Ma veniamo al reclutamento. Di solito il primo abboccamento e la successiva “conversione-alla-nuova-fede-ortodossa-islamica” avviene in carcere, dove questi piccoli criminali di reati comuni disoccupati o politicizzati provenienti dalle banlieue (come quelle di Toulouse) si associano ai più scaltri, magari più istruiti, per ottenere dei privilegi, come ad esempio l’allestimento di una sala di preghiera, la richiesta di pasti halal o altre facilitazioni che in Francia vengono concesse solo ai musulmani. In quell’ambito peraltro non vengono esclusi contatti strategici con il terrorismo nostrano.

Una volta in libertà, una parte di questi convertiti vengono integrati nelle strutture di sostegno logistico islamico o avviati alla vigilanza in zone aeroportuali o nei centralini telefonici, o emigrano verso i paesi “caldi” come l’Afghanistan). Altri trovano lavoro in punti vendita halal (carne permessa e macellata secondo le linee guida indicate nella Sunnah), il cui commercio “permette spesso di ripulire il denaro sporco”, come la mafia utilizza le catene di pizzerie. Altri ancora vengono assunti in una delle tante piccole editorie condotte dagli stessi musulmani.

Gran parte delle “prede” francesi che si inchinano davanti alle lusinghe di questi «benefattori», riferisce l’inchiesta, provengono dai suburbi dove il più delle volte vivono a contatto con le comunità delle ex colonie di magrebini, che, col pretesto dell’offerta di un guadagno sicuro, abboccano. Provengono cioè da quella fascia mediterranea dove è più spiccata la tecnica della dissimulazione, ossia la capacità di camuffare le proprie intenzioni presentandosi come persona onesta in grado di venirti incontro.

Questo atteggiamento è tipico del movimento “salafita” (la cui corrispondenza in occidente potrebbe rintracciarsi in un evangelismo spinto di matrice atea) che, per un emigrante di seconda o terza generazione non viene percepito come francese dai francesi, ma nemmeno come arabo dagli arabi, gli fornisce una nuova identità decontestualizzata: un’identità particolarmente adatta per chi non riesce più a riconoscersi in nessuna patria e in nessuna tradizione. Come sostiene il professor D’Atri, si ritrovano in una specie di “patria ideale senza confini e senza tempo”: sostanzialmente un’identità purificata dalle influenze provenienti dal mondo occidentale Cristiano.

Senza accorgersene questi giovani vanno a rinfoltire il movimento dell’internazionalismo integralista, quello predicato dai fratelli Musulmani. Insomma, un coacervo di devianza e di odio sociale che sfocia ineluttabilmente nel terrorismo e nell’odio verso tutto e tutti. Tuttavia la sostanza non cambia se pensiamo che quando finirà quella maledetta guerra afghana costoro torneranno tra noi in Occidente. La rappresentazione del fenomeno sociologico studiato in Francia testimonia la sconfitta morale di una certa sinistra presente negli organismi che contano, proni alle mistificazioni di questi nuovi farisei che stanno gestendo la complessa problematica dell’immigrazione europea.

La comunità internazionale, se vuole resistere a queste farneticanti ideologie, dovrebbe a mio avviso, puntare ad una strategia che coinvolga a pieno titolo i musulmani modernisti con un adeguato programma, ma che invece pare stia riuscendo ai fondamentalisti islamici. La strategia vincente, in prima battuta, poterebbe consistere in un controllo maggiore sul territorio, più che di natura miliare o di natura politica. Quella militare, chiariscono i maggiori osservatori come Magdi Cristiano Allam e Daniel Pipes, è una concezione desueta della sicurezza, perché nell’era del terrorismo islamico globalizzato la vera arma non sono le bombe ma “il lavaggio del cervello che trasforma le persone in robot della morte”.

