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La 194 così com’è nuoce al rapporto di coppia

marzo 5, 2008
Natalia Aspesi, che dagli anni ‘90 tiene una rubrica confidenziale su “questioni di cuore”, prendendo ad esempio il caso di quella signora trentanovenne di Napoli che, va ad espellere nel bagno del policlinico l’embrione che portava in grembo, dalle colonne di Repubblica del 13.02.08 deplora la latitanza dei maschi definendoli “restii a condividere questa esperienza”, dimenticando però che vi sono casi altrettanto criticabili come quelli di certe donne che, come segno di emancipazione dal maschio, escludono a priori il padre del concepito. Tenendo presente che nessuna donna di buon senso priverebbe il padre dal condividere un momento così fondamentale come la sua esperienza di maternità, vi sono alcune minoranze, alla Aspesi maniera che stentano a capire che la decisione di abortire non è patrimonio della gestante – tranne il caso di pericolo di vita della stessa – ma è anche e principalmente del “gestito”, il quale è altro dalla madre. E per tal ragione trova nel padre, o in quello indicato come tale, un potenziale “tutor” che va in ogni caso consultato e messo davanti alle proprie responsabilità. Rileggendo con cura la legge 194, si ha la sensazione che dietro il diritto all’autodeterminazione della donna, in un momento di particolare emotività esistenziale, vi sia la mistificazione del criterio diritto-dovere per cui l’embrione sia considerato un “oggetto” di cui poter disporre secondo le proprie esigenze, senza pensare che così si offre all’uomo l’alibi della deresponsabilizzazione, purtuttavia della 194 ne hanno fatto una bandiera . Quel “ove la donna lo consenta”, più volte ripetuto nell’articolo 5 e successivi, lascia molto spazio a questa interpretazione. L’equivoco di fondo che spinge certe femministe ancora a gridare sulle piazze slogan post-sessantottini del tipo “l’utero è mio e lo gestisco io” lascia sconcertati. Oppure quando aprioristicamente dichiarano pubblicamente “giù le mani dalla 194, mentre i dati recenti testimoniano che questa legge è di per sé già in mora dal fatto che ha tradito le attese. I dati più recenti, riferiti al 2005, ci rivelano che la tutela della maternità ha finito per diventare uno strumento di controllo delle nascite in mano a operatori sanitari senza scrupoli ed a consultori pubblici svuotati nella loro funzione preventiva, peraltro ridotti nel numero (da 3000 a 2000). Ciò è testimoniato dall’aumento vertiginoso degli aborti fra le giovani generazioni e le straniere. Tra i 20 ed i 24 anni di età la percentuale delle IVG è la più alta, ricorre ogni 15 ragazze su 100, mentre per le straniere raddoppia, raggiungendo la cifra di una donna ogni 3. Forse è venuto il momento di scuotere il muro dell’indifferenza e della rassegnazione riportando il dibattito su un piano di etica pubblica e di morale privata: la 194 così com’è nuoce al rapporto di coppia.  Quando Giuliano Ferrara e tanti altri come lui, parlano di “cappa di disperazione delle famiglie”, quando parlano di moratoria essi non intendono abolirla, ma rafforzarla, renderla più efficace alla luce dei progressi medico-scientifici e dei mutati costumi degli ultimi decenni, ripartendo dalla prevenzione e dalla cultura della sessualità; questa volta però muovendo dal rispetto dei sentimenti altrui. Un ministro della repubblica, Livia Turco, alla vigilia della campagna elettorale (con quale credibilità?), per la prima volta lascia intendere di essersi convinta della necessità di coinvolgere anche il padre in un “dibattito etico della responsabilità circa la nascita di un figlio”, mentre nel passaggio successivo si smentisce clamorosamente quando afferma che “si nasce dal corpo di una donna… “se lei lo vuole”! (La Stampa 11.01.2008). Come si può dar credito ad una sinistra affetta da una così ammirevole cinica ambiguità? La verità è che il culto della personalità, incarnato nel radicalismo elitario che ha contaminato anche il “nuovo” PD, nel timore di veder trasformare l’Italia in uno Stato confessionale e nell’ansia di liberarsi dalla gabbia degli affetti, non lascia spazio a realizzare che il rapporto tra i sessi in questi decenni è radicalmente cambiato. E’ di sentimenti che si tratta, quelli che i giovani come il sottoscritto provavano i primi tempi delle occupazioni degli atenei e non solo di rapporti sessuali che possono rivelarsi traumatici, specialmente quando sono escludenti. Perchè l’aborto o il diritto alla vita deve essere una questione esclusiva della donna quando l’amore si fa in due? Se fare all’amore è anche ricerca di equilibrio e di identità tra due esseri di genere diverso, perché nella cultura di sinistra il rapporto di coppia è reso problematico? Forse la  “provocazione” di Giuliano Ferrara, magari criticabile nella forma ma non nella sostanza, potrebbe aver sortito il suo effetto: quello di rimette in discussione le cause dello svuotamento etico-antropologico del concetto di famiglia, o più semplicemente dei rapporti umani. Se ricordassimo che proprio in Toscana sul diritto alla vita siamo stati i primi al mondo a cancellare la pena di morte e se tutti riflettessimo che la libertà di non interrompere la gravidanza sarebbe il dono più grande che la solidarietà può fare alle madri, solo allora potremmo ritrovare la strada di una vera democrazia ripartendo proprio dalla centralità della famiglia, quale prima cellula della società occidentale, in cui i diritti-doveri sono anche in questi casi paritari. Francesco Pugliarello
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