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Nell’Occidente urge la riconversione dell’economia

novembre 16, 2007

        

         Le titubanze e le divergenze interne dei paesi occidentali a fermare Teheran dalla tentazione di dotarsi di armamento nucleare, stanno legittimando una corsa generalizzata a questa fonte energetica in tutta l’area mediorientale, rendendo il mercato internazionale del petrolio altamente speculativo e rischiosamente caro.

        La “corsa” annunciata è il solito bluff cui gli arabi ci hanno abituati, o esiste un fondo di verità? Dopo Marocco e Tunisia, la settimana scorsa anche Hosni Mubarak ha dichiarato di avviare la costruzione di centrali nucleari nel suo Paese. L’UE dal canto suo, mentre la Merkel vola a Washigton, come lo stesso Sarkozy, che vorrebbe proporsi quale supervisore politico sulla questione, si è astenuta dal decidere rilanciando la patata bollente all’ente preposto, l’Aiea a cui segretario pro-tempore c’è l’egiziano Mohammed El Baradei. Quest’ultimo, sostenuto da Putin e dalla Cina di Hu Jintao ritenendo pericoloso andare ad uno scontro con l’Iran, sta facendo di tutto per frenare i tentativi di Washington, Londra e Parigi chiedendo ai tre falchi di ammorbidire i toni minacciosi su Teheran, adducendo la mancanza di prove sull’utilizzo di materiale atomico a fini militari. Ora giustamente Israele ne chiede la destituzione. I massimi tecnici del settore ci dicono che “non esiste filiera di nucleare civile che non proliferi armi atomiche”!

        Nel frattempo nella disputa tra nucleare civile e nucleare militare e nell’immobilismo europeo, i Paesi del Medio Oriente, forti della consueta lungimiranza e sospinti dai timori di un’egemonia politica, militare e religiosa della Repubblica sciita corrono ai ripari. Pare evidente che essi siano a conoscenza del fatto che, secondo Olivier Guitta, consulente in materia di terrorismo presso la Casa Bianca, “è da tempo che esistono accordi segreti tra Mosca e Damasco per forniture di infrastrutture per costruire centrali nucleari in luoghi segreti della Siria”. [“Plan B: Syria’s forgotten, but dangerous nuclear program”, http://www.examiner.com/printa-478177~Olivier_Guitta, 28.12.2006]. Anche questo può essere un motivo per cui negli ultimi mesi quasi tutti i paesi sunniti della regione, compresi alcuni emirati del Golfo che di petrolio abbondano, hanno annunciato l’intenzione di predisporre programmi nucleari sostenendo, candidamente, essere esclusivamente a scopo “civile”… Tutto lascia presumere che la corsa al nucleare sia inarrestabile: il che è testimoniato dal fatto che in quelle zone è missione permanente il segretario di stato americano Condoleeza Rice.

       In questa ottica la visita di re d’Arabia, Abdallah bin Abdulaziz Al Saud, al Papa può rappresentare un segnale di allarme dovuto anche alla difficile situazione interna del suo regno che rischia di diventare esplosiva per il fatto che per anni proprio da quel Paese il fondamentalismo è stato lautamente foraggiato, pare strano che gli arabi ci vengano a dire che le scorte stanno esaurendosi per cui sono costretti a scendere più in profondità, superare la barriera dei 2000 metri con ulteriori aggravi di costi; che il petrolio non è più lo stesso, come qualità, di quello estratto 10 anni fa, perché in questa situazione sono poco credibili in quanto, dati alla mano riferiti al 2004, l’area del Golfo Persico possiede ancora il 65% delle riserve petrolifere dell’intero pianeta con una produzione che copre un terzo del totale mondiale, ed è quindi l’unica area in grado di soddisfare le richieste (almeno fino al 2050), comprese quelle delle “petrolofaghe” Cina e India.

       Naturalmente gli arabi hanno tutto l’interesse a dimostrare il contrario. Ciononostante, resta il fatto che di risorse esauribili sul globo terracqueo ve ne sono ancora in abbondanza. La conferma ci viene da una delle massime società di consulenza sull’energia, la scozzese MacKay Consultants [articolo riportato dalla rivista di settore oil&gas «Offshore», novembre 2005], che comprova che nella sola regione del Pacifico vi sono risorse non ancora sfruttate in acque profonde, tanto che le compagnie petrolifere dell’area, in vista dei vertiginosi consumi cinesi per cui entro il 2030 saranno più che raddoppiati (“270mila cinesi andranno in auto”!), con le nuove tecnologie estrattive a disposizione, hanno deciso triplicare gli investimenti sulla ricerca, passando dai 10 del 2003 ai 31 miliardi di dollari nel 2009.

          Come si vede, ancora una volta gli arabi, approfittando della debole coesione tra gli Stati dell’Unione Europea, colgono l’occasione per introdursi gradualmente in Occidente nel tentativo di metterlo in ginocchio. E’ uno dei motivi per cui stanno comprando più aziende possibili e stanno investendo in tutto ciò che possono; ancora una volta, come con la crisi energetica degli anni ’70, è sul petrolio che si sta giocando una partita pesante sulle teste degli europei, notoriamente privi di fonti primarie ad alta potenzialità industriale. Questo grazie al cinismo di certi scienziati della sinistra che da anni si sono inventati il pacifismo per eliminare le centrali nucleari dal nostro territorio, rendendoci sempre più esposti ai rischi e non ai benefici ed al ricatto dall’ incombente islamismo. Ma allora, bluff o non bluff, visto che il quadro internazionale volge al peggio, perchè non prendere di petto il problema energetico, valutando la fattibilità delle fonti rinnovabili? Se nel futuro l’economia del petrolio e del nucleare non sono più sostenibili, perché non cambiare radicalmente, e al più presto, il modello di produzione e di consumi, i concetti di benessere e di sviluppo? La risposta non può che venire dalla ricerca.

       Non vorremmo azzardare ipotesi, però allo stato, sembra che si aspetti che il petrolio superi la soglia psicologica dei 100 dollari a barile per poter dire: beh è il momento di metterci a discutere su costi e benefici. Solo così potremo tagliare l’erba sotto i piedi agli speculatori.

Francesco Pugliarello


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