Così, nella precarietà sociale delle immigrazioni successive, l’islam radicale attinge il suo alimento per rafforzarsi e destabilizzare le nostre istituzioni. Hanno ragione gli intellettuali d’oltralpe alla Glucksmann ad ammonirci che fin quando non saremo in grado di sradicare nel nostro Continente «il mito dell’edonismo libertario» che sfocia nell’apologia del nomadismo, “plasmando la visione della politica e della storia”, l’Occidente sarà condannato a subire la sharia (e legge islamica).

La Nazione – Firenze – La diatriba infinita: le dichiarazioni dei consiglieri sulla moschea

marzo 20, 2011

La Nazione – Firenze – La diatriba infinita: le dichiarazioni dei consiglieri sulla moschea.

Israele vuole la pace? Vinca la sua guerra

maggio 9, 2010

L’immediata risposta di Daniel Pipes all’appello di Fiamma Nirenstein e di centinaia di eminenti osservatori internazionali (peraltro sottoscritto anche da me) 

di Daniel Pipes
Liberal
7 maggio 2010

http://it.danielpipes.org/8349/israele-vuole-la-pace-vinca-la-sua-guerra

Pezzo in lingua originale inglese: My Peace Plan: An Israeli Victory

Nel corso di questo mese il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha dichiarato che Israele deve ritirarsi dai territori palestinesi. «Il mondo non è disposto ad accettare – e noi non cambieremo questo nel 2010 – la prospettiva che Israele governi un altro popolo per altri decenni.. È qualcosa che non esiste in qualsiasi altra parte del mondo». Ha ragione? La pace è ancora possibile? E se sì, che forma dovrebbe assumere un accordo finale?

 

Il mio piano di pace è semplice: Israele sconfigge i suoi nemici. Solo la vittoria crea delle circostanze che contribuiscono al raggiungimento della pace. Le guerre terminano, e la documentazione storica lo conferma, quando una parte ammette la sconfitta e l’altra vince. Questo è ovvio, dal momento che la battaglia continua o potenzialmente può riprendere fino a quando entrambe le parti aspirano a realizzare le loro ambizioni. L’obiettivo della vittoria non è esattamente qualcosa di nuovo. Sun Tzu, l’antico stratega cinese, consigliava: «Che [in guerra] il vostro maggiore obiettivo sia la vittoria». Raimondo Montecuccoli, un austriaco del XVII secolo, diceva che «in guerra l’obiettivo è la vittoria». Karl von Clausewitz, un prussiano del XIX secolo aggiungeva che «La guerra è un atto di violenza per costringere il nemico a eseguire la nostra volontà». Winston Churchill ha detto agli inglesi: «Voi chiedete: qual è il nostro obiettivo? Posso rispondere con una parola. È la vittoria. Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore, vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada». Dwight D. Eisenhower ha osservato che «in guerra non c’è nulla che possa sostituire la vittoria». Queste intuizioni di epoche precedenti resistono ancora nel tempo, ma per quanto le armi cambino la natura umana rimane la stessa.

Vittoria significa imporre la propria volontà al nemico, obbligandolo a desistere dai suoi obiettivi strategici. La Germania, costretta alla resa nella Prima guerra mondiale, non ha perso di vista l’obiettivo di dominare l’Europa e alcuni anni dopo ha fatto affidamento su Hitler per raggiungere questo obiettivo. I pezzi di carta siglati hanno importanza solo se una parte si arrende: la Guerra del Vietnam si è apparentemente conclusa grazie alla diplomazia nel 1973, ma entrambe le parti hanno continuato a cercare i loro obiettivi strategici fino alla vittoria finale del Nord nel 1975. La forza di volontà è la chiave: abbattere aeroplani, distruggere carri armati, esaurire munizioni, far fuggire i soldati e confiscare le terre non sono di per sé azioni determinanti, ma devono essere accompagnate da un crollo psicologico. La disfatta subita dalla Corea del Nord nel 1953, da Saddam Hussein nel 1991 e dai sunniti iracheni nel 2003 non si è tradotta in disperazione. Al contrario, i francesi si sono arresi in Algeria nel 1962, malgrado sovrastassero i loro nemici a livello numerico e in armamenti, come hanno fatto gli americani in Vietnam nel 1975 e i sovietici in Afghanistan nel 1989. La Guerra Fredda si è conclusa senza vittime. In tutti questi casi, i perdenti hanno mantenuto grandi arsenali, eserciti ed economie funzionanti. Ma hanno esaurito la forza di volontà. Nello stesso modo, il conflitto arabo-israeliano sarà risolto solo quando una parte si arrenderà. Fino a ora, attraverso una guerra dopo l’altra, entrambe le parti hanno mantenuto i loro obiettivi. Israele combatte per ottenere l’approvazione dei suoi nemici, mentre questi stessi nemici combattono per eliminare Israele. Quegli obiettivi sono crudi, immutabili e opposti. L’approvazione o l’eliminazione dello Stato ebraico sono le uniche condizioni di pace. Ogni osservatore deve optare per l’una o per l’altra soluzione. Una persona civile vorrebbe che sia Israele a vincere, poiché il suo obiettivo è di natura difensiva: tutelare un Paese esistente e prospero. L’obiettivo di distruzione dei suoi nemici equivale a pura barbarie. Da quasi sessant’anni i negazionisti arabi, ai quali ora si sono aggiunti i loro omologhi iraniani e della sinistra, tentano di eliminare Israele attraverso una serie di strategie: essi operano per minare la sua legittimità attraverso la propaganda, per sopraffarlo demograficamente, per isolarlo a livello economico, per limitare diplomaticamente le sue difese, per demoralizzarlo con atti di terrorismo e per minacciare la sua popolazione con le armi di distruzione di massa. Se i nemici di Israele perseguono i loro obiettivi con fermezza e determinazione, essi hanno però conseguito pochi successi. Paradossalmente, gli israeliani col passare del tempo hanno reagito agli incessanti attacchi contro il loro Paese perdendo di vista la necessità di vincere. La destra ha elaborato delle strategie per maneggiare la vittoria, il centro ha sperimentato appeasement e unilateralismo e la sinistra si è crogiolata nei sensi di colpa e nell’auto-recriminazione. Sono troppo pochi gli israeliani che comprendono il rischio di lasciare incompiuta la vittoria, quanto sia importante piegare la volontà del nemico e indurlo ad accettare l’esistenza dello Stato ebraico. Fortunatamente per Israele, basta sconfiggere i palestinesi e non l’intera popolazione araba o musulmana, che alla fine seguirà l’esempio palestinese accettando Israele. Sempre per fortuna, anche se i palestinesi sono conosciuti per la loro capacità di resistenza, essi possono essere sconfitti. Se i tedeschi e i giapponesi hanno potuto essere costretti alla resa nel 1945 e gli americani nel 1975, perché mai i palestinesi possono essere esenti?

Naturalmente, Israele affronta degli ostacoli nel conseguire la vittoria. In genere, il Paese è soffocato da aspettative internazionali (da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ad esempio) e in maniera specifica dalle politiche del suo principale alleato, il governo americano. Pertanto, se Gerusalemme deve vincere, che s’inizi con un cambiamento nella politica degli Usa e di altri paesi occidentali. Questi governi dovrebbero spingere Israele a cercare la vittoria, convincendo i palestinesi del fatto che hanno perso. Il che significa eliminare l’impressione che Israele sia debole, impressione che si è rafforzata durante il processo di Oslo (1993-2000) e poi nei due ritiri dal Libano e da Gaza (2000-2005). Gerusalemme sembrava di nuovo essere vicina alla vittoria durante i primi tre anni di governo di Ariel Sharon, dal 2001 al 2003, e la dura presa di posizione del premier israeliano ha poi segnato dei veri progressi nello sforzo bellico dello Stato ebraico. Solo quando è divenuto chiaro, alla fine del 2004, che Sharon preparava realmente il ritiro unilaterale da Gaza, il malumore palestinese si è riacceso e Israele ha smesso di vedersi vincente. Al debilitante premierato di Ehud Olmert è stato solo in parte posto rimedio da Binyamin Netanyahu lo scorso anno. Ironia della sorte, una vittoria israeliana apporterebbe tuttavia maggiori benefici ai palestinesi piuttosto che a Israele. Gli israeliani beneficerebbero del fatto di essersi sbarazzati di una guerra atavica, certo, ma il loro Paese è una società moderna e funzionante. Per i palestinesi, al contrario, abbandonare il fetido sogno irredentista di eliminare il loro vicino finirebbe per offrirgli un’opportunità di curare il loro bislacco giardino, di sviluppare il loro sistema politico, la loro economia, la società e la cultura che soffrono di gravi carenze. È così che il mio piano di pace pone fine alla guerra e al contempo procura notevoli vantaggi a tutti quelli direttamente coinvolti.

Con Israele, con la ragione

maggio 9, 2010
Una petizione a favore di Israele firmata da centinaia di eminenti osservatori internazionali contro la proposta di Alain Finkelkraut e Beranrd Hery-Levy

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L’aggressione a Israele dei firmatari del documento Jcall è ispirata da una visione miope della storia del conflitto arabo-israeliano, da una mancanza di percezione chiara del pericolo che Israele corre oggi di fronte a un grande attacco fisico e morale. E’ addirittura incredibile che personaggi intelligenti e colti come Alain Finkelkraut e Bernard-Henri Levy, invece di occuparsi dell’Iran che ben presto terrà tutto il mondo nel raggio della minaccia della sua bomba atomica, bamboleggino con l’idea che Benjamin Netanyahu sia il vero ostacolo alla pace, che l’impedimento essenziale per giungere a una risoluzione del conflitto sia un ipotetico, riprovevole atteggiamento israeliano. Sembra che gli intellettuali firmatari ignorino la realtà e inoltre che se ne infischino del contributo che il loro documento darà e sta già dando al movimento di delegittimazione senza precedenti che minaccia concretamente la vita di Israele.

Voler spingere Israele a concessioni territoriali senza contraccambio significa semplicemente consegnarsi nelle mani del nemico senza nessuna garanzia: lo sgombero di Gaza, compiuto senza trattativa, ha portato risultati disastrosi, il territorio lasciato dagli abitanti di Gush Katif è diventato un’unica rampa di lancio per missili e terroristi; la trattativa di Ehud Barak, intesa a cedere a Arafat praticamente tutto quello che chiedeva, portò semplicemente all’orrore della seconda Intifada, con i suoi duemila morti uccisi da attentati suicidi. Lo sgombero della fascia meridionale del Libano nel 2000 ha rafforzato gli Hezbollah, li ha riempiti di missili, ha condotto alla guerra del 2006.

Alain Finkelkraut, Bernard-Henri Levy e i loro amici sostengono di preoccuparsi per il futuro e la sicurezza d’Israele, ma di fatto ignorano l’elemento basilare che ha impedito ai processi di pace di andare in porto, ovvero il rifiuto arabo e palestinese di riconoscere l’esistenza stessa dello Stato d’Israele come dato permanente nell’area. Basterebbe che ogni mattina leggessero la stampa palestinese e araba e se ne renderebbero conto. Nessuna concessione territoriale di quelle che gli intellettuali francesi sembrano desiderare con tanta energia può garantire la pace, ma solo una rivoluzione culturale nel mondo arabo. E nessuno la chiede, nemmeno Obama che invece preme solo su Israele. E’ divenuta la moda di questo tempo.

L’attacco a Netanyahu che si legge nell’appello di Jcall è volto a destrutturare la sua coalizione di destra. Ma la realtà è che non è mai contato nulla che un governo israeliano fosse di destra o di sinistra: i Palestinesi hanno sempre comunque rifiutato ogni proposta di pace.

Ma che Israele diventi ancora più piccolo non servirà a niente finché Abu Mazen non rinuncerà a intitolare le piazze al nome dell’arciterrorista Yehiya Ayash, finché il mondo palestinese non smetterà di distribuire caramelle quando viene ucciso un ragazzo ebreo in qualche ristorante, finché non accetterà la richiesta davvero minimalista di Netanyahu di riconoscere che lo Stato di Israele è lo Stato del popolo ebraico.

Sembrano ignorare questo dato evidente anche gli intellettuali israeliani che hanno firmato un documento addirittura contro il premio Nobel Elie Wiesel che ha scritto una nobilissima lettera in sostegno di Gerusalemme come patria morale e storica del popolo ebraico.

E’ una triste epidemia perbenista, con la quale probabilmente si pensa di fornire un po’ d’ossigeno ai movimenti pacifisti che in questi anni non ha saputo altro che fallire ripetutamente sullo scoglio della cultura dell’odio islamista e contribuire alla diffamazione di Israele. Ma non si arriverà a nessun processo di pace (e le generose offerte di Olmert rifiutate da Abu Mazen ne fanno fede) finché una larga parte del mondo non smetterà di sperare che la distruzione di Israele sia dietro l’angolo, sulla scia della nuova eccitazione islamista dell’Iran e dei suoi amici Siria, Hezbollah, Hamas tutti sempre più armati di armi letali, e non solamente di vane parole, come i firmatari dell’”appello alla ragione”. Ma anche le parole possono uccidere e distruggere.

Non ci sfugge, di fronte a una così evidente ignoranza della politica della mano tesa di Netanyahu con il discorso di Bar Ilan e il congelamento di dieci mesi degli insediamenti, lo sblocco di molti check point e la promozione di importanti misure per agevolare l’economia palestinese, che sia presente nel “documento Finkelkraut” un traino obamista, un perbenismo da salotto buono cui spesso gli intellettuali non sanno dire no. Esso mette i nemici di Israele, e sono più di sempre e più agguerriti, nella condizione di delegittimare e attaccare lo Stato ebraico, dicendo: “Anche molti ebrei sono dalla nostra parte”. Se questo era lo scopo dei firmatari, lo hanno raggiunto.

da: http//www.petitionionline.com/israel48/petition.html

PERCHE’ GORDON BROWN HA PERSO LE ELEZIONI

maggio 7, 2010

L’analisi del saggista e storico britannico RICHARD NEWBURY all’indomani delle elezioni 2010 in Gran Bretagna

Cos’è successo al New Labour, che con Tony Blair nel 1997 aveva vinto con una maggioranza di 179 seggi, infliggendo ai Tory la loro peggior sconfitta dal 1832?

Come mai il New Labour è finito così? Perché i Conservatori, guidati da un privilegiato come David Cameron, e i Libdem, guidati da un altro privilegiato come Nick Clegg, hanno avuto risultati così buoni? Una risposta è che il Labour di Gordon Brown è parso abbandonare quella zona sfuggente chiamata centro per quella più confortevole dell’organizzazione tribale socialista e della guerra di classe. Questo ha certamente puntellato il voto dello zoccolo duro e consentirà al partito di vivere per nuove battaglie, ma significa anche che il Labour di Gordon Brown non sta pescando là dove potrebbe intercettare quei voti fluttuanti indispensabili a una strategia vincente. Nel 2005, all’inizio delle tre settimane di campagna elettorale, i sondaggi davano Blair sconfitto con 60 seggi. Invece vinse con 65. Cos’era successo? Con il suo istinto politico, aveva intuito dove fossero le zone erogene economiche del voto fluttuante e quanto fossero progredite socialmente. L’aveva capito anche perché lui, a differenza di Brown che era nato nella «tribù» laburista scozzese, aveva «scelto» di entrare nel partito e ne era diventato il leader scalandolo dall’esterno. Per lui era stata una scelta da consumatore, come lo è quella dell’elettore fluttuante, pronto a cambiare partito come a cambiare chiesa. Nelle società pluraliste, c’è un mercato degli adepti che va conquistato.

Lo zoccolo duro degli elettori sostiene il suo partito come fosse una squadra di calcio – che vinca o che perda. L’elettore fluttuante invece sceglie secondo il suo tornaconto personale e segue il successo. E’ impossibile vincere un’elezione senza attrarre questi elettori spesso volubili, e ai partiti tocca sedurli. Tuttavia, come il centro, anche loro sono in continuo movimento. Dove vadano, è la storia della Gran Bretagna post-bellica.

Furono i reduci della Seconda Guerra Mondiale a votare massicciamente per il Labour, portando la pianificazione centralizzata del tempo di guerra nella previdenza sociale e nell’economia. I conservatori, accettando la nuova distribuzione della ricchezza, ma promettendo di regolarla meglio, nel 1951 vinsero e governarono per 13 anni. Quello che nel 1964 li fece perdere fu il fatto che venivano visti come estranei al Paese, degli aristocratici ex allievi delle grandi scuole private. Così in effetti erano Eden, MacMillan e Home. Vinse la meritocrazia nella persona del laburista Harold Wilson.

Margaret Thatcher «rubò» al Labour «Syd», l’operaio specializzato, e lo sedusse con il miraggio della proprietà. Ispirati dalla sua mossa leninista contro il Partito conservatore del «noblesse oblige», nel 1983 Tony Blair, Gordon Brown, Peter Mandelson e Alistair Campbell progettarono il New Labour per riconquistare «Syd» che però nel 1992, come ben capì Blair, era diventato un po’ più ricco e si era trasformato nel «Mondeo Man»: artigiano autonomo, con villetta bifamiliare gravata da mutuo e Ford Mondeo. Anche lui era diventato un conservatore e Blair capì che, tassando i ricchi, tassava le sue aspirazioni. Così il socialismo si trasformò nella Terza Via e nel 1997, con una maggioranza travolgente di 170 voti – un’autentica sorpresa -, il New Labour scoprì che i Mondeo Man erano milioni.

Nel 2001 l’uomo qualunque era diventato una donna, la Worcester Woman: casa più grande nei sobborghi, auto 4×4, due bambini. Voleva più soldi per scuole e ospedali e meno tasse. «Rubando» ai Tory lo schema del partenariato pubblico-privato (Private Finance Initiative) – il privato costruisce scuole, ospedali e carceri e li affitta al governo – Blair riuscì di nuovo a comperare gli elettori fluttuanti.

In questa elezione 2010 l’elettore fluttuante è stato identificato in una nuova entità socio-economica: Motorway Man, l’uomo dell’autostrada. Lui/lei vive in una delle aree residenziali costruite negli ultimi cinque anni lungo le autostrade, perché è un tecnico o un junior manager che viaggia per ore, mangia e naviga in rete nei caffè delle aree di servizio e sogna di possedere una casa più grande – e magari mandare i figli a una scuola privata diventando senior manager. L’ultima volta ha votato per Blair, ma ora non pensa più che i conservatori, e soprattutto Dave Cameron, siano estranei rispetto alla sua realtà e alle sue aspirazioni, mentre è preoccupato che la sua casa ora valga meno del mutuo.

Così la stazione di servizio dell’autostrada è diventata il campo di battaglia di questa elezione: lì, a parte gli addetti alle pompe di benzina, ci sono ben pochi elettori dello zoccolo duro Labour. Il Motorway Man ha lo stesso Dna dell’elettore fluttuante che è stato la doppia elica nel corpo Labour come in quello Tory almeno dal 1945. Tony Blair l’avrebbe identificato e inglobato in un nuovo Centro: quello dove la battaglia si vince spingendo l’avversario alle ali estreme, perché essere visti come «moderati» fa vincere le elezioni ed essere visti come «estremisti» le fa perdere.